|
|
| |
| |
| ricerca per titolo |
| A | B | C | D | E | F | G | H | I | J | K | L | M | N | O | P | Q | R | S | T | U | V | W | X | Y | Z | 0-9 |
| |
|
| * Per leggere
la trama clicca sulla Locandina |
Paranoid Park
di Gus Van Sant
con Gabe Nevins, Taylor Momsen, Grace Carter (Usa, 2007)
|
| |
Corriere della Sera, 14 dicembre 2007
Vivere di solo skate Il nulla dei giovani
Film gemello di Elephant: Gus
Van Sant cerca di afferrare e capire i teenagers in equilibrio delicato
sugli skateboard e in lotta con la forza di gravità e le leggi morali dentro e-o fuori di noi. Delitto
e castigo coi ragazzini che volteggiano sugli skate nell' infernale ed
asettico Paranoid Park dove per caso, alla Camus, assistiamo alla morte
accidentale di un uomo innocente. Quasi senza parole (con le musiche
felliniane di Rota che fanno uno strano effetto), fissando i corpi e
gli sguardi, l' autore è sempre più Autore, confessa l'
impotenza dello sguardo e accusa lo stordimento generazionale. Sarà difficile
ma utile prendere coscienza ed è qui che Van Sant è mago
di prodigi, inquadrando anima, corpo, emozioni di questi adolescenti
belli e disadatti alla vita. Un tipo di film che pare affondare in un
invisibile baricentro, ma che scambia le terse inquadrature una per l'
altra fino a un risultato finale che è comunque una discesa a
spirale nel Nulla. voto 8
Maurizio Porro
|
| |
Il Giornale, 14 dicembre 2007
Il ragazzino fanatico dello skateboard diventa killer per solitudine
e apatia
Vincitore con Elephant (2003) del Festival di Cannes che spettava
a Mystic River di Clint Eastwood, Gus Van Sant ha ottenuto un altro premio,
minore ma sempre ingiustificato, al Festival del 2007 per Paranoid Park
(«Parco
della paranoia»), vicenda di un adolescente (Jake Miller) indifferente
alle ragazze ma sensibile, senza eccellere, allo skateboard. Solitudine
(i genitori divorziano, il fratello è piccolo, i compagni sono
grossolani) e apatia, in un quartiere di Portland (Oregon) sono un terreno
di cultura analogo a quello degli assassini di Elephant. Ma il ragazzo
di Paranoid è un omicida solo preterintenzionale: di un guardiano
manesco, tagliato in due dalle ruote di un treno. La fotografia è di
Christopher Doyle, dunque di qualità. Resta che i film di Van
Sant sembrano sempre il pretesto del regista per trovar ragazzi...
Maurizio Cabona
|
| |
Il Tempo, 8 dicembre 2007
Con invenzioni — nelle tecniche, nelle immagini — di assoluto rigore.
Nell'ambito di un cinema alto che, mirando alla perfezione, rifiuta le concessioni.
Esattamente come nel film di oggi che, senza giudicare, solo osservando, ci fa di nuovo incontrare un adolescente, figlio di genitori in procinto di divorziare, la cui unica passione è lo skateboard. Lo pratica in lungo e in largo, con amici e compagni di scuola, osando a un certo momento cimentarsi in una pista — da loro definita Paranoid Park - che, oltre ad essere mal frequentata, presenta aspre difficoltà a chi osa servirsene. Una sera, dopo aver tentato con un altro skater uno spericolato esperimento su un treno in corsa, provoca la morte, in modo del tutto accidentale, di un agente della sicurezza ferroviaria. Fugge subito e tace, anche quando, a scuola, la polizia comincia a fare domande...
Il film è qui. nel tormento segreto dell'adolescente che non osa confidarsi con nessuno e tanto meno coni suoi, sempre più distratti dai loro problemi, e che a poco a poco si fa sommergere dal rimorso. Senza trovarvi soluzioni.
Gus Van Sant segue da vicino il progressivo crescere di questo rimorso. Analizza il personaggio che ne soffre, gli evoca attorno ragazze e ragazzi che, al suo fianco, si muovono in cifre di assoluta cronaca quotidiana, facendoli sorgere tutti davanti alla macchina da presa con una immediatezza che, appunto senza cedere mai a giudizi morali, si limita a proporli. Con modi in cui il cinema si impone con vitalità splendida. Sia quando vien fatto scaturire da immagini in cui, ora in super 8, ora in 35, ora in digitale, si privilegiano spesso i primi piani, tenuti a lungo, grazie, ancora una volta dopo «Psycho», alle luci spesso livide della fotografia di Christopher Doyle, sia quando, le sostiene una colonna sonora in cui, insieme con notissime canzoni, si possono ascoltare anche precisi riferimenti a Nino Rota e alle sue musiche per «Giulietta degli Spiriti» e «Amarcord».
