Che John Cage sia figura imprescindibile della musica di secondo Novecento, non è dubbio. Che tuttavia sia ancora figura-chiave nel determinare le sorti della musica d' oggi, ciò è dubbissimo. La sua semmai è un' influenza indiretta, più leggendaria che reale. E riscoprirne la produzione, come si propone il Festival di Milano Musica di quest' anno, permette di ritrovare un universo dal sapore di modernariato. Il sapore cioè di una musica che è stata nuova ma di un tipo di novità inscindibilmente connessa al suo tempo. Evidentissimo ciò mentre si ascoltava l' altra sera in Sala Verdi al Conservatorio il «Concerto per pianoforte preparato e orchestra da camera», pezzo del ' 51 pieno di suggestioni timbriche, di rarefazioni stupefacenti. Rivelatore, più ancora nel tessuto orchestrale che in quello pianistico (gli effetti di chiodi, monete, vetro sulla cordiera del pianoforte oggi li producono persino i campionatori giocattolo), di una sensibilità inquieta, notturna. Allora era provocazione, oggi suona delicata, esile, crepuscolare. Il brano l' hanno eseguito il solista Giancarlo Cardini e gli strumentisti della Sinfonica Nazionale Rai diretti da Lothar Königs. Attorno ad esso, tre classici: il formidabile «Central Park in the Dark» di Ives, la perenne incompiuta «Sinfonia da camera n. 2» di Schönberg (quanti anni luce più bella è la «n. 1»?) e «Désert», probabilmente la creatura più avvincente di Varèse, così scabra e spigolosa, così "accidiosa": pagina, quest' ultima, legata anch' essa al suo tempo (1950-54) ma capace anche di trascenderlo. Non c' è il tutto esaurito ma abbastanza pubblico da fornire un bel colpo d' occhio. La Nazionale Rai è avvezza a questa musica e la esegue con discreta adesione emotiva, anche se non manca qualche piccolo pasticcio, specie nei brani di Schönberg e Cage. Königs sbriglia però ogni matassa con sensibilità e autorevolezza.
Enrico Girardi