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OtelloOtello

di William Shakespeare
traduzione: Masolino D'Amico
con Maria Rosaria Carli, Giacinto Palmarini, Alkis Zanis e Massimo Leggio, Mirko Rizzotto, Amedeo D'Amico, Mimmo Padrone, Giorgio Gallo, Massimiliano Sozzi, Matteo Micheli, Federica Di Martino, Benedetta Borciani
scene: Piero Guicciardini
costumi: Maurizio Millenotti
luci: Luigi Ascione
regia Roberto Guicciardini
Roma, Teatro Quirino, dal 28 ottobre al 16 novembre 2008

   
 
Il Messaggero, 8 novembre 2008

Lo Monaco, "Otello" all'antica italiana

Traduce l'Otello di Shakespeare, Masolino D'Amico, con sapienza, lo offre alla recitazione di Sebastiano Lo Monaco e della sua compagnia (Maria Rosaria Carli, Giacinto Palmarini, Alkis Zanis, Massimo Leggio, Mirko Rizzotto, Amedeo D'Amico, Mimmo Padrone, Giorgio Gallo, Massimiliano Sozzi, Matteo Micheli, Federica Di Martino, Benedetta Borciani), nonché alla regia di Roberto Guicciardini, con la naturalezza di un dramma contemporaneo. Anche la messinscena tende all'essenzialità, punta agli orizzonti di puro fondale, agli oggetti allusivi, alla rapida traslocazione delle scene. Per contro, il protagonista sceglie, presumibilmente avallato dalla regìa, di costruire il Moro di Venezia secondo moduli interpretativi ottocenteschi, generosi d'enfasi, di mezzitoni scuri, di barbagli e mugolìi, di tormentose discese agli inferi della voce, degli sguardi, del gesto.
Scritto all'inizio del 1600, dopo Amleto e appena prima di Macbeth e di Re Lear, il dramma è buon complice di queste predilezioni, persino nella snella versione di D'Amico. Amore e morte, passione e dolore, orgoglio e discriminazione, tutto nell'Otello galoppa sull'onda rapinosa di un'avventura forte, dominata dal "mostro con gli occhi verdi" che si chiama gelosia.
Lo Monaco, nei panni del Moro, generale della Serenissima sposato a Desdemona, fanciulla dell'aristocrazia veneziana, conquista ed ama, ordina, sogguarda, si torce fra le braccia del sospetto e infine uccide, annebbiato dall'assolutezza del proprio sentire. E' un Otello come dev'essere stato ogni Ermete Zacconi di città e di provincia, o l'anonimo primattore delle tante troupes di scavalcamontagne. Esercizio di stile? Pare di sì. Sebastiano se lo ritaglia prepotentemente in un contesto che, forse a bella posta, mantiene invece un contegno diverso, più sobrio, meno modulato, meno incline a denotare i moti del cuore, dell'anima e del cervello.
Fino al 16 novembre, al Quirino di Roma.

Rita Sala

     
 
© Sipario 2011