Ad aumentare verità e immediatezza, la presenza di interpreti per la maggior parte presi dalla strada. Il protagonista è il sedicenne Gabe Nevins, in cui, pur con mimica quasi immota, si riflette a si anima il dolore di vivere.
Gian Luigi Rondi
|
| |
Il Mattino, 8 dicembre 2007
Van Sant e un reportage sulla difficoltà di crescere
Il cinquantenne Van Sant è un regista dalla filmografia divagante e discontinua, ma mai banale nel reinventarsi un tono e uno stile: se «Elephant» (nonostante la Palma d'oro vinta nel 2003) e «Last Days» ci erano sembrati pretenziosi e fasulli, «Paranoid Park» ritrova l'inquietante essenzialità di «Drugstore Cowboy» e «Da morire». La trama si basa su un esile romanzo-verità di Blake Nelson: Alex, biondino sedicenne allievo di un liceo di Portland, provoca accidentalmente l'orribile morte di un agente della sicurezza ferroviaria. La causa andrebbe ricercata nella sua smisurata passione per lo skateboard, ma in realtà a trascinarlo in un abisso senza uscita sono state le cattive frequentazioni presso lo skatepark più malfamato della città o, meglio ancora, le oscure turbe generate dall'età ingrata per definizione. La suspense trasforma l'apparente banalità da serial adolescenziale in una sorta di reportage psicologico. Van Sant è pienamente autore per come organizza l'impatto drammaturgico tra l'opaca gioventù di un'appagata provincia e la gelida evidenza del delitto, un atto gratuito senza rimorso degno di Camus e Dostojevski. Alex, interpretato dal commovente Gabe Nevins, decide di non confidare niente a nessuno, eppure sembra che gli amici, la fidanzatina, i genitori - più ancora degli investigatori della poliziam - lo svuotino di ogni energia e ne distruggano le difese in un cupo ripiegamento che corrisponde, in fondo, all'accettazione "adulta" dell'anonimato e della tristezza.
Valerio Caprara
|
| |
Corriere della Sera, 7 dicembre 2007
Delitto e castigo nel 2007
Dite con le vostre parole il contenuto di «Delitto e castigo». Per Blake Nelson scrivere Paranoid Park (Rizzoli) dev' essere stato un po' come svolgere il tradizionale tema scolastico: e infatti ha ripreso la trama del romanzo russo, trasferendo l' azione dall' 800 ai nostri giorni e da San Pietroburgo alla sua città, Portland (Oregon). Di dostoevskiano resta solo l' epigrafe («Giovanotto... sul vostro viso io leggo come un certo affanno») e un fuggevole accenno a Memorie dal sottosuolo, ma i personaggi principali sono tutti presenti. L' innominato protagonista è un Raskolnikov sullo skateboard che ha ucciso non in base a una perversione filosofica, come nell' originale, ma in un incidente fortuito; l' ispettore Brady, che indaga sul caso, è la copia conforme di Porfirij; e Sonja diventa una comprensiva compagnuccia d' infanzia che si chiama Macy. A lei sono rivolte le sei lettere che dal 3 all' 8 di gennaio, ovvero dopo tre mesi trascorsi dalla notte fatale, il ragazzo scrive per sfogare i rimorsi. Da un libretto che può venir considerato una curiosa parafrasi letteraria tonificata da frequenti notazioni sugli usi e costumi delle tribù giovanili nella provincia americana, Gus Van Sant ha ricavato un film di firma. Ha dato un nome al protagonista, Alex, ha fatto del detective un orientale alla Charlie Chan e ha rispettato (ma, come vedremo, senza assegnarle la vittoria) le prerogative della figura femminile. Ha soprattutto ribaltato la struttura narrativa, che da cronologica com' è sulla pagina diventa zigzagante e sussultoria mentre l' operatore Chris Doyle accompagna i giovani skateboard nelle loro evoluzioni quasi accarezzandoli con lo sguardo. Quando il film inizia, tutto è già successo: su una panchina vediamo Alex che comincia a scrivere le lettere. Subito dopo a