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Onora il padre e la madre
di Sidney Lumet
con Philip Seymour Hoffman, Ethan Hawke, Albert Finney |
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Corriere della sera, 21 marzo 2008
Lumet non fa sconti sulla crisi dei valori
L'83enne Sidney Lumet non fa più sconti. Racconta la tragedia americana di una famiglia, trampolino per una perdita di valori generale come un diabolico thriller. Due fratelli in panne svaligiano la gioielleria dei genitori: e per errore ne feriscono uno a morte. Rimorsi e pentimento? Roba vecchia. Con un avvio e un un finale travolgenti (guardate bene papà Finney) Lumet mette in mostra il cinismo contemporaneo proseguendo l'analisi di Woody, Gray, dei Coen, sulla putrefazione dei rapporti, senza rifarsi agli dei greci. Il nulla etico, il bisogno primario di dollari, il contagio della mediocrità, la cura asociale della droga, sono espressi magnificamente da Philip Seymour Hoffman ed Ethan Hawke. Il film non promette alcuna speranza, la vita non ha più prezzo né senso, ma è così pieno di pathos e logica cinematografica che si esce almeno ottimisti sul futuro dei registi over 80.
Voto: 8,5
Maurizio Porro
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Il Mattino, 15 marzo 2008
Viaggio al termine del Male
È un grandissimo film «Onora il padre e la madre», presentato fuori concoro alla Festa di Roma, di quelli, però, che non concedono nulla allo spettatore e gli negano il consueto balsamo consolatorio. Il veterano Sidney Lumet, ottantadue anni e un Oscar alla carriera, torna infatti sugli schermi con un thriller scabro, spietato, claustrofobico e a tratti d'insostenibile, benché strategica, sgradevolezza cadenzato sulle ore e i giorni precedenti e seguenti un'assurda rapina organizzata, ai danni della gioielleria dei propri genitori, da due sciaguratissimi fratelli. Sia Philip Seymour Hoffman («Capote») che Ethan Hawke («Training Day») entrano nel ruolo con un virtuosismo che lascerà a bocca aperta il pubblico competente, anche perché l'irresponsabilità, il vizio, la violenza e soprattutto un'abissale quanto comunissima mediocrità sociale ed esistenziale li pervadono da capo a piedi, finendo col perderli in un climax d'agghiacciante deriva etica. Il racconto della rapina, che solo sulla carta dovrebbe risolversi in un gioco da ragazzi, è destrutturato in un sapiente andirivieni nei tempi e nelle angolazioni di ripresa; ma il bello è che l'espediente virtuosistico del montaggio non serve solo a sottolineare con beffardo cinismo gli errori, le idiozie e gli sbandamenti che caratterizzano il piano, ma più ancora a significare nei gesti (anziché negli invadenti psicologismi cari al cinema di sotto casa) di quanta abiezione e quanta solitudine si nutrano i protagonisti. Non a caso Philip ruba dalle casse della sua azienda e si fa di eroina, mentre Ethan va a letto ogni giovedì con la moglie del fratello (Marisa Tomei): a fattaccio compiuto, quando la nemesi inizia a incombere su una New York anonima, grigia e periferica, si ritroveranno a fianco dell'inconsapevole padre padrone (Albert Finney) in un crescendo di rabbie, rancori e orrori che non possono né sanno arrestare proprio come se fossero personaggi di una tragedia greca o dello Shakespeare noir e cattivista. La qualità del film va quindi ricercata nella raggiunta fusione di uno stile classico, appunto lumettiano, con l'andatura nevrotica tipica del cinema contemporaneo, adeguata a una visione del mondo disillusa, rabbiosa e nichilistica. Non c'è spazio per effetti estetizzanti o spiegazioni didascaliche perché Lumet pone un'attenzione spasmodica alle sfumature, agli scarti, al «non detto» che sono riconoscibili nelle pieghe di ogni vita e possono, ahinoi, innescare l'inarrestabile banalità del Male.
Valerio Caprara
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L'Unità, 14 marzo 2008
Prima che il diavolo sappia che sei morto
Costruito con una progressione geometrica ad altissimo contenuto di cinismo, Onora il padre e la madre (in originale: Before Devil Know You're Dead del grande Sidney Lumet (più di ottant'anni e non sentirli) è una tragedia dal cuore nero su una famiglia che si autodistruggerà nel giro di pochi giorni.
