Britten s'illumina di Rimbaud
Anche fare programmi è un'arte, e come in ogni arte qualche volta il caso interviene ad aumentare attrattativa e curiosità: come nel concerto dell'Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai diretto da John Storgards, con tre lavori composti da tre compositori tutti sotto i trent'anni; tre giovani insomma, e come tali riconoscibili, malgrado gli esiti diversissimi, per la comune vocazione di piegare con fierezza i modelli della tradizione a propria immagine e somiglianza. La prima parola al Sibelius di Una saga, il poema sinfonico esuberante e fastoso che nel 1892 lo impose all'attenzione del sinfonismo europeo come voce nuova della periferica Finlandia; sotto senti la melodiosità e i colori russi di Rimskij-Korsakov, ma Sibelius ci mette un ardore tutto suo nell'incalzare dei ritmi e nelle stupende tetraggini degli ottoni, evocatrici di un nord leggendario che lo Storgards, finlandese pure lui, ha reso a grandezza naturale: riscattando anche alcune lungaggini con la cura del fraseggio solistico (il clarinetto, bravissimo, verso la fine) su note degli archi tenute a perdita d'occhio.
Al cuore della serata un capolavoro, riconosciuto immediatamente dalla reazione del pubblico: Les illuminations per voce e orchestra d'archi su poesie di Rimbaud composte dal giovane Britten nel 1939, all'epoca della sua residenza negli Stati Uniti e del suo sodalizio con Auden. E' uno degli incontri fra musica e poesia più affascinanti della musica moderna, ottenuto con un sorprendente contrasto fra la condotta tormentata, passionale, spinta costantemente all'acuto della vocalità e l'economia stilistica, fredda e cristallina dell'orchestra; straordinario in questo senso il contributo del soprano Barbara Hannigan, una voce purissima quanto più affronta le note alte, capace di seguire Britten in tutto il suo avventuroso panorama: i toni recitativi, tipo liriche di Musorgski, il Berlioz delle Nuits d'été, il barocco di Purcell, l'intimità di Fauré, le ambigue dolcezze del futuro Giro di vite, tutto rifuso senza residui nell'emozione di una vera e propria parte teatrale: ci piacerebbe molto ritrovare un giorno la Hannigan protagonista dell'Attesa («Erwartung») di Schoenberg.
Frattanto, altro Schoenberg per concludere, quello di Pelleas und Melisande (1903), gigantesco lavoro che si ascolta poco per le complessità che comporta. E' stato Strauss a convogliare l'attenzione di Schoenberg su quel dramma di Maeterlinck che segnò una generazione, interessando personalità fra loro antitetiche, come Debussy, Sibelius, Schoenberg, Fauré; Strauss consigliò di farne un'opera, ma Schoenberg, dando prova di una paurosa maestria armonica e timbrica, seguì piuttosto lo Strauss dei poemi sinfonici, che infatti incombono fra nuove angoscie espressionistiche. Forse a districarne il tessuto converrebbe non darci troppo dentro nei turgori, nei crescendi a ripetizione e fermarsi di più alle mezze tinte, alle screziature (un po' come faceva Karajan con Wagner); forse così la composizione sembrerebbe meno lunga, a tratti opprimente malgrado i tanti squarci avvincenti. Comunque bisogna ringraziare il maestro Storgards per la saldezza dell'esecuzione e dire che la nostra Orchestra, sia nella sezione degli archi in Britten sia a ranghi completi, ha dato una prova da ricordare, padrona anche di quel suono denso e scuro, «mitteleuropeo», essenziale per le musiche in programma.
Giorgio Pestelli