scuola appare il detective per indagare non si sa ancora su cosa. Nel romanzo la scena del delitto è all' inizio, qui arriva oltre la metà e ancora in modo ambiguo: l' angosciato ragazzo non confessa subito ciò che è successo e il regista fa sospirare il momento in cui tirerà fuori la carta coperta. Orologio alla mano, sono trascorsi 45 minuti quando finalmente apprendiamo dal telegiornale che un sorvegliante delle ferrovie è stato trovato morto, anzi tagliato a metà, sul binario di un treno in transito nei paraggi di Paranoid Park, paradiso (o inferno?) dello skateboard. E a questo punto non ci viene risparmiata una visione da horror, quella del mezzo uomo che si protende verso il terrorizzato Alex tentando di parlare. Adesso possiamo davvero condividere il trauma del protagonista a seguito del macabro infortunio, la nausea, il rimorso incoercibile, l' impossibilità di tornare a vivere normalmente la sua vita di ragazzo. Anche Jennifer, la compagna di scuola che gli si offre, non riesce a distrarlo dal suo pensiero fisso, tanto che lui la respinge in un confronto sul quale Van Sant (e qui si vede il regista) toglie il dialogo e lascia che a raccontare la situazione, siano le espressioni e la musica. Importante quanto eclettico è nel film il commento sonoro, nel quale fra musiche eterogenee si affacciano alcuni motivi felliniani di Nino Rota, che scopriamo rassicuranti come quando si incontra una faccia amica in una riunione di estranei. Tuttavia questa società adolescenziale, inquinata dai culti obbligati del consumismo, agita i problemi senza risolverli. E Macy intuisce, sostiene e consiglia Alex come nel libro, ma in fin dei conti inutilmente. Nel finale Gus Van Sant è più amaro di Blake Nelson, più pessimista di Dostoevskij. Se Porfirij al culmine dell' inchiesta confessa a Raskolnikov di invidiare il suo vitalismo, qui il detective Liu può paternamente compatire Alex ma non si sognerebbe mai di invidiarlo.
Tullio Kezich
|
| |
L'Unità, 7 dicembre 2007
La mala noche smells like teen spirit
C'è un tappeto sonoro, denso ma frastagliato, che scivola sulle rotelle dello skate dei liceali di Portland e impregna di suggestioni Paranoid Park , nuovo capitolo della ventennale vetrina di caratteri giovanili di cui si compone la filmografia di Gus Van Sant. Dal racconto di Blake Nelson l'autore americano, Premio speciale del 60° all'ultimo Festival di Cannes, ha fatto mitologia cittadina. I suoi ragazzi, da Belli e dannati a Elephant , sono sempre visi d'angelo innocenti a prescindere, qualsiasi cosa capiti, in qualunque sporca faccenda possano essere finiti. Li ama e li giustifica, li eleva a figure eroiche sempre a un passo dall'età adulta che li corromperà definitivamente. Si capisce da come li filma, dal modo in cui raccoglie i silenzi, rispetta i mondi interiori e si sforza di ascoltarli, senza mai pretendere di farli parlare con parole non loro.
Alex (Gabe Nevins), 16 anni, capelli sugli occhi e skate sempre a portata, è colpevole di una morte orrenda seppure involontaria. Una sera era a Paranoid Park, un ritrovo degli skater di Portland e mentre tentava di liberarsi da un guardiano che controlla i treni merci lo fa cadere incidentalmente sulle rotaie. Passa un treno, l'uomo si ritrova tranciato in due. L'immagine è cruenta, tra l'altro la più surreale di una pellicola che si guarda e si ascolta come attraverso un acquario sonorizzato. Rifugi per pensare, amici fraterni, ragazze precoci, i lunghi corridoi della scuola, genitori senza volto e fratelli, carta e matita per esorcizzare il mostro del senso di colpa. Non c'è molto altro nella storia di Alex, che viene decostruita a più strati, con ricorrenze temporali che tirano avanti e dietro come in Elephant.