Il titolo è parte di un proverbio irlandese che recita: "Possa tu trascorrere mezz'ora in Paradiso prima che il diavolo sappia che sei morto". Come dire: niente da stare tranquilli, ciascuno ha il suo scheletro nell'armadio, chi non ha colpe...
Protagonisti due fratelli. Andy (Philip Seymour Hoffman), il maggiore, è un dirigente con un buon stipendio ed è sposato con una bella donna (Marisa Tomei), fragile e insoddisfatta. Vorrebbero dare una svolta al loro rapporto, non si sa in che direzione. In attesa di capirlo, una volta a settimana va nell'appartamento di lusso di un pusher per farsi di eroina.
La consolazione chimica (e in senso lato anche tutti gli altri tipi possibili), che smorza le spigolature del quotidiano è ormai un must dei film (vedi Le conseguenze dell'amore) che sanno raccontare vizi, velleità o debolezze insospettabili di chi per lavoro o posizione spesso deve mostrare un profilo coriaceo e pulito.
Il fratello minore Hank (Ethan Hawke) è un ragazzo semplice, divorziato, che ama la figlia ed è vessato come una tagliola alle caviglie dall'urticante ex moglie perché paga in ritardo gli alimenti. Ha debiti fin sopra i capelli e una faccia d'angelo.
Siamo nel regno dei miserabili in giacca e cravatta, ciascuno secondo taglio e qualità che può permettersi. L'abiezione morale non spaventa più nessuno.
Andy è alla vigilia di una visita ispettiva che lo metterà nei guai perché come dirigente finanziario ha usato i soldi della società per cui lavoro come gli pareva. Così propone ad Hank una rapina facile facile. Nella gioielleria dei loro genitori. Sanno come funziona, il lavoretto è indolore (pagherà l'assicurazione) e di mattina c'è un'anziana commessa cieca come una talpa. Hank è riluttante ma poi accetta e si affida ad un balordo di sua conoscenza.
Tutto deve filare liscio, soldi tranquilli che saranno una boccata d'ossigeno, nessuno piangerà. E invece le cose si complicheranno, notevolmente.
Presentato nella sezione fuori concorso della Festa e (secondo gli osservatori più attenti) incredibilmente ignorato dagli Oscar 2008, il film del cineasta Usa è un'arma contundente che si fa guardare con voluttà. Prima di tutto perché ci sono attori in grande spolvero.
Di Hoffman inutile sottolineare il filotto di ottimi ruoli, ben scritti o semplicemente ri-plasmati dal suo genio recitativo. Ethan Hawke è sicuramente la punta di diamante della generazione dei quarantenni mentre notevole è anche "l'anziano padre" Albert Finney. Quanto a Marisa Tomei, straordinaria nella sua "confusione etica", mancava da tempo con un personaggio all'altezza.
Striato di ironia al vetriolo, disperante e disperata, con sorprese sarcastiche e velenosissime dentro una trama ad orologeria, molta parte del merito d questo piccolo gioiello va alla sceneggiatrice Kelly Masterson.
Facile, e nemmeno nascosta, la riflessione sconsolata sullo stato dei rapporti tra gli essere umani in una società soffocata dalla frustrazione e dal desiderio di risolvere i problemi con troppe scorciatoie. Costruito con un montaggio che smonta i piani temporali e moltiplica l'angolazione della prospettiva, Before Devil Know You're Dead presenta una serie di personaggi incastrati in una struttura destinata a collassare su se stessa.
La cifra è il pessimismo più spinto e ad effetto e da questo punto di vista il risultato da ottenere sembra paradossalmente più facile. Ma qui si vede tutta l'esperienza di Lumet, la grande capacità di leggere caratteri, circostanze, tic e debolezze della nostra condizione.
