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Ora di punta (L')
L'Ora di puntaregia: Vincenzo Marra
con Michele Lastella, Fanny Ardant, Giulia Bevilacqua
Italia (2007)
 
L'Unità, 7 settembre 2007

L'ora di punta di Vincenzo Marra, terzo film italiano in concorso, innalza nettamente il livello medio della spedizione ma non è il capolavoro assoluto che poteva risolvere la crisi del nostro cinema e i dubbi sulla direzione della Mostra (ammesso che ci siano). Del resto, se qualcuno chiedeva a Marra tutto ciò, non eravamo certo noi: ogni film parla per sé e sarebbe ingiusto chiedere a Marra di «salvare» chicchessia, né costringerlo - a meno di 40 anni e al terzo lungometraggio - a firmare per forza un film epocale. L'ora di punta è invece qualcosa di molto preciso: è un film solido, che segna un passo avanti nella carriera del regista napoletano perché esula da ogni lettura «etnica» e si confronta con la drammaturgia classica, dopo le strutture aperte (quasi neorealiste) di Tornando a casa e di Vento di terra. Potremmo definirlo un mélo finanziario che non sarebbe dispiaciuto a Fassbinder: un uomo giovane, bello e povero (un finanziere) seduce una donna adulta, bella e ricca per entrare nel mondo di quelli «che contano». Forse non è un caso che si chiami Filippo Costa: è un cognome, ma è anche voce del verbo «costare». Figlio di un finanziere onesto, Filippo (Michele Lastella) è diverso dai genitori e dal loro piccolo mondo del Sud: sbarcato a Roma, vuole arrivare e per farlo non esita ad accettare mazzette e a spartirle con i superiori.Ma quando viene spedito a ispezionare i conti di una galleria d'arte, vedere la bella proprietaria Catherine (Fanny Ardant) e portarsela a letto è tutt'uno. Catherine è una vedova ricca e frequenta amici potenti. Fra di loro, Filippo individua prima un senatore, poi un banchiere che lo aiuteranno ad uscire dalla GdF e a rilevare un'impresa di costruzioni: le «talpe», ovvero gli ex colleghi che gli passano informazioni riservate, fanno il resto. Ma chi rimuove il proprio passato è condannato a riviverlo: un imprenditore che Filippo aveva taglieggiato rispunta, di nuovo nei guai, e gli dice: se io affondo tu anneghi con me. Ora Filippo rischia tutto: la bella signora, la villa sull'Appia Antica, i soldi, lo champagne. O si arrende, o raddoppia la posta. Una cosa sono le tangenti e le truffe, tutt'altra cosa è l'omicidio… L'ora di punta è un film alla Chabrol, uno sguardo cupo e disperato sull'Italia di oggi. Marra è un cineasta che lavora sul «togliere» e quindi prosciuga il mélo di ogni eccesso melodrammatico, se ci passate l'apparente contraddizione. Osserva i suoi mostruosi personaggi in azione e li lascia a mezzo il guado, senza darci la soddisfazione di sentir tintinnare le manette. In questo, il suo sguardo è rimasto neorealista. Filippo non è un buono che diventa cattivo: è un bastardo che approfitta della propria divisa per farsi strada nella giungla, è un figlio di quest'Italia che osserva in tv il gioco dei pacchi e spera di aprire, senza meriti, il pacco giusto. Ai vertici della GdF qualcuno si offenderà, ma rispetto alla melassa tv dove tutti - finanzieri, carabinieri, poliziotti, lagunari e sbirri assortiti - sono «santi subito», L'ora di punta è una salutare boccata d'aria fetida.

Alberto Crespi

 
Il Giornale, 7 settembre 2007
Marra sembra disprezzare il suo pubblico

Terzo film italiano in concorso alla Mostra è stato ieri L'ora di punta di Vincenzo Marra, che ha il secondo titolo strano, dopo Nessuna qualità agli eroi di Paolo Franchi. Nella vicenda di Marra nulla lo spiega e questo non è indice di lucidità del regista e sceneggiatore, giunto alla Mostra dopo Vento di terra, molto considerato da alcuni critici. Credenziale dilapidata dopo quello che hanno detto gli stessi critici alla fine dell'Ora di punta: «Il film di Marra ha rivalutato il film di Franchi!».

Roba da sprofondare, con le stroncature di Nessuna qualità agli eroi una settimana fa...

Errore principale di Marra: ideare un film da festival e realizzare un film-tv. Ogni situazione, ogni stato d'animo viene da lui esplicitato, come se pensasse di non saper dirigere gli attori o che lo spettatore, specie se televisivo - il film è oggi nelle sale, ma un giorno sarà sulle reti Rai - non meriti quel che lui gli racconta.

L'ora di punta ha poi l'aria di essere stato tagliato in montaggio, tanto è sbrigativo il passaggio del personaggio principale (interpretato da Michele Lastella) da zelante guardia di finanza xenofoba, che s'accanisce sui bottegai cinesi, devoto alla madre vedova, a gelido seduttore di una ricca e matura signora francese (Fanny Ardant), quindi a corrotto imprenditore e finanziatore del centrodestra. Tutto avviene in pochi mesi: gli abiti degli attori e dei passanti sono della stessa stagione.

Inoltre i personaggi marginali sono stereotipi: la buona e onesta fidanzata (Giulia Bevilacqua) del traviato milite (Michele Lastella), per esempio, è la copia della buona e onesta fidanzata del mafioso del Dolce e l'amaro di Andrea Porporati, visto alla Mostra tre giorni fa: come lei fa perfino l'amore nella vasca da bagno. Inoltre Marra spreca la fotografia di Luca Bigazzi in continui primi piani, anch'essi molto televisivi. E poi c'è un'incongruenza del soggetto: un opportunista cercherà appoggi politici nella maggioranza, non nell'opposizione! Né l'ambientazione rimanda indietro nel tempo: auto, relative targhe e telefonini sono recenti. Quanto al «comandante» della Guardia di Finanza, più corrotto ancora dei subordinati, potete immaginare a chi si alluda...

Nella deludente giornata di ieri rientra anche il film-sorpresa, che è tale solo perché non rivelato fino all'altroieri. Infatti la pellicola di Shentan (Investigatore pazzo) di Johnnie To e Wai Ka-fai era al Lido ben prima che la Mostra cominciasse. Trucchetti... Comunque, poiché To aveva firmato polizieschi notevoli, si sperava in lui. Lavorando in coppia con Ka-fai, ha invece ideato un pastrocchio fra il poliziesco e il parapsicologico, con fantasmi visibili solo a un ispettore chiaroveggente e stravagante. Più stravagante che chiaroveggente, anzi.

Maurizio Cabona

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