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Once
Oncedi John Carney
con Glen Hansard, Markéta Irglóva, Bill Hadnett (Irlanda, 2007)
 
L'Unità, 6 giugno 2008

Singing in the irish mist

Steven "Indiana" Spielberg si è detto "ispirato" da questo piccolo film e la canzone originale "Falling Slowly" ha vinto l'Oscar 2008. Negli Usa ha incassato 10 mln di dollari, dieci volte per esempio lo sfortunato debutto in inglese di Wong Kar-Wai con My Blueberry Nights. Per essere un piccolo musical urbano irlandese, che promette di essere una storia d'amore ma resta un castissimo rapporto d'amicizia, Once (Una volta) ha spiazzato molti. Anche perché nasce da congiunture curiose che rendono particolare il progetto. Infatti il regista John Carney, ex bassista dei dublinesi "The Frames", ha preso due musicisti di quello stesso gruppo e li ha fatti recitare sulla falsariga della loro esperienza (artistica): persone con pene d'amore (e chi non ne ha), due solitudini che per un attimo si incontrano e una passione per la musica che li fa volare più in alto delle loro miserie. Abbozzati come in una canzone e senza un nome, lui è tornato da Londra col cuore spezzato dalla sua ex ragazza, lei è una ragazza madre della Repubblica Ceca, che tira avanti vendendo rose e facendo pulizie. Entrambi baciati dal talento musicale (rispettivamente chitarra e piano), scrivono e registrano alcuni brani sperando nella fortuna. O meglio: libero lui di tentarla, incatenata lei dai doveri famigliari.

Puliti, spontanei, spesso spiati tra la folla ma senza imbarazzi i due protagonisti, il rosso Glen Hansard, frontman dei Frames e Marketa Irglova, la loro appena ventenne polistrumentista ceca con un curioso inglese. Il film sembra un doc sulla registrazione di un album – con padri nobilissimi e inarrivati in Van Morrison e Jeff Buckley - con le sessioni di prove, i lampi dell'ispirazione, i momenti da videoclip. Per esempio lei che canta in ciabatte e vestaglia in piano sequenza notturno girando l'isolato come in "Bitter Sweet Symphony" dei Verve. Quello è uno dei momenti esteticamente più audaci, per il resto Carney inserisce il cantato in situazioni più reali possibile, rifuggendo lo stacco totalmente surreale che in genere usano i musical. Anche perché ha l'ambizione di ancorare la storia con qualche veritiero inserto "working class" sull'immigrazione in città (i ragazzi stranieri che guardano soap inglesi per imparare la lingua) o la spoglia bottega del padre vedovo di lui. Un film ibrido con uno stile semplice e immediato, pieno di educazione e buoni sentimenti come neanche in Cenerentola. Effetto collaterale: non riuscirete a togliervi dalla testa la canzone.

Pasquale Colizzi

 
Il Mattino, 7 giugno 2008

Omaggio in salsa retrò al musical di Hollywood

Lanciato dal «Sundance» di Redford, «Once» è un film indipendente che in America è diventato un caso: la scorsa estate ha incassato sette milioni di dollari, ha conquistato pubblico e critica e ha avuto gli elogi di Spielberg e Dylan. Girato nel 2006 in soli 17 giorni e costato appena 180 mila euro, il musical dell'irlandese John Carney esce ora in Italia grazie alla Sacher di Nanni Moretti. Il trentasettenne esordiente regista dublinese che viene dalla televisione rende esplicito omaggio al grande musical hollywoodiano, in particolare a «Bulli e pupe» e «Cantando sotto la pioggia», e per raccontare una piccola grande storia d'amore ha lavorato molto sulla colonna sonora dosando con abilità brani di matrice diversa («Falling slowly» ha vinto l'Oscar 2008 come migliore canzone originale) e non è un caso che per i ruoli dei due protagonisti ha scelto due veri musicisti, Glen Hansard fondatore della band indie irlandese Frames, e Markéta Irglová, ventenne cantautrice di Praga. Lui, Guy, suona la chitarra per le strade di Dublino, sogna di fare il musicista ma intanto lavora con il padre e ripara aspirapolveri. Lei, Girl, è una giovane immigrata ceca separata con figlia a carico che canta e suona il piano. Quando i due si conoscono nel giro di poche ore s'innamorano e trovano un'intesa artistica, al punto da fare un disco insieme. Con una sceneggiatura in parte autobiografica, Carney ha dato al magico incontro di Guy e Girl la forma del romanticismo fuori moda (i due innamorati si raccontano le rispettiva esperienze amorose del passato) e ha trasformato la fragilità della trama nella semplicità narrativa e nell'impatto emotivo del cinema del passato, complici le efficaci performance canore dei protagonisti e lo sfondo di una suggestiva Dublino.