Pasquale Colizzi
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Corriere della sera, 14 marzo 2008
Tragedie e delitti di famiglia raccontati dal maestro Lumet
Di fronte all' ultimo film di Sidney Lumet, i generi tradizionali del cinema rivelano tutta la loro inadeguatezza catalogatoria. Non funziona «giallo» anche se tutto parte da un furto e da un omicidio, non funziona «noir» nonostante lo scontro di passioni e tormenti che agita l' animo dei protagonisti e «dramma» è decisamente troppo generico. Solo una definizione sembra calzare al film, ed è tragedia. Una tragedia quotidiana, ambientata in una New York senza smalto né appeal, interpretata da personaggi anonimi, «piccoli» borghesi con il problema degli alimenti da pagare alla moglie o di una routine matrimoniale da risvegliare. L' angoscia per l' incombere del destino o la pulsione per un qualsivoglia dovere morale non entrano mai nell' orizzonte delle azioni, ma anche parlare di banalità del male vorrebbe dire attribuire alle azioni dei fratelli Hanson una qualche dimensione etica: Onora il padre e la madre è la tragedia della mediocrità e della immoralità, il ritratto senza speranza di un mondo che ha perso ogni possibile dignità e che, come dice un proverbio irlandese citato per metà dal titolo originale (Before the Devil Knows You' re Dead), spera solo di «arrivare in paradiso mezz' ora prima che il diavolo si accorga che sei morto». Trenta minuti (forse) di felicità prima del castigo eterno... La strada per quella «felicità» la propone Andy (Philip Seymour Hoffman) al fratello minore Hank (Ethan Hawke): svaligiare la gioielleria degli anziani genitori. Conoscono perfettamente il locale e i suoi allarmi avendoci entrambi lavorato, una pistola giocattolo basterà per impaurire l' anziana commessa e l' assicurazione si occuperà di risarcire i proprietari. Mentre la refurtiva consentirà allo squattrinato Hank di mantenere i suoi impegni con l' ex consorte e Andy potrà fuggire con la moglie Gina (Marisa Tomei) verso quella Rio che nella primissima scena li aveva visti ritrovare per una volta la passione sessuale. Naturalmente niente va come dovrebbe: Hank non ha il coraggio di fare il colpo da solo e ingaggia un balordo che «per entrare nella parte» usa una vera pistola. Invece della commessa semicieca nel negozio c' è la madre (Rosemary Harris) e la rapina si conclude con due corpi sul pavimento: il balordo ucciso e la madre trasportata in coma all' ospedale. Dove i due fratelli si ritrovano fianco a fianco a un padre (Albert Finney) che non si capacita dell' accaduto. E dove, come è facile intuire, i veri problemi sono appena cominciati. Quello che abbiamo finora riassunto in maniera lineare, però, il film ce lo mostra in tutt' altro modo, partendo dalla rapina (su cui tornerà anche in seguito) e poi zigzagando nel tempo, prima e dopo l' assalto alla gioielleria. Una «trovata» di sceneggiatura come ne abbiamo viste molte ma a cui lo scrittore Kelly Masterson affida un compito meno scolastico e più complesso: illustrare non tanto i meccanismi della storia e gli intoppi che la fanno deragliare ma piuttosto svelare l' abiezione e la pochezza dei vari personaggi. In questo modo la tragedia non nasce dal susseguirsi degli eventi, coinvolgendo lo spettatore in un meccanismo narrativo incalzante, ma piuttosto dalla scoperta dell' inumanità dei vari personaggi, delle loro debolezze e piccolezze. Invece di farci appassionare ai «sassolini» che dovrebbero bloccare gli ingranaggi ben oliati di una rapina, il film (e una sceneggiatura costruita così) ci aprono gli occhi sul lato oscuro delle persone che incrociamo tutti i giorni, capaci di tradire il fratello con sua moglie (lo fa Hank con Gina tutti i giovedì) o di falsificare la contabilità dell' ufficio per pagarsi periodiche iniezioni di eroina (lo fa Andy). E che non si tratti solo di «luoghi comuni» sul Male ma di qualche cosa di più squallido e insieme ordinario lo rivelano piccole preziosità dei dialoghi, come il bisogno che ha Hank di nobilitare la sua relazione con giustificazioni romantiche (mentre Gina ha ben presente che tutto si basa sull' attrazione sessuale) o come le confessioni esistenziali che Andy snocciola ogni volta che si fa bucare dal suo raffinato spacciatore (che con inevitabile cinismo gli consiglia di rivolgersi a uno psicoanalista). In questo modo la tragedia del sangue (che naturalmente non si limiterà a quello versato in gioielleria) diventa la tragedia della mediocrità imperante, dove la vita perde ogni significato perché non ne hanno più parole come morale o amore filiale o rispetto altrui. E se Non è un paese per vecchi dei fratelli Coen si limitava, in qualche modo a prendere atto dell' irruzione della violenza nella vita di tutti i giorni, il film di Lumet ci dice che quella violenza non viene dall' esterno, ma è la conseguenza inevitabile di un mondo dove il miraggio di pochi soldi (il guadagno della rapina avrebbe dovuto essere di 60 mila dollari, da dividere in due) ha cancellato ogni altra forma di valore. Lasciando campo libero solo all' odio e alla ferocia, come ci ricorda l' ultima indimenticabile, agghiacciante scena tra padre e figlio.
