“…non è allegro abitare nel mondo: Iddio l’ha
affidato al diavolo… Sottintende figure ambivalenti l’idea
agostiniana che il potere abbia natura satanica: ‘Dio’ e ‘diavolo’,
nomi complementari; il secondo esibisce quel che l’altro nasconde”.
Così Franco Cordero in Fiabe d’entropia sintetizza
il volto oscuro del cristianesimo, sfigurato dall’angosciosa ossessione
del male e della colpa. È l’atmosfera che ritroviamo in Per
farla finita col giudizio di Dio di Antonin Artaud. Qui l’ateismo è proclamato
con una tale violenza verbale da trasformarsi in rito demoniaco per esorcizzare
l’orrore del potere repressivo e il disgusto del corpo dolorante
e putrido, tema quest’ultimo impregnato di valenze autobiografiche.
Nato come testo radiofonico pochi mesi prima della morte dell’autore, censurato
e riscoperto molti anni dopo, Per farla finita col giudizio di Dio non
ha perso la sua valenza visionaria e l’impatto violento dei suoi eccessi
verbali anche se al giorno d’oggi è molto più difficile suscitare
scandalo. È un’opera di difficile esecuzione, a volte faticosa,
fatta di frammenti che mescolano prese di posizione provocatorie sulla falsità d’ogni
razionalizzazione del mondo e martellanti evocazioni dell’unica verità possibile,
il dominio della pura corporeità e quindi della violenza e della malattia.
La regia di Annig Raimondi muove tre personaggi in un ristretto spazio oscuro
e claustrofobico, alternando esplosioni di violenza verbale e gestuale con momenti
solenni, quasi rituali, di puro strazio esistenziale. Anche se a tratti lo spettacolo è un
po’ difficile da seguire, l’impatto è forte e nei momenti
migliori di grande capacità evocativa. Brevi richiami alla vicenda di
Beatrice Cenci, storia d’incesto e di parricidio, accentuano la dimensione
simbolica, mitica in cui si muove Artaud, mito degradato, reso grottesco ma pur
sempre operante a livelli profondi dell’inconscio. Sullo sfondo, proiettate
su uno schermo, si susseguono immagini di anonimi momenti di vita che sottolineano
centralità e squallore del corpo ridotto a infimi dettagli resi quasi
ripugnanti. Gli interpreti s’impegnano efficacemente in ruoli molto impegnativi
pur con qualche forzatura di tono accompagnata a volte da eccessi sonori dello
sfondo musicale. Di particolare suggestione il monologo finale di Annig Raimondi
che scandisce ieraticamente un lento sprofondare nelle tenebre del dolore e della
morte.
Vittorio Tivoli