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Palermo Shooting
Palermo Shootingdi Wim Wenders
con Campino e Giovanna Mezzogiorno (Germania 2008)
 
Corriere della Sera, 28 novembre 2008

Wenders, nuova versione dopo il flop a Cannes Ma i tagli non bastano a «salvare» l' intreccio

Che cosa c' è dietro la superficie delle immagini? Da tempo «ossessionato» da questa domanda, come regista ma anche come spettatore, Wim Wenders ha spesso cercato di darvi delle risposte con i suoi film. A volte in maniera più epidermica e laterale (Nel corso del tempo, Nick' s Movie - Lampi sull' acqua), altre volte in maniera più meditata e frontale (Fino alla fine del mondo, Crimini invisibili, The Million Dollar Hotel). Mai, però, in maniera così «sistematica» come con il suo ultimo Palermo Shooting. Presentato in prima mondiale all' ultimo Festival di Cannes, il film - lo si è saputo dopo - era stato «amichevolmente» strappato dalle mani del regista, che non lo considerava ancora terminato. La concorrenza di altri festival (leggi: Venezia) aveva spinto la direzione di Cannes a insistere per metterlo in programma, con il risultato di scontentare più o meno tutti, registi e critici. Adesso, ripassato in moviola da Wenders e notevolmente alleggerito (dai 124 minuti di maggio ai 108 di oggi), il film arriva sugli schermi per misurarsi col pubblico. Per affrontare il tema del valore e del senso delle immagini e della loro produzione, Wenders sceglie come protagonista del suo film un fotografo, Finn, ricercato dalla moda e dai musei e all' apice del successo. A interpretarlo chiama Andreas Frege, più conosciuto come Campino, il cantante del gruppo tedesco Die Toten Hosen, come a mescolare in un' unica persona rock e cinema, il sonoro e il visivo, cioè i due grandi amori del regista di Düsseldorf e i due grandi medium dei nostri anni. All' inizio del film lo seguiamo mentre lavora a una mostra per il museo di San Paolo, mentre insegna agli studenti, mentre fotografa Milla Jovovich (con pancione) per un servizio di moda, tutte facce diverse di un «mestiere» che non riesce più a soddisfarlo. La ragione balza agli occhi dello spettatore prima che dell' interessato: le qualità dell' elaborazione digitali che permettono ritocchi infiniti nelle foto da mettere in mostra, in nome di una creatività che ha finito per cancellare il valore della realtà (i panorami si possono modificare, gli edifici far crescere o abbassare, i cieli cambiare, le ombre allungare. «Esiste solo quello che si vede in superficie», dice Finn ai suoi dubbiosi alunni), diventano nel servizio di moda la causa prima dell' insoddisfazione che la modella ha di fronte alla vuotezza patinata delle immagini. Il fotografo dovrà però percorrere un viaggio ben più lungo per prendere coscienza di quello che appare subito piuttosto chiaro: Finn passerà attraverso l' inevitabile confusione sentimentale, l' insonnia, l' ossessione per la paura dell' acqua (legata a filo doppio al ricordo della madre), l' immagine ricorrente - in sogno e non solo - di un uomo incappucciato, un incidente automobilistico in cui rischia di perdere la vita e una notte su un albero tra pecore e stravaganti pastori-finanzieri per capire che qualche cosa si è rotto dentro di lui e deve cambiare aria. Finendo così a Palermo dove si fa catturare dai colori e dagli odori della città. E dall' incontro con Flavia (Giovanna Mezzogiorno), restauratrice del Trionfo della morte di Palazzo Abatellis e sua occasionale ospite e soccorritrice. Perché il misterioso uomo incappucciato (che a un certo momento mostra di avere la faccia di Dennis Hopper) continua a farsi vivo, diventando di volta in volta più aggressivo e minaccioso... Tentato dalla riflessione filosofica ma anche affascinato dal piacere di filmare in libertà panorami e persone che gli capitano davanti all' obiettivo (come l' incontro con Letizia Battaglia, la fotografa che «usa la Leica da tutta la vita»), Wenders finisce per perdersi lungo un percorso che a volte vorresti più serrato e altre volte più libero. E troppe volte, da spettatore, si ha la sensazione che sia i fatti che le immagini del film non si aprano con leggerezza a una lettura metaforica ma che sia vero piuttosto il contrario: che cioè una serie di dialoghi o di personaggi «pesantemente» metaforici ingombrino il racconto e appesantiscano il piacere della visione. Così tutta la parte siciliana del film, con il finale ambientato a Gangi, finisce per essere troppo esplicitamente condizionato dalle esigenze pubblicitarie dei co-finanziatori locali, alla ricerca di una naturalità che il panorama tutto urbanistico delle scene ambientate in Germania sottolinea fino all' eccesso. Nonostante gli alleggerimenti di questa «nuova» edizione (la cui vittima più illustre è una comparsata dell' ex sindaco Leoluca Orlando), Palermo Shooting resta un' opera irrisolta, appesantita dalle sue ambizioni, incapace di decidere quale strada scegliere e che non riesce a riscattarsi neppure quando la minacciosa Morte incappucciata e bianca rivela la sua anima cinefila e si mette a difendere il fascino del vecchio cinema in pellicola di fronte alle troppe possibilità offerte oggi dalle nuove tecnologie digitali.