Paolo Mereghetti
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Il Manifesto, 14 marzo 2008
Una rapina che disintegra tutti i rapporti famigliari
Sidney Lumet arriva sugli schermi con il suo Before the devil knows you're dead (Onora padre e madre), film davvero aspro. A conferma che l'età anagrafica conta poco, quel che dà spessore è il talento, le storie e la capacità di raccontarle. La vicenda affronta e disintegra letteralmente i rapporti famigliari e i suoi componenti attraverso una narrazione che si muove a capitoletti in cui si ricostruiscono i momenti chiave e intrecciati delle giornate vissute dai diversi protagonisti nel periodo che prevede e segue l'evento clou: la rapina. Rapina che finisce malissimo, l'anziana titolare di una gioielleria in fin di vita e il rapinatore seccato dalla medesima. Il colpo è stato pensato da un manager con vizi costosi e matrimonio allo sbando. Lo ha suggerito a suo fratello, perennemente a caccia di denaro, che a sua volta ha coinvolto un malavitoso di mezza tacca. Ora, i due fratelli sono figli dei titolari della gioielleria, che si ritrovano così a piangere due volte, per la perdita di mamma e quella del malloppo che avrebbe potuto farli svoltare. Così, entra in gioco papà, che non si dà pace per quel che è successo. Tradimenti, rancori, timori, tutti i tasselli vanno a convergere verso un finale sorprendente a di rara cattiveria. Un ritratto impietoso di straziante cinismo che Lumet dirige magistralmente, supportato da un cast di grande livello. A partire da Philip Seymour Hoffman, mente perversa che avvia la spirale tragica, Ethan Hawke il fratello debole che sbaglia ogni mossa, Marisa Tomei moglie di uno e amante dell'altro e un Albert Finney paternamente sconvolto. Il titolo originale del film deriva da un detto irlandese che recita «bisognerebbe provare almeno mezz'ora di paradiso, prima che il diavolo sappia che tu sei morto». Ma quella mezz'ora di paradiso neppure si intravede, il diavolo si annida dentro tutti i personaggi, compresi quelli secondari che si affacciano con il loro portato di odio e cattiveria in un film che pure si apre con una caldissima scena di sesso, prima di spiazzare continuamente con gli eventi che si susseguono si incastrano e incarogniscono storia e personaggi.
Antonello Catacchi0
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La Repubblica, 14 marzo 2008
"Onora il padre e la madre"
Quella mattina di un giorno da cani
Sono le 7.58 del mattino. In un quartiere periferico di New York, l'anziana Nanette apre i battenti della piccola gioielleria di famiglia. Qualcuno cerca di rapinare il negozio: la vecchia signora afferra una pistola e fa fuoco; uno dei malfattori cade, l'altro si dà alla fuga. La donna è gravemente ferita. Da qui in poi, Onora il padre e la madre racconta gli antefatti del sanguinoso episodio, poi le sue conseguenze.
A ordire il colpo sono stati i due figli di Nanette, Andy e Hank. Hank, il maggiore (Philip Seymour Hoffman) sembra un tranquillo uomo d'affari, sposato a una bella donna, Gina (Marisa Tomei), con cui si produce in una scena di sesso abbastanza disinibita. In realtà è assuefatto alla droga e sull'orlo del fallimento professionale. Separato, Hank (Ethan Hawke) ha una bambina che vorrebbe iscrivere a una prestigiosa scuola privata; coltiva anche una relazione extraconiugale che non entusiasmerebbe il resto della famiglia.
In comune, oltre a Gina, i fratelli hanno un'altra imbarazzante caratteristica: entrambi sono assillati da problemi economici, cui il "colpo" era destinato a porre riparo mediante la riscossione dell'assicurazione e la vendita dei preziosi rubati. Mentre la polizia indaga, senza stanare un ragno dal buco, l'anziano capofamiglia Charles (un intenso e dilacerato Albert Finney) comincia a intuire cose diverse dalla verità ufficiale.
