Più grandiose
dimore
di Eugene O'Neill
La Notte, 22 gennaio 1970
Non si può star tranquilli nemmeno da morti. Lavoro non finito.
Questo copione dovrà essere distrutto in caso di mia morte.
Un foglio con questa letterale notazione fu trovato inserito nel
copione di Più grandiose dimore, rimasto fra le carte
lasciate da Eugene O’Neill al suo congedarsi da questo nostro
pianeta ammobiliato. Si trattava della terza o quarta versione superstite,
ma ancora allo stato di brogliaccio, poco più che fluviali
appunti, di un dramma mostruosamente concresciuto, come al solito,
nella mente e sotto la penna del commediografo, fino a far parte
di un ciclo – le conseguenze corruttrici della fame di ricchezza
e di potere sulle successive generazioni di una famiglia americana
ottocentesca – di una dozzina di commedie, tre o quattro delle
quali portate a compimento e inesorabilmente date alle fiamme.
La vedova dello scrittore – ah, le vedove degli scrittori! – mise
al corrente della sua esistenza il direttore del Teatro Reale di Stoccolma e
lo autorizzò a tradurlo e a ridurlo in svedese. E così, tagliato,
rimanipolato, reimpastato senza misericordia, nel 1962, poté esser messo
in scena, rendendo un cattivo servizio a un drammaturgo, ahimè già in
via di irreparabile demolizione dell’opera precoce e inesorabile del tempo,
seppur rimanendo sempre con lo storico titolo di merito d’aver dato il
via, praticamente dal nulla, al teatro americano. Secondo nel mondo, ieri sera,
il Teatro San Babila ha replicato la discutibile operazione.
Ad esser solo un pochino malvagi, questo prolisso copione che, se recitato integralmente,
durerebbe una mezza dozzina di ore, una di più del Parsifal,
una volta liberato dalla giungla delle tortuose sovrastrutture culturalistiche
che vi si abbarbicano da ogni parte soffocandolo, si può dire che, ridotto
all’osso – che è poi ciò che arriva al pubblico – consiste,
in tutto e per tutto, nella guerra all’ultimo sangue di due donne, una
suocera e una nuora, per il possesso di un uomo, punto e basta. Va bene che,
nella loro irrealtà visionaria, le due iene, demoniache, amiche-nemiche,
avversarie e complici, divorate da un’eguale, feroce e diversa sete di
dominio, sono una madre-vampiro e una moglie-amante con tutte le implicazioni
e le esplicazioni psicopsicopatologiche sentimentali e sessuali che le loro storture
comportano; d’accordo che l’oggetto della loro contesa è un
atletico giovanotto perpetuamente incerto e contraddittorio, tirato continuamente,
da una parte da un panteistico spiritualismo alla Rousseau e, dall’altra
da un concreto materialismo alla Rockfeller, prigioniero della propria infanzia
e – c’era da dubitarne provenendo dall’autore del Lutto
si addice ad Elettra? – col suo bravo “complesso di Edipo” non
risolto, che lo rende bisognoso di una moglie-madre e viceversa… tutto
quel che volete, ma siamo sempre lì.
Del resto, si sa: da geniale autodidatta, O’Neill era una carta asciugante.
Egli assorbiva tutte le possibili e immaginabili esperienze – specie europee – contenutistiche
e formali che gli venivano a tiro, ingurgitando ogni cosa senza, magari, cinque
volte su dieci, riuscire ad assimilarla facendola propria ed elevandola ad autonomo
livello d’arte. Nulla come quest’opera non rifinita e mancata, dove
tutto è precario e nulla è necessario, lo rivela con le sue soluzioni
provvisorie e intercambiabili. (Ieri sera, alle dodici e mezzo, l’ha avuta
mezza vinta la moglie; ma, una di queste sere, potrebbe benissimo averla vinta
la madre e sarebbe lo stesso).
Insomma, qui ci sono pantografati al negativo, la maggior parte, e, al positivo,
in scala ridotta, la minor parte dell’O’Neill di sempre. Il gigantismo
di cartapesta dei suoi personaggioni a tutto tondo, imbottiti di stoppa pseudofilosofica,
con le rapinose cateratte del loro incoercibile parlarsi addosso e la loro pericolosa
danza sui balconi della follia. La sua imprevista, approssimativa, sofisticata
e artificiosa problematica da autodidatta, il suo ingenuo simbolismo, il suo
entusiasmo e la sua generosità umanitaria, il suo semplicistico freudismo
ad orecchio, l’ambivalenza dei sentimenti in giostra: amore e odio, odio
e amore, perpetuamente in moto come si gioca a carambola, il suo neolitico quanto
utopistico idealismo e il suo brutale quanto sincero realismo, le sue grandi
manovre moralistico-patetiche, la sua facoltà infrenabile di gridare le
cose e la corrispondente incapacità di sussurrare i sentimenti, la sua
scoperta teatralità; tutto, non escluso il geniale pompierismo della sua
commovente buonafede; in fondo in fondo, l’ottimismo congenito del suo
programmatico pessimismo.
Salvo qualche trascurabile menda di tonalità, lo spettacolo è di
ottimo livello. Benché in contrasto col sostanziale realismo
della recitazione, frutto della pulita e scandita regia di Vittorio
Cottafavi – manco a dirlo disturbata dall’influenza – condotta
sulla diligente traduzione di Lauro dalla Rosa, l’ambientazione
scenografica di Tito Varisco è di suggestiva originalità e
risolve agevolmente il problema dei numerosi ambienti che si susseguono si
alternano nel copione. Diana Torrieri, oltre ad essere, in Italia,
l’interprete per così dire ufficiale di O’Neill,
ha una personale vocazione per i personaggi a sottofondo stregonesco
e satanistico, particolarità che, oltre ad un’interpretazione
di non comune e intelligentissimo scavo interiore, le ha valso un meritato
successo personale. Era, come, in minor misura, i suoi compagni, splendidamente
e numerosamente vestita da Luisa Spinatelli e abbondantissimamente
ingioiellata da Fratti. Qua e là un po’ sopratono ma di
schietto e maschio rilievo, Osvaldo Ruggieri; di insinuante perfidia
Leda Negroni; presente Mario Piave nell’infelice personaggio
di poche parole di un superfluo e inerte fratello del protagonista;
funzionali nelle loro fugaci apparizioni, Cesare Bettarini e Lorenzo
Logli. Un successo, come dire?, pensoso. |