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Operazione Valchiria
Operazione Valchiriadi Bryan Singer
con Tom Cruise e Carice van Houten
 
L'Unità, 29 gennaio 2009

Nazi al cinema: la carica delle croci uncinate

Cronaca di un fallimento annunciato. Accoglienza freddina negli Usa, dove i drammi storici spesso non sfondano, e in Germania, per via di un argomento sensibile come il Nazismo, “Operazione Valchiria” è la storia del 15mo e ultimo attentato organizzato contro Hitler. Dopo di che ci pensarono i Russi alle porte di Berlino a mettergli fretta e lasciare questo mondo. Un fallimento annunciato, dicevamo. L’esplosione alla Tana del lupo, il suo quartier generale, lasciò il Furher appena ferito e già quel 20 luglio del ’44, in serata, 200 persone vennero giustiziate e 700 arrestate. Più controversa la figura del colonnello Claus von Stauffenberg (interpretato da Cruise), la mente del complotto, che dalla sua aveva fuoriusciti come il generale Beck (Terence Stamp) e imboscati negli alti gradi dell’esercito.

Sulla vera natura delle intenzioni del Conte von Stauffenberg in patria ancora si dibatte. Il perché ce lo spiegano anche le Guide Routard, quelle dei viaggi economici: i tedeschi sono brava gente ma mai scivolare su un argomento che brucia come il Nazismo. Per questo se gli americani hanno colto la natura del thriller ben girato da Bryan Singer e scritto dallo sceneggiatore di fiducia Christopher McQuarrie (lavorano insieme dallo stupefacente “I soliti sospetti”), gli europei si sono fatti alcune domande.

Von Stauffenberg lasciò lettere ispirate in cui scriveva che “la cosa importante è dimostrare davanti al mondo e davanti alla storia che il movimento di resistenza tedesco è esistito e che ha osato passare all'azione, a prezzo della vita". Però di lui si disse che aveva un piglio aristocratico ed elitario, alcuni storici lo ritengono un antisemita convinto, altri lo considerarono un insubordinato che criticava apertamente Hitler per la gestione della guerra, tanto da essere relegato in Africa giusto in tempo per perdere una mano e un occhio. E forse si era convinto ad eliminarlo perché lui avrebbe saputo fare meglio.

Insomma i tignosi europei hanno rovinato la festa al circo hollywoodiano che, pare di sentire Cindy Lauper, voleva solo divertirsi un po’ con esplosioni e pistolettate, qualche particolare macabro come l’occhio di vetro che il colonnello si palleggiava sempre tra le mani e Wagner a profusione perché “non si comprende l’anima del nazionalsocialismo senza ascoltare la sua musica”. Il film è stato girato in Germania, grazie anche a contributi del governo e con l’autorizzazione ad utilizzare qualche location originale dell’epoca. Nel cast anche Kenneth Branagh, che sta dalla parte di quelli che vogliono ammazzare Hitler insieme a Himmler perché, spiegano in una piccola parentesi ironica rispetto all’aria drammatica e compassata della pellicola: “Non possiamo eliminare un pazzo per farlo sostituire da uno squilibrato”. A capo dei riservisti, fedele al Terzo Reich, Tom Wilkilson. Per Benito Mussolini, che il giorno stesso dell’attentato il Fuhrer incontrò come in programma, solo una piccola citazione poco affettuosa: “Bastardo italiano”.

La biblioteca della resistenza al capo del regime tedesco si arricchisce di un’altra pagina. Se per convenzione quello resta il male personificato, oggi si tende a parlare di chi tentò di opporsi con i propri mezzi. Fra poco arriverà "The Reader" con la Winslet in odore da Oscar. A Natale c'era "Il bambino con il pigiama a righe". Una settimana prima della Giornata della memoria avevamo visto sugli schermi “Defiance” di Edward Zwick, anche questo tratto da una storia vera, in cui il James Bond Daniel Craig era il capo di una comunità ebrea di oltre mille persone, che si nascose per tre anni nella foresta della Bielorussia, difendendosi e combattendo contro i nazisti nella loro caccia tragica.