Il titolo originale, Before the devil knows you're dead, si riferisce a un detto irlandese che suona: "Cerca di andare in paradiso mezz'ora prima che il diavolo sappia della tua morte": titolo diabolicamente efficace, assai più di quello scelto per la distribuzione italiana. Il cinema ama, di questi tempi, raccontare tragedie familiari in forma di romanzi criminali. Nel caso, però, tutto si svolge all'interno del circuito domestico, senza mafie russe né assassini di professione; come avviene, molto spesso, nelle cronache della vita reale.
Dopo mezzo secolo di carriera nel cinema, l'ottantaquattrenne Sidney Lumet ritrova buona parte della forma di un tempo. Il suo nuovo film fa tornare in mente "Quel pomeriggio di un giorno da cani" (la rapina sgangherata, i personaggi antieroici con le loro ferite private...), ma senza la nota grottesca che alleggeriva quel titolo ormai classico: qui siamo invece, come si diceva, in piena atmosfera tragica.
È con i toni propri della tragedia che il destino incombe sui personaggi: un destino con la "d" minuscola, però, poiché non sono divinità malvage e imperscrutabili a condurli verso la rovina, bensì precise responsabilità individuali (con, forse, una eco di predestinazione calvinista di matrice culturale anglosassone). Per trasmetterci un senso d'ineluttabile fatalità, Lumet ricorre a una struttura a-cronologica, adottando volta a volta punti di vista diversi che forniscono nuove informazioni sui moventi del crimine. Effetto raggiunto (in simultanea con quello di stringere sempre più il cerchio intorno ai due fratelli) grazie a un'articolazione dei tempi narrativi sapiente; forse anche troppo, fino a rischiare l'automatismo di una "macchina" narrativa troppo consapevole di sé.
Roberto Nepoti
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Il Messaggero, 14 marzo 2008
Una tragedia americana
firmata Sidney Lumet
Giù il cappello davanti a Sidney Lumet, 83 anni e quasi altrettanti film (molti di più se contiamo gli episodi tv). Più la dote, rara, di trasformare tutto ciò che tocca in oro a colpi di cinema. Cioè di ritmo, di dialoghi perfetti, di inquadrature semplicissime e geniali, di attori capaci di dare con pochi tocchi spessore e profondità anche a personaggi ordinari o spregevoli.
Non importa infatti quanto azzardate siano la storia o le psicologie. Lumet può ambientare una tragedia greca nella New York di oggi con la faccia tosta di chi ne sa una più del diavolo. E proprio Before the Devil Knows You're Dead, "Prima che il diavolo sappia che sei morto", si intitola questa tragedia in forma di thriller, ribattezzata Onora il padre e la madre e condotta con mano sicura in un gioco vertiginoso di flashback e cambi di prospettiva che inchioda alla poltrona fino all'ultimo minuto.
Andy e Hank (Philip Seymour Hoffman e Ethan Hawke) sono due fratelli middle class che sotto sotto non si vogliono molto bene, infatti Hank il bello si porta anche a letto la moglie di Andy (Marisa Tomei). Ma Andy naturalmente non sospetta nulla, e visto che hanno entrambi seri guai finanziari, il "cervello" dei due, cioè il corpulento Andy, propone al fratello di risolvere i loro problemi ... rapinando una gioielleria che conoscono bene.
A chi appartenga questa gioielleria, ve lo lasceremo scoprire da soli, anche se è un "segreto" che dura circa 10 minuti. Basti sapere che il colpo, assurdo ma apparentemente facile, degenera in pasticcio sanguinoso e irrimediabile, anche perché il debole Hank manda un balordo a fare la rapina al posto suo mentre lui aspetta fuori in auto. E quando tutto inizia a andare storto i due fratelli si trovano catapultati in una spirale di intrighi e violenza che non risparmia nessuno, mogli, ex-mogli, amanti, complici, fratelli, genitori. In una resa dei conti generale che mette a nudo ogni personaggio con i suoi rancori, le sue debolezze, i suoi desideri di rivalsa sepolti magari nell'infanzia, come succede quando ci si scanna in famiglia.