Alberto Castellano

 
Il Messaggero, 6 giugno 2008

Sì, esistono ancora
le canzoni d'amore

Far funzionare la storia più vecchia del mondo - "ragazzo incontra ragazza" - non succede ogni giorno. Ma usare uno schema così semplice e universale per ribaltare il rapporto fra il cinema e la musica, asservendo il primo alla seconda senza battere le solite strade del musical, è ancora più raro. Eppure è quanto accade in Once, diretto da un regista che è stato per anni il bassista del gruppo irlandese dei Frames, e interpretato da altri due veri musicisti che non "recitano" personaggi cuciti loro addosso, ma piuttosto mettono in scena la nascita di una serie di bellissime canzoni - le loro canzoni. Lui (Glen Hansard, fondatore dei Frames, apparso anche in The Commitments) suona la chitarra nelle strade di Dublino. Lei, una giovane profuga arrivata lì da Praga chissà come, sembrerebbe una delle tante anime perse nelle strade della città se non nascondesse un dono. Anche lei infatti (Markéta Irglova), è una musicista, nella vita come nel film. Anche lei nasconde tesori di sentimento e di saggezza nelle dita e nella voce. E insieme a lui... Beh, questo conviene scoprirlo direttamente al cinema, Once è uno di quei film così delicati e toccanti che a raccontarli si sciupa. Ma la fusione fra il "poco" che accade e la piena di emozioni che Carney riesce a scatenare con un pugno di personaggi è una delle vere sorprese dell'anno.

Fabio Ferzetti

 
Corriere della Sera, 30 maggio 2008

Amarsi a Dublino con una canzone

Film musicale in senso stretto: le parole sono inessenziali rispetto alla scia sentimentale lasciata dalle canzoni. Che raccontano il breve incontro a Dublino tra un lui che suona la chitarra e una lei, venuta dall'Est, che suona il piano ma sbarca il lunario facendo pulizie. Amicizia o affetto? Resta tutto in bilico in questa sussurrata love story girata come cinema verità, 15 giorni con camera a mano e sentimenti a vista. Come Rohmer senza ironia, ancora credente nel potere del caso. Lo dimostra la genesi stessa dell'operazione: il regista John Carney era parte di una band il cui cantante e solista Glen Hansard è qui la star in sciarpa e chitarra; e divide tentativi sentimentali con Marketa Iglova, cantante ceca con cui ha inciso un disco. Film di nicchia e d'incasso, passato per i festival e con un Oscar per la canzone. Tutto meritato, basta sintonizzarsi sul canale struggente. voto: 7

Maurizio Porro

 
Il Manifesto, 30 maggio 2008

C'era una volta a Dublino

Se «canta che ti passa» è ormai il motto dell'Europa impoverita, Once di John Carney (distribuisce Sacher), Oscar 2008 per la canzone «Falling Slowly» è il film emblematico della rinascita del film musicale. Anche in Italia il genere ebbe i suoi fasti nei periodi di maggiore povertà diffusa, il dopoguerra di Claudio Villa, i musicarelli non ancora sfiorati dal boom, fino a X Factor dei giorni nostri, immaginata come unica chance di un possibile futuro. Il sound irlandese dei «The Frames» è il film stesso, Carney fa parte della band come il protagonista Glen Hansard e la protagonista morava Markéta Irglová. Il semplice intreccio di «boy meet girl», ragazzo incontra ragazza, è complicato dalla cupa realtà di una Dublino in cui si suona sui marciapiedi per sbarcare il lunario (come secondo lavoro) e il costo di un pianoforte è proibitivo. Due talenti musicali si incontrano casualmente per strada e sviluppano insieme una serie di canzoni come beffarda risposta alle difficili situazioni della vita. Lei è una immigrata proveniente dai paesi dell'est e si rivela una brava pianista, lui ha il cuore spezzato da una ragazza che se ne è andata a Londra e scrive canzoni che non lasciano indifferenti. Il loro incontro avvicina moltissimo le loro abilità artistiche ma li tiene a debita distanza, senza forzare sentimenti che non provano. Scommettono ogni emozione sulla creatività, sul comune amore per la musica. Il disprezzo per la creatività artistica nei paesi toccati da neoliberismo emerge in Once con una evidenza che si fa largo in ogni scena, anche se le canzoni sono l'elemento portante dell'intreccio. Canzoni abbozzate, solo accennate, poi elaborate in duetto, infine incise al meglio in una sala professionale. Forte di alcuni Cd, il futuro è nelle case di incisioni di Londra. Così si sono spalancate anche per Carney e i suoi le porte di Hollywood, dopo il successo del film. Un amico, dice, gli ha riferito di aver sentito Spielberg dire: «questo piccolo film mi ha dato ispirazione per il resto dell'anno», frase che ormai accompagna come un portafortuna il film nel suo tour (e anche gli incassi sono stati notevoli). Carney si ispira un po' alla nouvelle vague, un po' al neorealismo, dice. E ha preso parecchi spunti dalla sua esperienza personale, le band irlandesi infatti vivono un po' alla giornata (non tutti sono gli U2), ha chiesto soldi in prestito in banca portando un suo video come garanzia (sfidiamo qualcuno a farlo in Italia), ha dato brevi indicazioni a Glen Hansard per le sue canzoni e costruito il film un po' alla volta, si è tenuto lontano dai personaggi come fossero passanti sconosciuti (non è educato avvicinarsi troppo alla loro privacy), ha fatto innervosire il direttore della fotografia perché spesso ha girato per strada e senza lasciargli il tempo di montare il parco lampade negli interni, soprattutto ha ridotto tutto al minimo. John Carney sta ora preparando il suo prossimo dark film a Hollywood, ha raggiunto il suo personale lieto fine, anche se confessa: «Devo solo stare attento a non fare l'ennesimo film con l'happy end. Neanche a Spielberg certe volte i finali riescono tanto bene».