Pasquale Colizzi

 
Il Giornale, 30 gennaio 2009

Cruise l'aristocratico cerca di far fuori Hitler

La forma breve della guerra civile, il colpo di Stato, offre al militare il dilemma di quale lealtà sia la vera. Con Operazione Valchiria, Bryan Singer restituisce un po' d'attenzione a un tipo d'uomo che considera ancora questi valori. E il suo film è un'occasione per documentarsi sulle pagine di Luciano Garibaldi (Operazione Walkiria), Peter Steinbach (Testimone nel fuoco) e Peter von Boeselager (Volevamo uccidere Hitler).
L'esigua vocazione golpista dei militari tedeschi era nota dal disastroso Putsch di Kapp (1920), ma la facile destituzione del Duce nel luglio 1943 li aveva rinfrancati. In Germania però non c'era un re: i militari giuravano fedeltà al Führer. Così, come quello del 1920, anche il complotto del 1944 fallì. E sull'aristocrazia, che l'aveva ideato, s'abbatté il terrore nazista, analogo a quello giacobino.
Ma non è ai paragoni storici che bada Synger col suo dignitoso film, scandito - ahinoi - da didascalie. Operazione Valchiria si divide fra un lungo prologo e un lunghissimo giorno: il 20 luglio, quando crolla il sogno di Claus von Stauffenberg (Tom Cruise). Aveva sognato d'incarnare la «Germania segreta» (nel doppiaggio, «Germania santa»), come la chiamava il poeta Stefan George; ma il sogno s'era infranto nello scontro con un'altra lealtà: quella di un subordinato, per giunta, il maggiore Otto Ernst Remer (Thomas Kretschmann).
Non potendo trovare altra grandezza che quella del ribelle in Stauffenberg/Cruise (il suo personaggio ha parecchio in comune con quello dell'Ultimo samurai), Singer lo fa consolare dall'atto d'amore in extremis del tenente von Häften (Jamie Parker). Un modo elegante per dire il suo sentimento, men segreto che la Germania vagheggiata dal circolo di Stefan George, cui Stauffenberg appartenne in gioventù.
Forse col dvd uscirà anche la versione che il regista aveva pensato. Con quella che appare al cinema, solo un cinquantenne colto capisce tutto. Allora perché è stato fatto Operazione Valchiria? Perché la Germania demo-cristiana e semi-riunita (attende ancora le province orientali fino a Konigsberg) vuol ricordare che non tutti i tedeschi furono nazisti. E pazienza se i refrattari erano soprattutto aristocratici.

Maurizio Cabona

 
Il Mattino, 31 gennaio 2009

Cruise attentatore di Hitler in un thriller senza suspense

Preceduto dalle solite polemiche sulla sua veridicità documentaria, «Operazione Valchiria» ricostruisce l'attentato a Hitler del 20 luglio 1944 ispirato e capeggiato dal nobile militare Claus von Stauffenberg. Il piano, mirato a decapitare il regime (ma non si capisce se per distruggerlo o rifondarlo), arrivò sino alla «tana del lupo» per poi fallire miseramente. Introdotto da un lungo prologo e principalmente sviluppato nell'arco della fatidica giornata, il film è un thriller da camera che rischia di deludere sia gli spettatori esigenti che quelli spensierati. Lo sforzo produttivo, infatti, è evidente, così come il valore di compositore, direttore della fotografia, costumista, scenografi e l'attendibilità dei formidabili attori britannici nei ruoli di contorno; mancano, invece, una vera suspense (tutti sanno come andrà a finire il complotto), un ritmo adeguato e un'idea trainante, originale, magari polemica sui complessi risvolti della resistenza interna al nazismo. Il regista tenta ragionevolmente di tenersi a metà strada fra gli stereotipi del genere bellico e la disamina dei tormenti spirituali del morituro eroe, pagando, però, pegno proprio alla prova di Cruise: condannato ingiustamente in anticipo perché adepto di Scientology, ma in realtà criticabile in quanto monocorde e reso ulteriormente inespressivo dalla benda sopra un occhio.

