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Piano, Solo
Regia di Riccardo Milani
Con Kim Rossi Stuart, Jasmine Trinca
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L'Unità, 21 febbraio 2008
Breve vita di Luca Flores
Il cinema «veltroniano» viene ufficialmente battezzato con l'uscita nelle sale di Piano, solo di Riccardo Milani, ispirato al libro di Walter Veltroni "Il disco del mondo". Vita breve di Luca Flores, musicista (edito da Bur). Poi toccherà a Senza Patricio, punto di partenza del prossimo film di Gianni Amelio (il bello dei film di Amelio è che si sa da dove si parte ma non si sa mai dove si arriva: è già successo con Pontiggia in Le chiavi di casa e con Rea in La stella che non c'è). E prima o poi, vedrete, ci scapperà anche un film da La scoperta dell'alba, il romanzo pubblicato nel 2006. Non c'è da sorprendersi. Veltroni ama il cinema da sempre, e il cinema lo ricambia: ora che ha scoperto questa vena di narratore, l'incontro era scontato. La verità è che il sogno segreto del sindaco di Roma è, probabilmente, di diventare egli stesso regista, ma chissà se ne avrà mai il tempo…
Usciamo dal «tema» e veniamo al film. Piano, solo è un'opera nobilissima, ma non particolarmente riuscita. È come se il regista Milani e i suoi sceneggiatori (Ivan Cotroneo, Claudio Piersanti, Sandro Petraglia), una volta azzeccato il titolo, se ne fossero lasciati condizionare. Il film sembra una sonata su una corda sola, quando la «vita breve» di Luca Flores ne avrebbe consentite molte altre; e sullo schermo - sempre per giocare sui numerosi titoli di questa storia - non si dipana «il disco del mondo», ma la musica assai più intimista di un ragazzo sfortunato e della sua complicata famiglia. Quando Luca aveva 6-7 anni, i Flores vivevano in Africa (il padre era geologo), e laggiù avvenne la tragedia che lo segnò per sempre: la morte della madre in un incidente d'auto. Nel film ritroviamo Luca a Firenze, impegnato in un esame al conservatorio: esegue magistralmente un brano per solo pianoforte di Rachmaninov, e il giorno stesso due ragazzi, Raffaele e Alessandro, gli chiedono se vuol suonare con loro in un trio jazz. Luca è preso alla sprovvista, ma l'ascolto, di più, l'immersione totale in un disco di Bud Powell gli cambia la vita. Diventa - e questa è storia - uno dei più bravi pianisti del jazz italiano, fino a suonare con Chet Baker, ma in parallelo con il successo cominciano i guai. Il trauma infantile non lo ha mai abbandonato, e la tormentata storia d'amore con Cinzia non lo aiuta: le crisi di depressione si infittiscono, le periodiche riunioni di famiglia sono disastrose e un viaggio in Africa, per rivedere i luoghi della felicità interrotta, è solo una parentesi nel dolore. Alla fine Luca si uccide.
L'unica parte vivace e interessante del film è la prima mezz'ora, dove si realizza, sullo schermo,quella che è la scommessa di ogni «biografia di artista»: il fertile contrasto tra la triste quotidianità della vita e le improvvise esplosioni di creatività. Non appena Luca si «sistema» con Cinzia, Piano, solo diventa un melodramma che individua nella famiglia il brodo primordiale delle nevrosi e del mal di vivere. Non è un caso che, in un cast complessivamente notevole, i più coinvolgenti siano Roberto De Francesco e Claudio Gioè, i due compagni di jazz con i quali Luca vive gli unici momenti lieti del film; mentre Jasmine Trinca (Cinzia), Paola Cortellesi, Mariella Valentini e Corso Salani (i fratelli) e anche il solito, straordinario Michele Placido sono costretti dal copione a fare la faccia perennemente abbacchiata. Se il film esiste, comunque, gran parte del merito è di Kim Rossi Stuart, un attore che dopo le prove degli ultimi anni (Le chiavi di casa, Romanzo criminale e la regia di Anche libero va bene) è definitivamente decollato verso la maturità. Se fossimo un cinema serio potremmo definirlo un divo nel senso più solido del termine: ma questa, non per colpa sua, è un'altra storia.