Chris Doyle con Gus Van Sant (a destra)Tutto il resto fa parte di una stilizzazione di cui Van Sant detiene il copyright. Girato in pellicola, con innesti in super 8 e in digitale per le evoluzioni degli skater, parte del merito di Paranoid Park va pure a Chris Doyle, direttore della fotografia di Wong Kar-Wai, braccio mobilissimo di un regista che sembra filmare con straordinaria implacabilità. Guardando alle immagini che Van Sant monta da solo ci si può stupire di quanto riesca a cogliere la contingenza, il qui e ora. Il suo cinema è così attuale e collegato, sintonizzato sulle onde e gli umori dei giovani personaggi, da sembrare in definitiva post-moderno. Inusuale e straniante il lavoro di montaggio del suono e delle musiche: echi, discorsi, rumori di fondo, reminiscenze e dialoghi interiori decorano il paesaggio infestato da un vaudeville di riferimenti, tra le marcette di Nino Rota per Giulietta degli spiriti , la furia nichilista dei Revolts, i blues dolorosi di Elliot Smith e Cast King.
|
| |
Il Manifesto, 7 dicembre 2007
Quel presente da sfidare armati di uno skate
I ragazzi di Gus Van Sant incontrano la morte lungo i corridoi del college, Elephant, nel viaggio extrasensoriale di Kurt Cobain, Last Days, e sulle curve acrobatiche di Paranoid Park. Muto e in movimento, ma con una colonna sonora che fa venire i brividi, strappata alle emittenti radio, anche di classica e di post-punk, del tempio grunge, il film è l'avventura intima di un sedicenne, Alex (Gabe Nevins) corpo solitario dislocato in uno spazio-tempo irreale, che segue traiettorie variabili e si perde.
Paranoid Park sta tra la strage di Columbine e quella di Virginia Tech, quasi un prequel di Elephant o un seguito. Adolescenti che passeggiano in un «esterno» intriso di guerra, da cui neppure l'alone dell'inconsapevolezza riesce a proteggerli. «Fuori» c'è l'età adulta, quella che Gus Van Sant associa all'Iraq, ed è per questo che preferisce i suoi pre-uomini, fantasmi deambulanti, angeli catatonici come Alex, lo skateboarder di Portland, Oregon. La città dove si è stabilito il regista, pittore, musicista, fotografo, sceneggiatore, produttore, definito dai Cahiérs «senza alcun dubbio, l'avamposto dei cinema contemporaneo».
Alex uccide senza volerlo una guardia giurata che veglia sui treni in transito, lo spinge per difendersi mentre se ne sta appeso al vagone insieme a un tipaccio incontrato al parco dalla fama equivoca ... Il ragazzo cercherà di sognare per sopraffare l'incubo, di scrivere esorcismi sui quaderni di scuola per cancellare quella notte al Paranoid Park. «Nessuno ha l'età giusta per frequentarlo», è un crocevia tossico, un giardino di pietra dove si danno convegno esistenze estreme.
E l'ipnosi è facile nel rullio dello skate che disegna spirali e che Gus Van Sant riprende con il super8 montato sulla tavola. Splendide sequenze mischiate alle immagini girate in 35mm e a riprese video rubate per strade di ragazzini su rotelle, magici equilibristi a suon di musiche intercettate da una radio di Portland.
C'è un tocco Won Kar-wai nel film, una variazione di stile rispetto ai «quadri» di linee essenziali degli altri film, sequenze aeree, fluttuanti e questo grazie anche al direttore della fotografia Chris Doyle, che ha lavorato con il cineasta di 2046, e con altri registi cinesi come Chen Kaige e Zhang Yimou. Gus Van Sant si perde nei primi piani di Alex, sfinge bambina che non cambia espressione ma dilata gli occhi nello stupore di essere colpevole senza esserlo, chiuso in un mondo insonorizzato, davanti all'interrogatorio dell'ispettore che cerca l'assassino del poliziotto nella comunità dei skateboarder.
Il regista somiglia ai suoi attori non professionisti (trovati sul sito Myspace), ha la stessa flagranza di sguardo, è un Peter Pan felice di starsene fuori dalla generazione dei padri. Quello di Alex appare fuori fuoco, lontanissimo dal figlio che rinuncia a condividire con lui il suo dramma, e solo per pochi secondi lo vediamo emergere dalla foschia con la faccia spenta e gli avambracci tatuati. Anche la madre, dalla quale il padre sta per divorziare, è un'ombra vista di spalle o in lontananza, assente. Nessuno è disposto a sentire la confessione di Alex, sempre più autistico, poeta triste sulla riva del mare, tranne una minuscola compagna di scuola, Macy (Lauren Mc Kinney), aspetto e personalità androgini. Il sesso è molesto per l'innocenza disumana di Alex, come la sua girl-friend Jennifer (Taylor Momsen, la sola professionista) una specie di Barbie interessata a perdere al più presto la verginità.