È qui che si rivela la formidabile bravura di Lumet e dei suoi attori, capaci di spremere il succo di un pugno di esistenze in pochi giorni decisivi. Anche grazie alla sapiente alternanza di scene madri e tempi morti. Vedi la scena in cui Andy va a rilassarsi in cima a un grattacielo, accudito da un efebo in vestaglia che gli prepara un comodo letto, incassa il dovuto e gli fa un bel "buco" d'eroina un flash quasi onirico che ci dice bruscamente tutto del personaggio. Prima che il padre, anzi il Padre (grandioso Albert Finney) irrompa a sua volta nella vicenda con tutto il suo peso.
"Solo" un grande film di genere, dunque, come pare suggerire quel finale nerissimo, o una tragedia americana da prendere sul serio fino in fondo? Difficile dirlo: la libertà di tono di Lumet autorizza ogni lettura. Ma è proprio questo a rendere il gioco, oltre che preciso e crudele, doloroso e rivelatore.
Fabio Ferzetti
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Il Giornale, 14 marzo 2008
Vendetta, sangue e dollari
Ecco la follia di due fratelli Il titolo originale - Before the devils knows you are dead (Prima che il diavolo sappia della tua morte) - del film di Sidney Lumet, presentato alla Festa di Roma, era prolisso, ma rendeva più di Onora il padre e la madre, la cui valenza si coglie solo a film visto. Lo percorre l'ossessione del denaro, alla quale soccomberanno per un verso o per l'altro i componenti di una famiglia di New York. Come nell'ultimo film di Woody Allen, anche qui sono due fratelli (Philip Seymour Hoffman e Ethan Hawke) a realizzare l'autodistruzione: provocano indirettamente l'assassinio della madre e inducono il padre a tremenda vendetta. Tutto è molto professionale, sempre che si trovi una ragione per vederlo.
Maurizio Cabona
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La Stampa, 14 marzo 2008
Il diavolo guida i fratelli di Lumet
La tragedia è classica, il dramma è moderno: nella prima avvengono fatti devastanti, tuttavia il tono è sempre alto perché ne sono protagonisti uomini straordinari e dei; nel secondo, per quanto gli eventi possano essere terribili, tutto rientra in un ambito di gente comune e il legame con il cielo e con il fato appare irrimediabilmente spezzato. Per questo motivo Onora il padre e la madre firmato dal veterano Sidney Lumet, 84 anni il prossimo giugno, pur raccontando una vicenda degna di Eschilo non è da considerare una tragedia, bensì un melodramma criminale: tale è lo squallore e la stupidità del male nel mondo contemporaneo retto dall'avidità e deserto di valori etici. Due fratelli, il cinico Philip Seymour Hoffman e l'influenzabile Ethan Hawke, entrambi a corto di denaro pianificano una rapina alla gioielleria dei propri genitori. Nessun rischio e i danni li paga l'assicurazione: purtroppo tutto va storto e le conseguenze saranno devastanti.
Nella sceneggiatura di Kelly Masterson, commediografo al suo esordio nel cinema, la vicenda è raccontata a frammenti, avanti e indietro nel tempo e nell'ottica volta a volta di uno o dell'altro personaggio, sino alla catastrofe finale. Per un po' la trovata è ingegnosa e Lumet segue le malefatte dei due disgraziati con lo sguardo distaccato dell'entomologo e lo stile sobrio e teso che si confà a un maestro del thriller. Poi però, a mano a mano che i protagonisti nel vano tentativo di uscire dal cul de sac in cui si sono ficcati sprofondano in un inferno di rimorsi ed efferatezze, il regista di Serpico carica i toni da melò come se ricordasse di aver portato sullo schermo nel 1962 Lungo viaggio nella notte di O'Neill, con un risultato che sconfina nel grottesco. Ne fanno le spese i pur validi interpreti, fra cui il padre Albert Finney e Marisa Tomei moglie di Hoffman e amante di Hawke. Corre l'obbligo di aggiungere che la critica Usa più autorevole si è proclamata entusiasta del film; e che da un'ideale trilogia composta da Onora il padre e la madre, Sogni e delitti e Non è un paese per vecchi emerge una visione dell'oggi a dir poco allarmante.
Alessandra Levantesi
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Il Tempo, 12 marzo 2008
Le atrocità di un padre tra tragedia greca e thriller
Sidney Lumet a New York come in una tragedia greca. Con omicidi efferati in famiglia come nel teatro di Shakespeare. La cronaca e la fatalità, ma senza catarsi.
