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Planet Terror
Planet terrordi Robert Rodriguez
con Rose McGowan, Freddy Rodriguez, Marley Shelton, Josh Brolin, Stati Uniti, 2007.
 
L'Unità, 27 settembre 2007
Vieni avanti bubbone

"Bin Laden è morto. Gli ho messo due pallottole in petto". Buona notizia o meno, straparlava Bruce Willis poco prima di essere accoppato in Planet Terror, l'altra metà del cielo di Grindhouse, progetto schizoide e coraggioso (e quindi in parte fallito) insieme a Death Proof di Quentin Tarantino. Negli Usa sono usciti insieme, una maxivisione inframmezzata da 4 falsi trailer uno più succulento dell'altro. Nel resto del mondo, visti i risultati modesti, li hanno scoppiati. La pellicola anarchico-splatter e retrofuturista di Robert Rodriguez (C'era una volta in Messico, Sin City) esplode e schizza come i bubboni che si diffondono per l'epidemia che ha colpito la città. Il medico William (Josh Brolin) e la moglie lesbica che lo odia (Marley Shelton) non riescono a farci fronte nel loro ospedale. Toccherà a Wray (Freddy Rodriguez), el Rey, guidare il gruppo di quelli ancora sani e portarli in salvo.

Il fiore all'occhiello della spedizione è Cherry (Rose McGowan), la sua ex, una go-go baby che ha appena lasciato il lavoro per tentare una via tra le decine di "talenti sprecati" che ha collezionato. Del resto al palo ogni tanto si lasciava andare alle lacrime. Il suo capo le diceva: "Questo locale si chiama go-go, non frigna-frigna". Così Cherry, vaga somiglianza ad Ava Gardner (parola di Tarantino), saluta e volta il culo. Le capiterà di perdere una gamba ma acquisterà un moncherino che spara a raffica. E quando arriverà il momento saprà essere la guida spietata e materna, candida come la Madonna di Guadalupe, per il gruppo di sopravvissuti che nel Messico troveranno il modo di rinascere. Parola di Rodriguez.

Ricostruito alla perfezione come fosse uscito nelle sale nei '70, con tanto di salti di rullo e pellicola grattugiata nei passaggi per i cinema di quarta categoria in giro per il paese, Planet Terror ricorda tanto le vetrine vintage dei negozi Diesel: tutto è falso (i tessuti usurati, lo stile retrò) e tutto appare assolutamente vero. Ma questo fa parte del gusto necrofilo dell'epoca in cui viviamo: le mode di ogni epoca sono alla moda e perfettamente ricreate. Avvertenze: la cavalcata di sangue e pus potrebbe impressionare i deboli di stomaco. Meno male che ci sono battute come Dio comanda ("Il problema degli obiettivi è che ne parli molto e realizzi poco"), uno humor da seghetto a denti larghi, Bar (B Q) dove non passa un'anima se non zombi affamati, donne poco disponibili ma super sexy che si strizzano l'occhio l'un l'altra. Cammeo per Tarantino, che ha un "impegno del cazzo" con Cherry ma qualcosa va storto. La protagonista del film, Rose McGowan, ha vissuto per 10 anni a Firenze, poi si è trasferita negli Usa e ha esordito con Doom Generation di Gregg Araki. Sulla devastazione morale e visiva di quel film si potrebbe aprire un altro intero capitolo.

Pasquale Colizzi

 
Il Tempo, 1 ottobre 2007
Le piaghe di Rodriguez trasudano ironia

Chi si pasce di horror, banchetti pure. Ne avrà fino a farne indigestione. Senza però offendere troppo il cinema perché il film è scritto, diretto, montato e persino prodotto da quell'oriundo messicano, di Robert Rodriguez, che ai suoi esordi, con "El Mariachi" e "Desperado", si era fatto prendere in considerazione anche da noi critici, per tensioni ed emozioni di qualità indubbie. Oggi parte da un tema piuttosto noto, quello di una misteriosa epidemia che, diffondendosi nell'aria, provoca in chi aggredisce delle terribili piaghe, riducendolo presto a una sorta di zombie tra la vita e la morte. Dall'epidemia arrivando agli zombies, Rodriguez segue schemi di quel genere perché da una parte c'è un gruppo di sani che cerca in tutti i modi la salvezza, dall'altra ci sono gli zombies pronti a contagiarli e a distruggerli. In mezzo accade di tutto. Con bande assassine spuntate non si sa da dove, con belle ragazze seminude incaricate di inserire un po' di sesso (e di sentimento) tra tutto quel sangue, con una esplosione, ad ogni passo, di incidenti, di accidenti, di aggressioni e di imprevisti che una regia implacabile si assume l'incarico di rappresentare nel modo più coincitato e orripilante possibile; senza molto curarsi della logica, volutamente poco attenta alle fisionomie dei personaggi (basta che si spaventino e provochino paure) e disseminando qua e là l'azione di dettagli venati spesso anche da un sospetto di sarcasmo. Un esempio per tutti: a una delle belle ragazze seminude deve essere amputata una gamba, ma la protesi subito approntata per farla camminare è una... mitragliatrice fulminante che le permetterà di stendere al suolo, in massa, gli zombies pronti ad assalirla... Il risultato, se lo stomaco regge e tutto quell'eccesso di piaghe purulente e di metamorfosi di uomini in mostri repellenti lo si accetta come elemento integrante di un genere, può farsi anche seguire. Riconoscendo a Rodriguez, anche quando esagera, di sapersi servire con furbizia di tutti i mezzi e gli effetti che il cinema del terrore arriva a offrirgli. Gli interpreti, a loro volta, ce la mettono tutta ad assecondare questo terrore. Citerò solo le due ragazze, Rose McGowan, quella con la gamba a mitraglia, e Marley Shelton, vittima non solo degli zombies ma di un marito medico quasi più mostro di quelli.

Gian Luigi Rondi

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