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Parigi
Parigidi Cédric Klapisch
con Juliette Binoche, Romain Duris (Francia, 2008)
 
Corriere della Sera, 3 ottobre 2008

Destini incrociati dove tutti tradiscono

Dopo Spagna e Russia, l'originale Cédric Klapisch torna nella sua Parigi per glorificarne la «pariginità», quell'insieme di malinconia solare che si esprime nelle «choses de la vie» che un ex ballerino malato osserva dal balcone di casa (Romain Duris, alter ego d'autore). Un puzzle alla moda dei destini incrociati (citiamo anche La Ronde) dove tutti tradiscono e nessuno colma carenze di affetto, mantenendo il complesso di colpa intatto, ché sgorga la coscienza. Personaggi curiosi di cui siamo affettuosamente complici (Binoche, l'impareggiabile Luchini, intellettuale in amore), anche se tutto si prolunga. Ma Parigi mai così cinemascopica val una puntata sentimentale di leggera profondità dove si intrecciano privacy varie e si accennano temi alti, un giro dell'oca di solitudini e brevi incontri, pure al mattatoio. Finale a cuore aperto, sapore borghese alla Lelouch & Sautet con qualche Amélie.

VOTO: 7
Maurizio Porro

 
L'Unità, 25 settembre 2008

Storie minime in un posto qualunque

Pare che i parigini non siano mai contenti della loro città: la vorrebbero meno caotica, più funzionale, economica per viverci. Sottoscriviamo, da Roma. Ma come dappertutto si tira avanti, ciascuno con la propria storia. Capita che un ballerino all'improvviso si ammali di cuore e rischi di morire e la sorella con figli si trasferisca da lui per accudirlo. E che ogni giorno il mercato apra con le sue bancarelle e di sera si celebri un'altra sfilata di moda con parterre adeguato e in una nottata un po' folle i due mondi si mischino. Che un palazzo venga giù per costruirne uno nuovo, e che i lavori fervano come in casa dell'architetto, che aspetta un figlio dalla compagna. Che una dolce ragazza trovi impiego in una panetteria e che un depresso professore universitario s'innamori di una bellissima studentessa e che lei ci stia, per qualche volta. Ok, è un film ma accade. Parigi: larghi boulevard che si distendono fin quasi alle banlieuve, i caffè e i parchi, palazzoni d'epoca con le pareti che potrebbero raccontarla e nuovi quartieri, che devono invogliare la gente a spingersi fuori dal centro. E se non lo faranno di spontanea volontà, ci penseranno i prezzi.

Scommettiamo che Cédric Klapisch aveva tante storie buttate giù su un taccuino e una location. Gli mancava un titolo. Perdonato. Sicuramente non è il Fellini che scrisse e girò Roma arrivando ad un risultato da capolavoro. Ma il cinema è imprevedibile e ciascuno si confronta con il proprio talento. Però Klapisch non voleva fare nemmeno una puntata di Super Quark e bastano le belle e un po' vuote parole del professore universitario mentre registrava la trasmissione tv - sullo spleen di Baudelaire e la sua poesia esplosa - per capire che lo spirito di una città è imprendibile. Tanto vale muoversi in orizzontale, esplorando le vite dei suoi abitanti. E a Klapisch non manca il gusto della narrazione, sa tenere le fila del discorso, ama osservare e manda la musica con tempismo. Così l'affresco corale, con un po' di furbizia e sano mestiere, alla fine funziona. Lunga lista di interpreti, alcuni abbastanza ispirati, da Juliette Binoche ad Albert Dupontel e quel Romain Duris, il ballerino zoppo (ops, malato di cuore), già nell'esordio del regista, Ognuno cerca il suo gatto, e poi in tutti i lavori successivi passando per il must dell'universitario Erasmus ne L'appartamento spagnolo.

