Oylem Goylem grande pathos ed espressività
Si apre il sipario e si spalanca il mondo ebraico dell' est Europa evocato da Moni Ovadia nel bellissimo spettacolo «Oylem Goylem» che Giovanni Raboni definì «un' immersione totale nella più minoritaria, perseguitata e minacciata delle culture, la cultura ebraica della diaspora e dell' esilio; e più precisamente in quella parte di essa che si esprime attraverso le sonorità infantili, tenere e strazianti di una lingua insieme antichissima e giovanissima come lo yiddish, e in una musica che sembra farsi dolcemente carico di tutta la nostalgia, la malinconia, la gaiezza del mondo come lo Klezmer». Uno spettacolo di straordinaria tensione etica e espressiva. Si sorride, si ride, ci si commuove, ci si indigna quando si scopre che se i tempi sono cambiati e gli anni passati certi pregiudizi, come quello dell' ebreo uguale ricco, avaro, mercante senza scrupoli e ora spericolato finanziere, sono una mala pianta dalle radici antiche sempre pronta a rinascere. Moni Ovadia, con i sette bravi musicisti della sua Orchestra, è uno eccellente affabulatore che evoca rabbini, commercianti, yiddish mame, figli vessati e, come, scrive Claudio Magris, sa unire esilarante comicità, dolorosa e accanita pietà, protesta civile, sottigliezza intellettuale e randagia vitalità di cui lo yiddish è insieme espressione e sostanza. Da non perdere. Strehler, fino al 6 gennaio
Magda Poli