La conversazione dell'addio tra Alex e Jennifer è un luogo di transizione «dove l'era della steadycam si ricongiunge con quella del cinema muto». Lui di spalle e lei che reagisce con sorpresa e disgusto mentre le sue labbra si muovono senza alcun suono.
L'alterità dei corpi rispetto al dialogo produce una danza enfatizzata dall'uso (moderato) del ralenti. Un effetto di energia trattenuta, allusioni a una realtà non fotografabile. La storia è stata modificata rispetto al testo di riferimento, il romanzo di Blake Nelson, scrittore di Portland e di teenager. È una voce fuori campo che introduce il racconto in prima persona, l'avventura psicologica di Alex, che come Gus all'età di 12 anni imparò a guardare il mondo adulto come una giungla dalla quale difendersi.
Mariuccia Ciotta
|
| |
Il Messaggero, 7 dicembre 2007
Diario intimo di un teen
tra adolescenza e morte
Un film per sentire, prima che per capire. È Paranoid Park di Gus Van Sant, che dopo i bellissimi Elephant e Last Days sa ormai affrontare le peggiori tragedie con l'agilità, la precisione, la leggerezza dei ragazzi che volteggiano sullo skateboard nel suo nuovo film. Cosa che naturalmente non esclude la fatica e il dolore. Anzi.
Anche qui si tratta infatti di adolescenza e di morte, ma da tutt'altra prospettiva: quella del caso, o di ciò a cui diamo questo nome. E poiché il caso non esiste, esistono solo dei personaggi, eccoci entrare nella pelle e nei pensieri di Alex, 16 anni, uno di quegli adolescenti smarriti e irrimediabilmente puri, qualsiasi cosa gli accada, cari da sempre a Van Sant. Anche se stavolta c'è dietro un romanzo di Blake Nelson (ora tradotto da Rizzoli), pure lui guardacaso nativo di Portland, ex-capitale hippy e oggi osservatorio privilegiato sugli universi giovanili Usa.
Come ogni adolescente Alex vuole crescere, ma a modo suo, senza strappi. Alternando le acrobazie sullo skate al diario che scrive con ostinata lentezza in riva al mare o nella sua stanzetta di figlio di divorziandi. E in fondo il film stesso, con le sue immagini così ipnotiche e "lavorate", in super 8 e in 35 mm., spesso accelerate, rallentate e accompagnate da musiche sorprendenti che ne amplificano il senso (non solo rock, c'è anche molto Nino Rota, da Casanova a Giulietta degli Spiriti e Amarcord), è un po' come quei diari giovanili in cui entra di tutto, pagine scritte a mano e foto, ritagli, disegni etc.
Un ritratto tracciato con gli strumenti usati dal soggetto, dunque ancora più somigliante. E capace di cogliere anche il mondo che gli gira intorno. Da qui, e non dal "fatto di cronaca", parte Gus Van Sant. Ma proprio questo rende quel fatto, così terribile e straordinario, incredibilmente leggibile e vicino. Perché una sera Alex e un amico si avventurano sulle piste proibite del Paranoid Park, tempio degli skaters duri e dei giovani sbandati. Poi Alex va con uno di loro a saltare sui treni in corsa, bravate da adolescenti, un'iniziazione.
Ma un sorvegliante gli corre dietro, lo colpisce con la torcia, tenta di farlo saltar giù. Alex si difende e il sorvegliante perdendo l'equilibrio viene tagliato in due da un altro treno. In una scena letteralmente allucinante (il tronco continua a trascinarsi verso Alex, guardandolo), che dell'allucinazione, appunto, ha l'inesorabile esattezza.
Ma è al tempo stesso l'unico punto forte di un percorso che per il resto, tolti i voli sullo skate, è fatto di sottrazioni, esitazioni, ritrosie (la ragazza di Alex è decisa a perdere la sua verginità, lui avrebbe meno fretta...). Fino a quando, rinvenuto il corpo, partono le indagini e Alex inizia a fare i conti con quell'evento traumatico e rimosso. Finale aperto: conta la vicenda interiore, non quella giudiziaria. Ma è tutto il film, potremmo dire, ad aprirsi al nostro sguardo, portandoci dentro un mondo che non era facile rendere con tanta nitidezza.