Pasquale Colizzi

 
Corriere della Sera, 28 settembre 2008

Parigi Quei venti personaggi «spiati» dal balcone: un affresco multietnico
Avrebbe potuto intitolarsi anche «i parigini» perché sono loro in fondo che danno volti e forme alla città, ognuno portando il proprio piccolo (e colorato) contributo di vita vissuta. Ma anche Parigi, dove l' indeterminatezza narrativa finisce per essere compensata dalla precisione geografica, è titolo abbastanza evocativo. E soprattutto esplicativo delle intenzioni del regista Cédric Klapisch, che sulle storie corali - ora più, ora meno - ha costruito praticamente tutta la sua carriera, a cominciare dall' esordio di Rien du tout, dove un supermercato faceva da cornice alle tante storie che ospitava. Qui la cornice è tutta la città, spesso osservata da un balcone che si affaccia su Menilmontant, nel ventesimo arrondissement, da cui si vedono i simboli più scontati della pariginità - la Tour Eiffel, il Sacre Coeur di Montmarte - intrecciati con i mercati rionali, le viuzze nascoste, i bar dove passare i pomeriggi... A dar vita alla cornice ci pensano una ventina di personaggi, ognuno colto in un breve momento della sua vita ma capace di farne emergere il carattere, di fissarne per un attimo una debolezza o una inaspettata risorsa. E naturalmente di contribuire al ritratto collettivo della città che li ospita. Al centro, proprietario del balcone a Menilmontant su cui passa ore a osservare la città, c' è Pierre (Romain Douris, che con Klapisch aveva già fatto sia L' appartamento spagnolo che Bambole russe), ballerino di medie speranze - lo si vede esibirsi brevemente al Moulin Rouge - a cui una misteriosa malattia al cuore lascia solo il 40 per cento di speranze di vita. È attraverso i suoi occhi che scopriamo i diversi volti degli abitanti del quartiere, con cui a volte sua sorella Eloise (Juliette Binoche) entra in contatto. Assistente sociale dalla vita sentimentale un po' «arruffata», Eloise decide di trasferirsi dal fratello con i tre figli, per aiutarlo nell' attesa del trapianto e soprattutto fargli da tramite con un mondo esterno che, per stanchezza e poca voglia di vivere, lui non frequenta quasi più. Così attraverso le spese quotidiane di Eloise, conosciamo una panettiera piuttosto razzista (Karin Viard, altro volto feticcio di Klapisch), il fruttivendolo Jean (Albert Dupontel) che lavora ancora con l' ex moglie Caroline (Julie Ferrier), nonostante ne sia separato da un anno, il pescivendolo Franky (Gille Lellouche) piuttosto greve nei suoi corteggiamenti verso Caroline, e poi Mourad e Nanar che dividono le fatiche del mercato con Jean e Franky, ma anche le serate al bostrot e le notti ai mercati generali di Rungis. E ancora Laetitia (Mélanie Laurent), studentessa decisamente piacente che Pierre osserva dalla finestra, e che nonostante la corte di un coetaneo accetta le avances un po' impacciate del suo professore di sociologia urbana Roland (Fabrice Luchini), fratello di un architetto (François Cluzet) che è il suo esatto opposto. Come avviene per il panorama urbano, anche per quello «umano» Klapisch non ha paura di cadere nei luoghi comuni (come la notte «brava» di quattro signore modaiole finite chissà come ai mercati di Rungis e naturalmente «preda» dei quattro amici) e anzi li mette in scena con un certo ingenuo orgoglio arrivando così a togliere loro la patina di prevedibilità per raccontare la vita quotidiana in tutte le sue forme, anche le più scontate e abusate. E diversamente da un Lelouch non si preoccupa di legare tutte le storie in un finale di «ricomposizione»: l' avventura sentimental-erotica del professore corre parallela all' attesa dell' operazione di Pierre e se non fosse per qualche casuale sguardo quei due mondi nemmeno si sfiorerebbero. Klapisch non vuole dare un senso a tutto, ordinando in qualche modo le vite dei suoi parigini dentro una trama dove tutto si tiene e trova un senso. No, i suoi personaggi a volte si incontrano a volte si dividono (anche in maniere tragiche) ma proseguono ognuno per la propria strada. Anche se poi il coraggio del regista sembra fermarsi a metà, scegliendo di raccontare la faccia multietnica di Parigi attraverso il più scontato (e ricattatorio) dei pretesti (l' immigrato clandestino dal Mali) e finendo per relegare alcuni personaggi troppo sullo sfondo così da farli sembrare un po' dei riempitivi. Alla fine, l' ambizione di raccontare una città attraverso i suoi abitanti resta solo un meritevole proposito riuscito a metà, né davvero ritratto sociologico (nonostante le spiegazioni dotte di Roland su Parigi che, citando Baudelaire, cambia più veloce di un cuore) né davvero appassionante vivisezione del suo cuore pulsante.

