Ecco il segreto del «Pelagio»: il suo equilibrio
Grattar
barili per cavarne dimenticati oggetti d' arte è sempre
cosa meritoria per chi la pratichi, quand' anche l' oggetto
non sia dei più preziosi. Se ne giova il lavoro
dello storico, si comprende meglio il quadro estetico e
linguistico, si coglie l' humus da cui sortisce il capolavoro.
Al Festival della Valle d' Itria di Martina Franca ne hanno
fatto una vocazione. Non v' è Festival infatti in
Europa che si dedichi al sommerso musicale con altrettale
abnegazione. Ma merito ancor maggiore della piccola ma
ormai storica istituzione - le candeline sono già 34
- è d' aver riesumato numerose pagine non solo inedite
ma d' alto tasso qualitativo. Ultima fra queste è Pelagio,
titolo che occupa l'ultimo posto, cronologicamente, del
vasto catalogo di Saverio Mercadante. Risale al 1855 (Bellini
e Donizetti sono stramorti, Verdi s' è appena lasciato
alle spalle la cosiddetta Trilogia popolare), quando l'
autore d' Altamura (ennesimo pugliese neapolitanizzato
dell' opera italiana), ha ormai rinunciato ai tratti più sperimentali
della sua scrittura (Il bravo o Il giuramento) in favore
di quella ricerca di pulizia, equilibrio e buon senso che è propria
della maturità di tanti compositori. E tale appunto è il
segreto di Pelagio: né troppa «scena» né troppo «numero
strofico», né troppe «cabalette»,
né troppa tirchieria d' effetto. Ecco dunque un'
orchestrazione violenta, corrusca, che si alterna abilmente
a degli «obbligati» strumentali di magistrale
finezza (non è lui del resto l' autore del più bel
Concerto dell' 800 italiano, quello per flauto?). Ecco,
Pelagio è tutto questo, e a un grado d' invenzione
che non sconvolge ma non delude. Una bell' opera di mezzo
Ottocento, ancora confezionata con quel sano gusto artigianale
che nella seconda metà del secolo si sarebbe, Verdi
a parte, definitivamente perduta. Guidata da Mariano Rivas,
un interprete affidabile, che ha il solo torto di temere
il «grasso» orchestrale e a furia di levigare
la materia tende a ridurla a un aspetto un po' esangue,
l' Orchestra Internazionale d' Italia ne ha dato una esecuzione
rispettabile. E più che dignitosa è stata
pure (se non sulla scena, come cantanti) la prova degli
interpreti: il baritono Costantino Finucci nei panni del
re cristiano, il tenore Danilo Formaggia in quelli del
temibile rivale arabo Abdel-Aor e soprattutto il soprano
Clara Polito nella parte di Bianca, figlia dell' uno e
moglie dell' altro. Buon successo.
Enrico Girardi