s.s.

 
La Repubblica, 30 maggio 2008

"Once", storia d'amore semplice e delicata

Difficilmente una storia d'amore contemporanea potrebbe essere raccontata in modo più autentico, delicato e semplice di come la racconta Once, produzione a bassissimo costo realizzata in un paio di settimane ma già pluripremiata (anche con l'Oscar per la migliore canzone, "Falling Slowly") e capace di strappare parole entusiastiche a una vecchia volpe dello spettacolo come Spielberg.

Si racconta il breve incontro, a Dublino, tra un musicista di strada in lutto per amore e una immigrata ceca, venditrice di rose e pianista di talento. L'incontro libera la creatività musicale di entrambi: realizzano un demo, che forse avrà un avvenire. L'ha già avuto, da parte sua, il protagonista Glen Hansard, tra i fondatori del gruppo folk-rock irlandese "The Frames".

La cosa più originale è che la love-story pudicamente abbozzata è raccontata soprattutto attraverso le canzoni, i cui versi sostituiscono le parole d'amore: una forma di "musical", in un certo senso, mai vista prima. E le parole dicono (come nel meglio della musica popolare secondo Truffaut) tutte le cose che contano: "ti amo", "perché mi hai lasciato?", "non so vivere senza di te".

Roberto Nepoti

 
Il Tempo, 30 maggio 2008

Una storia d'amore con musica e canzoni, ma senza che si ceda un solo istante ai vezzi soliti dei film musicali.
Lui, in una Dublino senza sole, è un musicista di strada, lei è pianista ed è arrivata da Praga con la madre e una figlia piccola avendo lasciato in patria un marito cui non sembra molto legata. Anche lui, più o meno, è nelle stesse condizioni perché una donna che ha amato, adesso è andata a vivere a Londra.
Li unisce, intimamente — ma con segni delicati — l'amore per la musica che, a un certo momento, li vedrà registrare insieme una serie di canzoni composte e messe in musica dall'altro. Accompagnato al piano dalla ragazza.
Mentre provano, registrano, fanno l'alba insieme con altri musicisti, insensibilmente sentono una reciproca attrazione. Si frequentano anche nel privato, facendosi reciprocamente conoscere le famiglie, ma tutto si ferma lì, senza che che si superino certi limiti, in climi in cui i sentimenti, anche quelli che sembrano farsi più caldi e addirittura prepotenti vengono sempre trattenuti, sia pure con tatto. Senza né scontri né fratture.
Li dosa un regista irlandese, John Carey, conosciuto qui da noi per un film, «On the Edge», presentato però solo in TV. Ha un passato musicale e se n'è servito per svolgere la sua storia di pari passo con la musica, evitando — appunto — i luoghi comuni dei film musicali e facendo sempre in modo, con abili accorgimenti narrativi (e stilistici) che le canzoni si inseriscano puntualmente e realisticamente nell'azione creandone le occasioni non solo con quella registrazione delle composizioni del protagonista, che è il nucleo principale della vicenda, ma anche con proposte a margine sempre però ben inserite nel contesto.
Anche per questo le varie atmosfere non hanno mai accenti. Sfumano, alludono, sottintendono e con logica precisa risolvono in modo non previsto il rapporto sentimentale fra i due: con tutte le virtù del non concluso e del sospeso.
I protagonisti non sono attori anche se lui, Glen Hansard, lo si è visto in «The Commitments» di Alan Parker. È il fondatore di un noto gruppo rock irlandese e tutta la musica che si ascolta — bellissima — è sua, compresa quella canzone che, di recente, è stata premiata con un Oscar.
La ragazza, Markéta Irglóva, per il cinema invece è un'esordiente, ma ha una grazia gentile che illumina lo schermo.

Gian Luigi Rondi

© Sipario 2011