Paolo Mereghetti

 
Il Mattino, 28 settembre 2008

A Parigi sulle tracce della vita e della morte

Raccontare - sia pure indirettamente come sfondo - una città come Parigi, uno dei set naturali per eccellenza, è sempre operazione rischiosa perché il fascino particolare, l'esuberanza espressiva, la tendenza a risucchiare i personaggi possono facilmente far scattare le trappole oleografiche. Forse per questo per il suo «Parigi» il francese Cédric Klapisch (autore di alcune incisive commedie corali generazionali come «Ognuno cerca il suo gatto», «L'appartamento spagnolo») ha scelto di mettere al centro la grave malattia di un giovane che non sa quanto gli resta da vivere, quindi comincia a guardare la sua esistenza e quella degli altri con occhi completamente diversi e anche la meravigliosa capitale francese viene osservata da un'angolazione insolita. Pierre è un malato terminale di cuore in attesa di un trapianto, sa che le possibilità di farcela sono poche e comincia a entrare in rapporto con uno spirito nuovo con parenti e amici e con coloro che conosce ora. In realtà il suo male serve anche a evidenziare e misurare il malessere, le insoddisfazioni sentimentali, il disagio esistenziale di quelli che lo circondano. Sua sorella (la magnetica Juliette Binoche, nella foto in una scena), assistente sociale separata, è bloccata e alla fine cede al corteggiamento di uno degli uomini di una comunità di maschi rudi e simpatici che lavorano al mercato ortofrutticolo e si contendono una procace ambulante. Un professore universitario (l'impagabile maschera di Fabrice Luchini) si divide tra l'innamoramento per una bellissima allieva (che ha stregato anche Pierre) e l'irrisolto rapporto conflittuale con suo fratello. Altre piccole storie s'intrecciano nella metropoli filmata nel suo aspetto malinconico e solitario con improvvisi exploit di calore e luminosità. La commedia drammatica umana di Klapisch ruota con incisività impressionistica (grazie all'ottima direzione degli attori e a una scrittura articolata e robusta) intorno alla paura della morte, alla solitudine, ai sogni e alle delusioni, alle passioni e alle sconfitte, all'indecifrabilità femminile. Ma sconta la lunghezza eccessiva (130 minuti), l'incertezza tra la centralità del calvario di Pierre e la vocazione del regista alla coralità, tra lo sguardo interrogativo del malato e quello realistico di Klapisch, le digressioni africane inutili, certi montaggi paralleli stucchevoli.

Valerio Caprara

 
Il Manifesto, 26 settembre 2008

Sotto i tetti di Parigi, romantici e melanconici

Sinfonia di una metropoli, tra Satie e torre Eiffel, con Binoche e Luchini. I parigini veri e quelli «falsi», i bretoni, i normanni, i camerunesi e i maghrebini. Le vite e i destini misteriosamente intrecciati o divergenti

