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PATATINE DI CONTORNO
di Arnold Wesker
al Piccolo Teatro
regia di Raffaele Maiello
scene Ezio Frigerio
musica di Oriano Saracino
TEMPO 07/03/67

Di Arnold Wesker si ebbe occasione di parlare proprio qui, meno di un anno fa, quando lo Stabile di Torino mise in scena Radici, seconda giornata di una piuttosto candida trilogia autobiografica a carattere naturalistico-educativo, stillante, dietro la grinta della protesta, il socialismo deamicisiano di un velleitario neofita in buona fede, dove l’umanitarismo ottimistico dell’autodidatta poteva tranquillamente coabitare, senza avvertire la contraddizione, con l’istinto pessimistico di un temperamento un tantino algofiliaco, carico di irrisolte frustrazioni private, familiari, sociali, economiche ed anche razziali (il Wesker è di origine ebraica ed ebbe infanzia e giovinezza assai dure). Si osservò allora, di fronte alla disarmante sincerità onde appendeva i suoi ingenui ex voto nella cappella del proprio marxismo sentimentale, che se i problemi del socialismo si riducessero a una questione di cuore, egli sarebbe stato un maestro.
Purtroppo, non è che, oggi, dovendo tornar ad occuparci di lui, a proposito delle Patatine di contorno messe in scena dal Piccolo Teatro, il discorso debba molto cambiare, anche preso atto che, questa volta, il j’accuse vuol essere più generale e più particolare ad un tempo, e, soprattutto, meno privato, nel senso di meglio obiettivizzare, ancora una volta, un’esperienza autobiografica, condizionamento dal quale il giovanotto par proprio che non riesca a liberarsi e che, nel caso presente, mostra più scopertamente la componente del proprio vittimismo di inequivocabile tinta masochistica; aspetto, del resto, più o meno comune a tutti i protestatari del recente teatro inglese, fra i quali egli occupa il posto dell’arrabbiato mite con vocazione autocommiserativa.
È commovente l’impegno con cui, nella commedia, si sfondano delle porte spalancate. Dir no alla guerra, al militarismo, alla violenza, alle divisioni di classe, ai privilegi di casta, alla prevaricazione della personalità, all’oppressione della società che trasforma gli individui in altrettanti robot come fabbricati da una catena di montaggio, oggi tanto vale scoprire l’ombrello. Chi non è d’accordo?
L’autore che decida di immergersi nell’ovvietà di questi dibattutissimi temi ha, ormai, una sola giustificazione e una sola via di salvezza: quella della novità dell’angolatura nell’affrontarli, dell’originalità del tono nel dibatterli o della proposta di soluzioni, siano pure le più eversive. Niente di tutto ciò, nella commedia. Wesker si comporta con lo sgomento di chi scopre un male sconosciuto e con l’indignazione di chi lo denuncia e ammonisce di guardarcene per la prima volta, soltanto perché, avendo servito nella R.A.F., ha dovuto sperimentare le angherie a cui i caporali, da che mondo è mondo, sottopongono le reclute.
Per persuadere così il prossimo dell’ottusità dei regolamenti, della bestialità della disciplina e della feudale illiberalità delle gerarchie militari; per mettere in guardia la gente dall’analogia fra il microcosmo della caserma e il macrocosmo della società, siamo franchi: non era necessaria una commedia di protesta, e che, per giunta, chiude sul nulla di fatto di una inerte rassegnazione che lascia le cose come stanno.
Forse avvertendo vagamente l’angustia del proprio piccolo naturalismo appena eccitato da qualche frustata di sarcasmo, l’autore tenta di riscattarsene evadendo in un pericoloso vicolo cieco: quello di falsare il bersaglio esagerandolo all’eccesso; col risultato di rendere irreale e quindi impersuasiva una, ahimè, triste e palese realtà. In altre parole, cosa fa? Trasforma un corso di addestramento dell’esercito inglese in un specie di campo di concentramento razzista: vittime le mansuete reclute proletarie, aguzzini i perfidi ufficiali mangiapopolo.

Accentuando ulteriormente la marcia in codesto senso, lo spettacolo – in sé e per sé eccellente – chiede soccorso a Brecht con una recitazione tirante all’ “epico”, tramite una scenografia intimidatoria di Ezio Frigerio e una regia terroristica di Raffaele Maiello; e, perfino commissionando – parole a Roberto Pallavicini, musica ad Oriano Saracino – delle canzoni di denuncia, eseguite dal complesso beat dei “Meze”, ha cercato di perfezionare ciò che non era riuscito all’autore, cioè a dire di trasformare in pamphlet emblematico del semplice realismo patetico. Giovani ma ottimi e ottimamente diretti gli interpreti, dal Bertorelli al Dettori, dal Mezzera al Graig dal Fanfani al Biavati, al Bussolino.
   
© Sipario 2011