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Parole sante
di Ascanio Celestini
con Christian, Emanuela, Cecilia, Maurizio
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L'Unità, 25 gennaio 2008
Piccolo manuale di resistenza nei call center
Una premessa: Parole sante andrebbe visto se non altro per la trovata fulminante, bellissima, della storia sul rubinetto che gocciola, sintesi fantastica della situazione "allo stato" della nostra coalizione di governo. Come "due sinistre" in eterno confronto sulle architetture parlamentari talvolta dimenticano la sostanza del problema. Quella parabola potrebbe anche intitolarsi "Prima della Rivoluzione (semmai ci sarà)". Poi però, nel doc che è stato evento speciale alla Festa di Roma, Ascanio Celestini mette da parte le sue doti di affabulatore e cantautore e diventa attento ascoltatore. La telecamera è puntata sui volti e le parole dei lavoratori precari dell'Atesia, l'8° call center del mondo, 5000 dipendenti che mandavano avanti i servizi Telecom. Solo 1/10 "indeterminati". Adesso pochissimo è cambiato mentre Tronchetti ha venduto a terzi.
Un doc costruito prevalentemente di interviste che è un piccolo e prezioso manuale sulla lotta di classe autorganizzata e autogestita. E infatti Celestini ci ha allestito uno spettacolo itinerante e cangiante: ovunque arriva trova storie diverse con risultati simili. Anche perchè è questo il cuore della sua poetica: parafrasando il titolo di un suo spettacolo in progress, l'autore romano sta accumulando tasselli per una storia "dal basso" che racconti un passato che non si dimentica e un presente sempre più confuso.
Tornando al famigerato call center di Cinecittà a Roma, l'avventura inizia il 1° maggio 2000, data simbolo per far nascere l'"Assemblea Coordinata e Continuativa contro la precarietà". Ci stanno dentro alcuni di quelli che all'Atesia sono entrati dopo test attitudinali dettagliatissimi e 3 settimane di addestramento non retribuito, per fare poi "un lavoro da cassiera", dice una ragazza. Si pensa di passarci un periodo, per pagarsi gli studi magari, e si resta per anni perché non si sono prospettive all'esterno. A combattere con le telefonate da 2 minuti e 40 secondi (si viene pagati a cottimo e con limiti di durata) e assistenti di sala, pagati anche loro molto poco, che però giocano a fare i capetti e stanno dalla parte dell'azienda. Credendo di essere arrivati.
Ma il fuoco si accende nel 2005, quando si forma il Collettivo PrecariAtesia, che si riunisce in una sede piccolissima e fatiscente all'Alberone. Con nessuno di esperienza si organizza un primo incredibile sciopero: adesioni al 90% per "una giornata di liberazione con salsicce e vino" seduti fuori dalla sede fino a notte. L'attenzione dei media cresce. In breve l'Ispettorato del lavoro notifica all'Atesia l'ordine di assumere tutti i lavoratori perché la loro non è un'attività a progetto ma un vero impiego subordinato. Troppa grazia. E infatti l'azienda resisterà, arriverà la Finanziaria 2006 che dimezza l'obbligo dei pagamenti pregressi per chi stabilizza i lavoratori. Si inseriscono i sindacati "istituzionalizzati" che firmano un accordo con Atesia. La Cgil organizza una consultazione nazionale: si al 100% in tutta Italia (per alzata di mano), vince il no solo all'Atesia, dove si vota con regolari urne.
Molti firmeranno il contratto a 550 euro e un Atto di conciliazione che dispensa l'azienda da rogne sul "prima". E i ragazzi del collettivo? Quasi tutti fuori, tra chi ha rifiutato di restare "sul Titanic che va a fondo", chi non ha ricevuto il contratto, chi ha lasciato per una malattia da lavoro nemmeno riconosciuta dall'Inail. E comunque 15 di loro in breve ricono un avviso di garanzia per istigazioni varie. Celestini fornisce cifre: dal 2000 a oggi si sono persi il 15% di contratti "indeterminati" tra i neo assunti. Il trend è preoccupante? E pensare che gli intervistati sono "precari che ridono pure", addirittura. Gente che ci era arrivata al call center anche perché c'erano belle ragazze. Matrimoni ci sono stati ma "fondati sui debiti", naturalmente. Un po' come l'Italia, che è una repubblica fondata sul lavoro. Sempre più precario.
Pasquale Colizzi
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Corriere della Sera, 1 febbraio 2008
Vita da precari secondo Celestini
Se la tv credesse nella funzione civile e sociale, il film di Ascanio Celestini Parole sante dovrebbe passare su Raiuno in prima serata. Non è questione politica: il documentario sul mondo dei precari e la loro lunga lotta per il riconoscimento sindacale ma soprattutto per ritrovare la dignità del lavoro è la radiocronaca delle coscienze giovanili con contratto a termine: sono i 4000 lavoratori del call center dell'Atesa. Celestini, uno dei talenti del nuovo teatro, registra molte interviste, osserva molti sguardi, indaga sul passato, il presente e il futuro di una generazione che comunque non ha perso la voglia di lottare, formando un collettivo, e di scherzare. Non è il Titanic, lo spettacolo è nel contratto, ma stiamo comunque ballando sul precipizio, avverte l'autore che inizia e finisce questa bella, forte testimonianza con una geniale metafora sull'uomo e la goccia in cui si può leggere destra, sinistra, crisi di oggi, Prodi etc.
VOTO: 8
Maurizio Porro
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La Repubblica, 1 febbraio 2008
Le "Parole sante" di Celestini
mondo reale dei ragazzi precari
C'è il mondo virtuale dei ragazzi di Moccia, che al cinema fa incassi da capogiro, e c'è il mondo reale dove i giovani vivono: quello dei call center, ad esempio, girone infernale in Terra dove ci si danna l'anima per una manciata di euro al mese. A raccontarlo provvede Ascanio Celestini che, con la sua barba da profeta, è tra i migliori esponenti del teatro di narrazione odierno.
Celestini ne ha fatto uno spettacolo, ma anche un documentario, Parole sante (sottotitolo "storie di autogestione e di precarietà nel più grande call center italiano"), un esempio di cinema militante e di controinformazione come non se ne vedevano da anni.
Le vicende dell'Atesia di Cinecittà, bacino di precariato al servizio della maggiore compagnia telefonica italiana, sono ricostruite attraverso le testimonianze di Maurizio e Gianluca, Cecilia ed Emanuela, Christian, Alessandra e altri giovani che, tra il 2005 e il 2006, scesero in sciopero contro lo sfruttamento del lavoro "a progetto", pagandone caro il prezzo.
In conclusione, Celestini definisce il suo film "un po' loffio, un po' moscio", perché privo di azione e avventura. Meglio non credergli e andare a vederlo, prima di tornare ai "film di fantascienza" sui giovani d'oggi.
Roberto Nepoti
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