Documentarista (i Masai), insegnante alla Femis di Parigi e alla Columbia di New York, regista e sceneggiatore di almeno un film culto delle film commission ( Chacun cherce son chat , '96), il parigino delle banlieu (Neuilly sur Seine) Cedric Klapisch, 47 anni, oscilla tra Pialat, Cassavetes e Altman, come suoi sbandierati riferimenti cinematografici, ma qui, in Parigi (Paris), fa proprio il suo Manhattan , incrociando storie oblique e destini paralleli tra Montmartre, torre Eiffel, Marais, Pere Lachaise e il mercato generale di Rungis. Klapisch tende a un narrare denso e espanso, più che fluido e a direzione univoca. Non crede che un film sia un'idea da illustrare e adornare come un albero di natale, ma è esplorazione di atti, e sequenze di atti, indecifrabili e anche emozionalmente opachi.
Cinema d'attori, dunque (Romain Duris, che fa Pierre, è al sesto Klapisch), ma anche di spazi e giardini e paesaggi. Parafrasando Vachel Lindsay ( L'arte del film, appena tradotto da Marsilio) si potrebbe dire che un film di Klapisch è «urbanistica in movimento», al contrario di un film classico d'azione («scultura in movimento») o di un film intimista («pittura in movimento) o di un kolossal («architettura in movimento»). Delicato e leggiadro, ma anche energetico esercizio di film corale, a tratti un po' banale, non fosse per l'abuso di Erik Satie melodie di sdolcinatezza cariata e tumorale (come Gnossiennes n.3 ) trasformate in segnali standard della malinconia esistenziale - e cartolina d'amore dedicata a una città meravigliosa, ma ostica, come Parigi, Paris non cerca di tingere di rosa il mondo che racconta: quello degli immigrati dal Camerun, sedotti e abbandonati dalle ricche borghesi annoiate; delle assistenti sociali «che vorrebbero anche un po' pensare a se stesse»; degli homeless, dei precari e degli psicoanalisti disincantati; degli urbanisti schiavi dei compromessi; dei luminari di storia che si «svendono» alla tv per 100 mila euro ma vanno in pezzi dopo la morte di papà; di studentesse dalla radiante bellezza, come Laetitia, «quasi oscena», che fanno a polpette quei prof cinquantenni e seduttori noiosi come Roland (Fabrice Luchini, imperdibile, però, la sua imitazione di Jerry Lewis/Travolta sulle musiche di James Brown); dei pescivendoli rimorchioni ma sentimentali; dei fruttivendoli timidi ma ostinati; delle panettiere reazionarie, che sopportano solo commesse alsaziane e normanne, al massimo maghrebine, ma non le bretoni, «pessime venditrici, troppo chiuse in se stesse»; i bambini delle elementari che forse non credono più in Babbo Natale... Il film non vuole aggiustare storie d'amore o riparare le passioni appassite, soccorrere i sofferenti o miracolare i morenti, anzi fa un po' il contrario. E se i parigini sono chiusi, duri, introversi, nascondono, dentro una città luminosa e fascinosa, i loro segreti, timori e psicosi, meglio farli morire, scontrare, o deragliare, o piangere o ridere d'un tratto, ma rispettarli per come sono, invece che condurli, grazie a un'altra Amelie Poulain, all'happy end fasullo. Quasi una «macchina jettatoria» in stile Cicalata di Nicola Valletta, dunque è quella messa in moto da Klapisch per riflettere sulla felicità e caducità della vita, a cominciare da Pierre (Romain Duris) - a cui i medici diagnosticano fin dalla prima scena seri e forse fatali problemi cardiaci. E lui è un ballerino dal glorioso passato da prima serata tv che ha una sorella, ormai single, Elise (Juliette Binoche) che dovrà stargli accanto; un'amica, che poteva diventare il suo grande amore (e invece si limita, durante il party d'addio, a ballare con lui, nonostante una fastidiosa attesa che culmina con la coraggiosa frase: «La pipì può aspettare!»); e una dirimpettaia, voyeuristicamente desiderata, ma che non diventerà mai un «trapianto d'affetto» perfettamente riuscito.