Fabio Ferzetti
|
| |
La Repubblica, 7 dicembre 2007
"Paranoid Park", Van Sant racconta
il dolore vero di essere adolescenti
Stentiamo a ricordare il titolo di un film che abbia saputo rappresentare i teenager con la stessa sensibilità e precisione di Paranoid Park: rappresentare in senso stretto, con le posture, gli sguardi in tralice, i silenzi che caratterizzano quella fase della vita in cui tutto il mondo sembra esserti ostile. Al confronto lo stesso Gioventù bruciata, il cult generazionale degli anni '50 diretto da Nicholas Ray e interpretato da James Dean, appare artificioso, troppo "recitato".
Il soggetto del nuovo film di Gus van Sant, premio speciale per la sessantesima edizione di Cannes, è tratto dal romanzo di Blake Nelson e si può riassumere in poche parole. A Portland, nei pressi di un parco malfamato frequentato da skater, senzacasa e marginali vari, il sedicenne Alex provoca involontariamente la morte di un agente di sicurezza. La polizia lo interroga, assieme agli altri studenti del suo liceo che praticano lo skateboard; Alex non confessa, ma è torturato dal senso di colpa.
Van Sant definisce il film un "Delitto e castigo" al liceo; non si vede il castigo però (a parte il rimorso), né esiste una trama gialla: tutta l'attenzione della macchina da presa è concentrata sul ragazzo, con inquadrature instabili che fungono da correlativo oggettivo del suo stato d'animo. Gli stili diversi di cui Paranoid park è intessuto (a cominciare dall'uso alternato di pellicola professionale e amatoriale) ricordano "Elephant", la premiata pellicola di Gus Van Sant con protagonisti adolescenti che parafrasava la strage all'high school di Columbine, nel Colorado; le scene lungo i corridoi del liceo, addirittura, potrebbero appartenere all'altro film.
Come là, anche in questo caso il cineasta non vuole arrivare ad alcuna conclusione; ed è molto meglio così, poiché la sua tecnica di (anti)racconto finisce per essere molto più eloquente e rivelatoria di qualsiasi perorazione o predica. Non c'è giudizio in van Sant, né il suo Alex è un mostro che riprende le atrocità (la scena del sorvegliante tagliato in due dal treno) col telefonino.
Al notevole risultato, il film arriva per più vie. Grossa parte del merito va ai giovanissimi protagonisti. Non è stata una trovata pubblicitaria, ma un autentico colpo di genio, reclutarli sul sito MySpace: "più vero della vita", Gabe Nevins non recita una parte, ma s'identifica totalmente col personaggio.
L'altro punto di forza è, come sempre nel regista, rigorosamente linguistico. Un esempio: a misurare il terreno che separa il ragazzo dai genitori, quindi la sua solitudine, la madre viene ripresa solo di spalle, o in campo lungo; e se il padre appare nella stessa inquadratura con Alex, la sua figura resta in secondo piano, sfocata; se ne notano soprattutto i tatuaggi.
Emergono il vuoto di senso, l'apatia di un mondo sordo dove tutti se ne fregano di tutti (come osserva Macy, il "grillo parlante" di Alex), dove i tredicenni si lanciano in un fiume di parole ai limiti del nonsense (il fratellino) o una liceale, appena consumato il primo rapporto sessuale, chiama al telefonino l'amica del cuore per raccontarglielo.
Sorprendente la colonna sonora, che mischia Ethan Rose e altro con molti brani selezionati dal repertorio felliniano di Nino Rota.
Roberto Nepoti
|
| |
La Stampa, 7 dicembre 2007
Quei ragazzi in bilico
di Gus van Sant
Premiato al festival di Cannes 2007, tratto da un breve romanzo di Blake Nelson (Rizzoli), Paranoid Park di Gus van Sant è una storia di ragazzi dalla vita vuota, isolata e insensata: appassionati di skateboard, si ritrovano nel parco che è uno dei posti peggiori di Portland, luogo anche di spacciatori e drogati, di guardie e ladri, di prostituzione, di solitudini. Un sedicenne per incidente provoca la morte di un agente. Decide di non dire nulla a nessuno, ma il rimorso, la paura dell'avvenire, il timore di venir scoperto tormentano la sua vita sino al punto di voler morire.
Come spesso accade nei film di Gus van Sant, il protagonista è simbolo di una generazione sperduta, di ragazzi abbandonati a se stessi nell'età più fragile e insicura. Il racconto ha come oggetto il senso di colpa e l'assenza di comunicazione, la pesantezza dell'esistenza adolescente a confronto con l'aerea leggerezza del gioco, dello skateboard.
Lietta Tornabuoni
|
|