Alberto Crespi
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La Repubblica, 21 settembre 2007
Il film di Riccardo Milani da un libro di Veltroni racconta la vita del jazzista
"Piano, solo": Luca Florese l'insostenibile vita del solista
Questo film, Piano, solo diretto da Riccardo Milani e insieme con il regista sceneggiato da Ivan Cotroneo, Claudio Piersanti e Sandro Petraglia, non sarebbe esistito se prima non fosse esistito un libro. Quello, intitolato Il disco del mondo, pubblicato da Walter Veltroni nel 2003. Che a sua volta non sarebbe potuto esistere se il sindaco di Roma non si fosse imbattuto casualmente in un cd di Luca Flores, che fino a quel momento non conosceva, jazzista di genio morto suicida nel 1995 a 39 anni.
E' sempre stata una sfida infernale, per il cinema, quella di biografare i musicisti e di tradurre in un linguaggio concreto come è quello delle immagini e delle parole la loro musica. Difficile stabilire se il compito è ancora più arduo su una personalità che non gode di riconoscibilità planetaria. Se è un vantaggio raccontare Bob Dylan, come ha fatto con straordinaria audacia Todd Haynes nel film che le divisioni nella giuria hanno impedito di laureare Leone d'oro della Mostra di Venezia 2007. O se invece lo è la maggiore libertà di restituire una figura meno riconoscibile e quindi (pur rispettando, come in questo caso e con il supporto dei familiari, i reali dati biografici) più metaforica.
Luca Flores era nato nel 1956. Aveva trascorso quasi tutti gli anni 60 della sua infanzia in Africa, dove lavorava il padre geologo e dove egli vide morire la madre in un incidente d'auto. Divisa la numerosa famiglia, Luca si trasferì poi con una sorella a Firenze dove dimostrò il suo precoce talento, legandosi quindi ad altri musicisti jazz e arrivando ad affiancare personalità come Chet Baker.
Ma, pur senza alcuna vistosa inclinazione al cliché maledetto, al cliché "genio e sregolatezza", in lui talento artistico, sensibilità parossistica e dolore, autolesionismo e manie di auto colpevolizzazione hanno fatto, in modo crescente nel tempo della sua breve vita, tutt'uno. Fino al momento in cui, nel terrore consapevole dello scivolamento nella malattia mentale, pose volontariamente termine ai suoi giorni.
Solitario e taciturno, nella sensibilissima interpretazione che nel film ne dà Kim Rossi Stuart, a un certo punto al padre che dice "Noi Flores siamo tutti dei solisti" Luca risponde: "e non è detto che sia un bene". È uno dei centri del film. Nel tentativo di rappresentare la misura di un soffrire insopportabile, insostenibile.
Ecco uno dei tanti film che ci ricordano la dialettica tra il Vero e la sua Rappresentazione. La scommessa era alta, ambiziosa, nobile. Tutto del film dice di una forte e bella tensione al raggiungimento di un risultato convincente, emozionante e di autenticità. Eppure, e malgrado la prova di un attore così carismatico come è Kim Rossi Stuart, bisogna dire che non ci riesce del tutto.
Se quell'ultima manciata di minuti prima dei titoli di coda, occupata da un vero filmino della famiglia Flores, fa come almeno al sottoscritto ha fatto un potente effetto di scarto e di schiacciante superiorità emotiva (insomma effetto boomerang) rispetto a tutto ciò che precede, vuole forse dire che la difficile scommessa non è del tutto riuscita.
Michele Placido è il padre, Sandra Ceccarelli la madre, Paola Cortellesi, Mariella Valentini, Corso Salani sorelle e fratello, Jasmine Trinca la fidanzata, Roberto De Francesco e Claudio Gioè compagni di band.
Paolo Agostini
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