Paolo Mereghetti

 
Il Mattino, 29 novembre 2008

Wenders nei misteri siciliani

C'è un fotografo tedesco stressato dal successo: cellulare bollente, lettore mp3 in overdose, poco sonno e molti incubi. Una notte, mentre guida l'automobile come sempre sull'orlo della crisi di nervi, rischia un incidente mortale. È il momento di cambiar pagina e partire alla volta del Mediterraneo... L'incipit di «Palermo Shooting» è suggestivo, soprattutto perché l'operatore Franz Lustig coglie magistralmente i glaciali scorci di Dusseldorf conferendo un po' di spessore all'inedito protagonista Campino, star del gruppo punk-rock «Die Toten Hosen». Purtroppo la trama, concepita da Wim Wenders insieme a Norman Ohler, prende una brutta piega non appena l'antieroe, insediatosi a Palermo con la scusa di un servizio fotografico con Milla Jovovich, si ritrova perseguitato dalle apparizioni di una lugubre figura incappucciata che a più riprese lo bersaglia con l'arco e le frecce. Per fortuna è accudito e in qualche modo protetto da una restauratrice (Giovanna Mezzogiorno) che, guarda caso, sta lavorando sull'affresco quattrocentesco «Il trionfo della morte» di Palazzo Abatellis. Capita l'antifona? Il quarantenne nordico sta combattendo una battaglia contro se stesso e, per contrastare la depressione, non gli resta che aggrapparsi al misterico e barocco genius loci e alla freschezza della giovane indigena. Stroncato all'ultimo festival di Cannes, dove era stato presentato in tutta fretta, «Palermo Shooting» è stato ripreso in mano con molta umiltà dal carismatico Wim che in moviola ne ha accorciato di ben diciotto minuti la durata. Il risultato, peraltro, non è molto diverso: il film continua a sembrare pretenzioso e pesante, con la nobile capitale sicula e persino la meravigliosa cittadina di Gangi ridotte a fare la figura di sfondi turistici. L'antico tema wendersiano del contrasto tra profondità e sostanza delle immagini filmate diventa, paradossalmente, l'handicap n°1 di un film tutto «di superficie», in cui le metafore sono esposte alla rinfusa, come le mercanzie nei vicoli palermitani che l'hanno tanto impressionato. Così i picchi del ridicolo involontario, purtroppo, restano: a cominciare dai dialoghi tra Campino e il cappuccione (sotto il quale a un certo punto spunta l'ineffabile faccia del veterano Dennis Hopper) che intrecciano sommi temi filosofici - in spericolato raccordo col Bergman de «Il settimo sigillo» - con le controversie dei cinéfili, orfani del cinema in pellicola e nemici giurati del digitale (peraltro utilizzato da Lustig nella parte migliore del film).