Valerio Caprara

 
Corriere della Sera, 30 gennaio 2009

L' uomo che (non) uccise Hitler

A volte la mente fa strani scherzi. A proposito di un film che si presenta seriamente, parlo di Operazione Valchiria, mi riaffiora a sorpresa un ricordo buffo. Molti anni fa, a un festival di Locarno, un tipo estroso che fra amici chiamavamo la Madre Badessa, volle trascinarci al vicino cimitero di Minusio per visitare la tomba di Stefan George (1868-1933). Trovammo la lapide del poeta ingombra di fogliame e rifiuti, tanto che la nostra guida pretese dal custode una ramazza e montò in piedi sull' avello per spazzarlo. Ci raccontò, dall' alto dell' insolita tribuna, che George si era ritirato in quel tranquillo angolo del Ticino per prendere le distanze dalle convulsioni politiche della Germania. Ma quando morì la corona inviata ai suoi funerali dal ministro Goebbels non fu ritirata, rimase a marcire nel deposito della stazione. Fu una decisione degli adepti di «un circolo molto esclusivo» di cui facevano parte i fratelli von Stauffenberg, antica nobiltà, incluso il sottotenente conte Claus. Proprio il militare che una decina d' anni più tardi, avendo subìto nel ' 43 in Tunisia la perdita dell' occhio sinistro, della mano destra e di due dita dell' altra, ed essendo pervenuto al grado di colonnello dello stato maggiore, avrebbe attentato alla vita di Hitler. Sul personaggio vale la pena di leggere un puntuale libretto di Peter Steinbach edito da Bruno Mondadori: «Testimone nel fuoco». Lo animarono idealismo, patriottismo e senso del dovere: lo stesso amalgama che motiva la poesia di George, indiscusso maestro dei patrioti «diversi». Scoppiata la guerra, Stauffenberg si mostrò leale con i nemici e corretto verso la popolazione civile, mettendosi così in contrasto con gli alti comandi adusi a comportamenti ben peggiori. Ne derivò un' opposizione sempre più articolata. Fu così che Stauffenberg si trasformò in un aspirante chirurgo della storia: come Bruto, Bresci e gli altri che nei secoli hanno tentato di modificare a mano armata i destini della patria. Sotto tale profilo, fallita la vasta congiura che riuscendo avrebbe risparmiato al mondo ulteriori milioni di vittime, Claus fu atrocemente denigrato. Perfino il New York Times, nel dare la notizia, lo chiamò «the assassin»: bella gratitudine da parte americana, non c' è che dire. E gli alleati non mossero un dito per aiutare gli antinazisti: «Sono fatti loro», dissero all' epoca. A lavare l' onta arriva Tom Cruise, che in Operazione Valchiria, da ispirato europeo di complemento, illustra il tormentato itinerario spirituale dell' eroe. Sull' argomento c' era già stato, con parecchi altri, un film di Pabst non molto riuscito, Accadde il 20 luglio (1955). Sarà che l' inglese è una lingua abbastanza vicina al tedesco, ma qui gli attori anglosassoni (Kenneth Branagh, Terence Stamp, Tom Wilkinson e compagni) parlano e si comportano come veri ufficiali della Wehrmacht. Notevole anche David Bomber, grigio e viscido nella raffigurazione del Fuehrer annidato nella Tana del Lupo. Da accreditare al controllo rigoroso del regista Bryan Singer la perfetta ricostruzione ambientale, gli impeccabili costumi, la suggestiva fotografia; ma soprattutto il coraggio di non concedere niente al romanzesco. Perfino al tenero rapporto di Claus con la moglie si accenna soltanto e con insolita sobrietà. Chi al cinema cerca solo lo spettacolo ne esce magari annoiato, ma chi sa approfittare dell' occasione impara cose importanti. Assume evidenza un contesto dal quale, giocando il caso la sua parte imprevedibile, si desume il disordine, l' incertezza e il generale intontimento di un' epoca. Il miserabile e sanguinoso balletto che segue la falsa notizia della morte di Hitler, diffusa e poi smentita, è qualcosa che non si era mai percepita con tanta chiarezza. E anche se il film non lo dice, il grido finale di Stauffenberg («Lunga vita alla santa Germania!») nacque proprio a Minusio fra i catecumeni di Stefan George.

Tullio Kezich

© Sipario 2011