Due fratelli, Danny e Hank. Il primo ha un alto incarico in una impresa dove però per arrotondare i suoi proventi, assecondare una moglie che ama con passione e pagarsi il vizio della droga, non esita a falsificare certi rendiconti per mettersi in tasca i ricavi. Il secondo ha una posizione più precaria, stenta a pagare alla moglie gli alimenti che le deve dopo aver divorziato e il poco denaro che gli resta, lo impiega per soddisfare il vizio del bere, cui spesso soggiace. Ecco però che Danny pensa di avere un'idea con cui risolvere i problemi di entrambi. I loro genitori sono proprietari di una gioielleria, vi organizzeranno una rapina, i genitori si ripagheranno con l'assicurazione e loro si ritroveranno con un bel gruzzolo, capace di far fronte a tutte le loro necessità. Ma tutto va storto, e nel più drammatico dei modi.
Un primo merito. Il testo. I fatti, anziché svolgerli in un preciso ordine cronologico, non scritte che annunciano un «prima» e un «dopo» della rapina non solo tendono a farci conoscere sempre più da vicino le evoluzioni delle psicologie dei due fratelli, ma proponendo (anche riproponendo) le varie situazioni in cui via via vengono coinvolti, fanno levitare lungo tutta l'azione un clima di tensioni costanti, abilmente diviso fra l'ansia di sapere quello che dovrà accadere e le reazioni dei singoli che vi si trovano in mezzo.
Secondo merito. Questo clima, espasperato e dilatato fino al diapason, viene evocato dalla regia di Lumet con una vitalità e una forza espressiva che, più la vicenda si svolge nel turbine dei suoi terrificanti imprevisti, e più serra alla gola, senza mai concedersi pause e anzi favorendo un crescendo — di fatti, di gesti — che nel finale rasentano addirittura l'atroce. Ma in cifre di ghiaccio. Non salvando nessuno, Né quelli che moriranno, né gli straziati (e strazianti) sopravvissuti.
Un grande Lumet. All'altezza, nonostante la sua età tarda, dei film più sconvolgenti della sua salda carriera.
Concorrono al suo successo tre interpreti di doti sicure: Philip Seymour Hoffan, di nuovo, dopo «Capote», pronto, per Danny a mettere in gioco la sua mimica più torva. Ethan Hawke, un Hank all'insegna dello sfacelo. Alberto Finney, un padre il cui dolore degenera in orrore.
Gian Luigi Rondi
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L'Espresso, 7 marzo 2008
New York in noir
Fatto di cronaca attuale, tragedia elisabettiana, melodramma: due fratelli rapinano per soldi la gioielleria dei genitori, provocano per incidente la morte della madre, uccidono per paura alcuni testimoni e/o ricattatori, uno scappa chissà dove, l'altro viene ammazzato dal padre. 'Onora il padre e la madre', 45° film di Sidney Lumet ottantatreenne, è un thriller newyorchese veloce, ricco di energia, di empietà famigliare, dei guai di un'America usa a vivere indebitandosi. Ben fatto, appassionante, e con qualcosa di più rispetto ai grandi e rabbiosi passati film del regista ('La parola ai giurati', 'L' uomo del banco dei pegni', 'Il verdetto').Lumet, da sempre portato per l'azione e per i drammi famigliari, qui analizza in profondità i personaggi nel loro bisogno di soldi: un fratello con la moglie esigente, amante della droga e della vita ricca, ruba soldi nell'azienda della quale è amministratore e non riesce a risarcire il debito segreto; l'altro, che ha un lavoro più modesto, è divorziato e va a letto con la cognata, non arriva a pagare gli alimenti. A tutti e due non sembra impossibile far soldi rapinando i genitori: l'assicurazione pagherà, nessuno si farà male, tutto verrà risolto. Quando il colpo fallisce, Lumet esamina molto bene le reazioni di ciascuno al disastro: mentre il padre tenacemente indaga per scoprire l'assassino della moglie, un fratello si abbandona all'eroina e al sesso meccanico, l'altro si immerge in sonni comatosi pesanti e torvi come fughe.Altri meriti: gli attori diretti benissimo (Philip Seymour Hoffman e il padre Albert Finley sono perfetti, anche Ethan Hawke è molto bravo); New York vista con la tristezza e lo struggimento amoroso di chi teme di dover lasciare la città più bella e più crudele.
Lietta Tornabuoni
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