Valerio Caprara

 
Il Giornale, 28 novembre 2008

La Palermo di Wenders sembra quella della Pro Loco

E con Palermo Shooting (Filmare Palermo) Wenders è stato giustamente fischiato dalla stampa all'ultimo Festival di Cannes, il quale l'aveva ammesso fuori concorso e posto in chiusura, per ridurre i danni. Ma avrebbe dovuto respingerlo.
Quei fischi hanno però influito beneficamente sull'ego del regista, che ha saggiamente ridotto la durata del film. Perciò oggi si può sconsigliare Palermo Shooting, come la maggior parte dei film di Wenders, ma anche rendere onore alla sua ritrovata modestia. Sarebbe però eccesso d'indulgenza passare dallo sconsiglio al consiglio. Wim Wenders è stato un nome del cinema tedesco. Valeva meno di Rainer Werner Fassbinder o di Werner Herzog, ma c'era chi lo preferiva a loro. Fassbinder ha avuto il destino di morir giovane; Herzog e Wenders si trascinano. Palermo Shooting è un film sbagliato non per durata, ma per tutto, fin dal mescolare l'omaggio ad Antonioni con quello a Bergman in una storia a metà fra Professione reporter e Il settimo sigillo.
Poi c'è l'infima matrice turistica: in un Festival di Cannes che aveva già presentato Vicky Cristina Barcelona, l'analogo Palermo Shooting ha finito di mostrare che ai registi dal grande passato e dal piccolo presente restano solo le film commission per lavorare ancora. Ma perché lavorare quando la vena è esaurita e i risparmi no?
Togliere la breve scena con Leoluca Orlando che parla tedesco è sopprimere uno dei numerosi momenti d'umorismo involontario. Ma il danno vero non lo fa l'ex sindaco: lo fanno Giovanna Mezzogiorno, così naturalmente antipatica, e il suo superfluo personaggio di restauratrice (professione di moda fra ragazze-bene: restaurava anche la Buy in Giorni e nuvole di Silvio Soldini); e lo fanno Dennis Hopper, attonito per sembrar ieratico, e il suo ruolo di Morte incarnata. Col solo Campino - rockstar tedesca - Palermo Shooting sarebbe stato solo l'ennesimo film di Wenders da liquidare in poche righe.

Maurizio Cabona

 
Il Messaggero, 28 novembre 2008

Più idee che angeli
nel cielo sopra Palermo

Tutte le ossessioni di Wenders in un film che aggiorna il mito del Faust all'era digitale. Il tempo, l'invisibile, l'Altrove. Gli "angeli" che misteriosamente ci indicano il cammino. Il rapporto sempre ambiguo con le immagini, cartina da tornasole di un'epoca ossessionata dal controllo e dalla riproducibilità. La tecnologia come chiave del nostro modo di guardare al mondo, dunque a noi stessi.
E un West nuovo di zecca (un altrove, appunto), che in questo caso è un Sud: Palermo. La Palermo del barocco e del dialogo continuo con la Morte. Una città di incantamenti e di labirinti, dalle catacombe dei cappuccini all'Archivio di Stato, che l'obiettivo di Wenders trasforma in una fuga di scale alla Escher nella scena chiave del film: l'incontro del protagonista con una Morte incappucciata ma ciarliera, che cita esplicitamente (e forse ironicamente) il Settimo sigillo di Bergman.
Ma andiamo con ordine, anche se a dettagliarla la favola di Palermo Shooting si sciupa, perché quando l'ispirazione langue in Wenders prevale il saggista. Così i personaggi diventano portatori di idee, mentre le immagini finiscono al servizio di ciò che il film vuole non tanto raccontare, quanto spingerci a pensare. Non è la prima volta che Wenders cede a questa tentazione naturalmente, ma qui la faccenda è perfino più esplicita. Come se l'urgenza del dire soffocasse i personaggi (è anche questione di attori: dove sono il Rüdiger Vogler, l'Otto Sander, il Bruno Ganz di una volta?). Trasformando la favola in un teorema.
È dai tempi del Blow Up di Antonioni, infatti, che i fotografi in crisi servono a verificare la nostra "presa" sulla realtà. Ma questo Finn stressato dal successo e dalla routine (la rockstar Campino), che approda a Palermo («dal greco Panormos, tutto porto») in cerca di un rapporto più autentico con la sua vita e la sua arte, soffre di una nuova malattia chiamata digitale.
Come possiamo vivere se a forza di moltiplicare e sezionare il tempo che ci è concesso finiamo per farcelo sfuggire fra le dita? Che cosa crediamo di fotografare, quando ogni immagine può essere rielaborata, reinventata, corretta all'infinito? È questo il tarlo che rode Finn, il peccato che la Morte non gli perdona. Non è più l'eterna giovinezza, ma l'eterno presente, un presente senza futuro e senza passato, dunque inesistente, il mito per cui questo nipote del Faust si è dannato.
Sarà Palermo, con i suoi misteri e le sue meraviglie, dal sorriso della restauratrice Giovanna Mezzogiorno al ghigno corroso del "Trionfo della Morte", l'affresco conservato in Palazzo Abatellis, a fornire carne e sangue a questa allegoria. Faticosa ma capace di improvvisi guizzi: come quando entra in scena sua maestà Dennis Hopper, o quando Wenders inventa un mondo fantastico cucendo insieme pezzi della città. Miracoli di una macchina chiamata cinema, in cui troppo spesso invece sembra non credere.