Roberto Silvestri

 
Il Messaggero, 26 settembre 2008

Lasciatevi incantare
dalla Parigi di Klapisch

Grande cast, tocco lieve e sapiente, tante storie intrecciate. La sinfonia di una città unica al mondo

Una grande metropoli, una serie di personaggi che si incrociano senza conoscersi, un susseguirsi di incontri e coincidenze che dà a questi frammenti di storie fascino e coerenza, uno sguardo d'insieme sulla città che collega e in certo modo rende possibili tutti questi personaggi, le loro vite, i problemi piccoli o enormi con cui hanno a che fare ogni giorno. È il trascinante Parigi di Cedric Klapisch.
Chi ricorda il delizioso Ognuno cerca il suo gatto, storia "di quartiere" in cui ogni vicolo dell'XI arrondissement parigino nascondeva (o rivelava) una storia, sa che Klapisch ha il senso del dettaglio, la mano lieve e il dono di dipingere un carattere in una scena. Parigi è quasi un remake "espanso" e pieno di grandi attori di quel piccolo film fatto con giovani talenti e interpreti non professionisti. Al posto del quartiere della Bastiglia, allora in piena trasformazione, c'è l'intera città con tutta la sua storia addosso (il personaggio di Luchini è addirittura uno storico di Parigi, mentre suo fratello François Cluzet, architetto, sta ridisegnando una fetta della Rive Gauche). E una piccola folla di personaggi scelti nei quartieri e nei ceti più diversi, con quel misto di grazia e ironia che è il marchio di Klapisch.
Inutile cercare figure bizzarre, occasioni stravaganti, accostamenti inattesi. In fondo viviamo tutti le stesse cose ogni giorno, amori e morti, corteggiamenti e separazioni, malattie e crolli nervosi. Non conta l'originalità o la sorpresa, conta la verità che il film estrae da ogni situazione e il modo in cui le collega.Ecco dunque Romain Duris, ex-ballerino del Moulin Rouge, in attesa di trapianto di cuore (Klapisch non teme i cliché: qui ce ne sono addirittura due insieme e va benissimo così). Ecco sua sorella Juliette Binoche, separata con figli, e il professore di mezz'età (Fabrice Luchini), che nella prima scena seppellisce il padre, nella seconda resta folgorato da una studentessa (Mélanie Laurent), nella terza la inonda di sms, passando dal gergo giovanile ai versi di Baudelaire...
Intanto un maestro di nuoto africano viene rimpatriato a forza. Un gruppo di fotomodelle si concede una notte brava nei mercati generali, con annessi brividi galanti (ma il verduraio Albert Dupontel, uomo sensibile e neovedovo, si tira indietro: «Non so se mi piace quando è così formidabile!»). Ecco ricordi d'infanzia, sedute di psicanalisi (una sola scena, ma vale tutto Woody Allen), sogni d'architetto girati in 3 D (altra bella scena), panettiere soavi e razziste, amori a sorpresa, amori di ripiego, amori solo sognati. E tutta una costellazione di rapporti famigliari o sentimentali, fratelli e sorelle, genitori e figli, docente e allieva, così parigini e insieme universali che a fine film non sappiamo se abbiamo viaggiato più dentro o fuori di noi. Classico e contemporaneo, antico e moderno. Come Parigi.

Fabio Ferzetti

 
Il Giornale, 26 settembre 2008

In questa Parigi noiosa stona anche la Binoche

Parigi da anni offre ai registi di girare film nei suoi quartieri, a gloria dei medesimi. Paris, je t'aime, film a episodi di e con grossi nomi, in Italia non è arrivato nonostante la vetrina diCannes 2006. Arriva ora invece il modesto, corale Parigi di Cédric Klapisch. Anch'esso è a episodi, ma intrecciati alla buona: si parte dal trapianto per un ballerino (Romain Duris) e dall'ansia della matura sorella (Juliette Binoche) per incrociare lo storico neoorfano infoiato (Fabrice Luchini), il pesciaio quasi vedovo (Albert Dupontel), la fornaia lepenista (Karin Viard), lo psichiatra disincantato (Maurice Benichou). È un parlarsi addosso, specie del personaggio della Binoche, che non imbrocca un bel film da Cuore in inverno.

MC

© Sipario 2011