L'orchestra della Rai vola con Dvorák
Un duplice intento guida
le scelte di Lorenzo Fasolo, neo direttore artistico dell'Orchestra Nazionale
Rai: da un lato presentare pezzi poco eseguiti di grandi musicisti; dall'altro
variegare i programmi con composizioni brillanti che alleggeriscano l'impegno
dell'ascolto. Nel programma dell'altra sera, queste intenzioni si sono
realizzate appieno. Il poema sinfonico La colomba nel bosco di Dvorák
non si sente mai, ed è un
lavoro affascinante per il percorso a zig-zag con cui rappresenta la
vicenda di una vedova, assassina del marito, che sposa un giovane ignaro,
ma viene smascherata dal verso di una colomba. In tal modo, la festa
di nozze si volge in tragedia: la donna si uccide ma, attraverso l'espiazione, è perdonata.
Così, almeno, suggerisce Dvorák che procede per piccoli
quadri, svoltando da un episodio all'altro, come se sfogliasse un album
con le immagini di un colore uniforme: quello del presagio, della malinconia,
della tragedia.
Subito dopo, il programma ha compiuto un giro completo con il Konzertstück
per pianoforte e orchestra di Carl Maria von Weber, anno 1821. Bravissimo è stato
Rudolph Buchbinder, pianista viennese che di Weber coglie tutti i segreti,
in particolare l'ascendenza rossiniana. Il pianoforte di Weber è impregnato
di gusto operistico: le dita scorrono in fili di note che ricordano i
gorgheggi dei cantanti, e il pianoforte si muove con efficienza sportiva
che richiede agilità e leggerezza. Buchbinder è stato magnifico:
il suo pianoforte è un gioco di perle, e ogni nota di Weber si
legava alle successive attraverso la brillantezza del suono e la fluidità del
movimento. Nella seconda parte, il programma presentava il blocco poderoso
della sinfonia Grande di Schubert, che Gerd Albrecht ha squadrato a grandi
linee, con tempi giusti e fraseggio scorrevole, ma non senza lasciare
alcune parti da sgrossare: il peso degli ottoni, per esempio, ha un poco
compromesso la leggerezza che avrebbe attraversato questo grande poema
della natura, se il suono degli archi fosse sempre stato limpido.
Paolo Gallarati