Fabio Ferzetti

 
Il Manifesto, 21 novembre 2008

I fantasmi di Wenders sotto il cielo di Palermo

Wim Wenders di ritorno dai deserti americani compie il tragitto Dusseldorf-Palermo dentro le allucinazioni sonore e visive di una star del gruppo punk Die Toten Hosen, Campino, nella parte di un fotografo quarantenne senza più desideri. Wim riparte dalla sua città natale e va verso sud dove trova la luce in un affresco del XV secolo, uno scheletro a cavallo che vola sulla città lanciando frecce trasparenti, «Il trionfo della morte». Geografie emozionali (la regione Sicilia ha co-finanziato il film) per il viaggio di un «turista» senza meta, stanco di scattare foto pubblicitarie a Milla Jovovich (The Million Dollar Hotel di Wenders) e di dissiparsi in notte insonni, corse in auto sportive, musica a go-go e Nikon rotante pericolosamente in mano.
Palermo Shooting esce nelle sale italiane dopo la prima a Cannes 2008 in una versione rivista (e ridotta) dal regista. L'accoglienza sulla Croisette non fu delle migliori, lo sguardo del critico si perse nei tragitti misteriosi, nei salti di genere, nella narrazione ellittica del regista tedesco. Eppure lo spazio disegnato da Wenders invita sempre a perdersi in luoghi spazio-temporali mai visitati. Percorsi mentali, allucinatori che scoprono una Palermo labirintica, che l'artista senza più ispirazione attraversa come le quinte di un teatro o le pagine di un libro, la popola di fantasmi e di ossessioni.
La morte sfiorata in un crash evitato per un soffio dà il via al fotografo sonnambulo e lo spinge alla ricerca di un soggetto difficile imprime sulla pellicola. Uno sconosciuto dal mantello grigio lo insegue e lo colpisce con suoi dardi invisibili mentre lui, bel flaneur, se ne va per una Palermo oscura, nei vicoli e nei mercati, nelle piazze dalle chiese barocche... una città voluttuosamente assente alla realtà, concentrata su profumi e riti dell'aldilà, quasi un'oltretomba pagana. E così la ricerca spirituale di Wenders sfiora solo la trascendenza nel viso da madonna di Giovanna Mezzogiorno (nella parte della restauratrice dell'affresco), anche lei attratta da ciò che non si vede, e approda in un delirio continuo di sonno-veglia alla più umana paura di vivere. La presenza di Giovanna si fonde con i paesaggi mentali, è lei stessa un elemento immateriale, forse uscita dal dipinto, forse risposta all'inquietudine dello straniero.
Campo-controcampo tra realtà e visione, il film è sullo sguardo, sul cinema e il suo principale avversario, la morte, il «negativo della pellicola», parola che in tedesco è declinata al maschile. E per questo probabilmente l'arciere misterioso è interpretato da un assurdo cavaliere del nulla, Dennis Hopper. In un labirinto di scale dalla prospettiva Lovecraft o Escher, il fotografo di Dusserdof incontra la Morte e il dialogo che segue è degno di un racconto gotico. L'icona della figura in nero con la falce si trasforma nel cavaliere errante che soffre per l'ostilità degli esseri umani, sempre in fuga davanti a lui. Eppure la Morte non è che lo specchio di ognuno, il riflesso di se stessi e delle persone amate.
L'inquadratura impossibile è l'istantanea della fine. Quella del crash nell'automobile che sfreccia su una pista già funebre, la macchina fotografica montata sul parabrezza, l'incidente che proiettò il vagabondo di Palermo in un altrove smaterializzato. Pensando ad Antonioni, Wenders segue un tragitto di realtà alterata, il suo personaggio è uno zombie, un abitante dell'oltretomba. Già morto. E questa è la storia di una resurrezione.

Mariuccia Ciotta

© Sipario 2011