Oh, les beaux jours!
di Samuel Beckett
Madeleine Renaud
Corriere Lombardo, 30 settembre 1963
Un’ovazione di cinque minuti, al termine di un soliloquio durato un paio d’ore, con una protagonista immobile, sepolta viva in un deserto, della quale, per il primo tempo, si vede solo dal seno in su e, nel secondo, dal mento in su, è una bella vittoria per il teatro. (O una bella sconfitta? Dipende dall’idea che se ne ha). Ma è soprattutto un atto di fede nella parola, riverita nella sua insostituibile funzione demiurgica e ossequiata in chi, come la straordinaria Madeleine Renaud, l’ha servita con tanta umiltà e tanta grandezza. Non so quale attrice, senza togliere o mutare una parola, senza trascurare o modificare una sola delle minuziose, stavo per dire microscopiche didascalie di un testo che arriva ad indicare il movimento degli occhi, la durata di un sorriso e la lunghezza di un respiro, sarebbe stata in grado di penetrare nei più angosciosi recessi di una tragica disperazione, attribuendole l’eleganza di un gioco galante, la grazia di un fragrante stupore e l’incanto di un inafferrabile umorismo.
L’illustre compagna di Jean Louis Barrault ha riservato al Festival di Venezia la prima rappresentazione dell’ultima commedia di Samuel Beckett: Oh, les beaux jours! che, fra poche settimane, dovrà presentare al pubblico di Parigi. Né il testo né l’interpretazione potevano presumere più lusinghiero battesimo di quello decretato loro dal pubblico del teatro del Ridotto. Di fronte a Beckett, alla inquietante magia del suo linguaggio spoglio e rarefatto, ci si rende conto quanto sieno esteriori, approssimativi e vani i termini avanguardia, incomunicabilità, alienazione, informalismo e via discorrendo, che tendono ad accomunarlo ad altri pur illustri commediografi e narratori di punta dell’ultimo decennio. Fra lui e loro – bisognerà pure stabilire le parentele di certi temi – c’è la medesima differenza che esiste fra Joyce e certi scassatori o scassinatori della sintassi.
Personalmente, pur che ci si intenda, trovo legittimo che, a proposito della raggelante comicità delle sue “farse” a doppio, a triplo fondo, si parli di religiosità. Non per niente, prima di essere francese è anche lui irlandese. E il più ateo degli irlandesi, magari arrabbiato, sarà sempre un cattolico ossessionato dall’assoluto. Da Aspettando Godot a Finale di partita, all’ Ultimo nastro di Krapp, con quei personaggi clowneschi, eretti come re nella loro mediocrità, futilmente occupati nel cerimoniale del banale quotidiano come se si trattasse di un rito, imperterriti a tirar avanti, decisi a resistere e a durare come se niente fosse, sulla favolosità di un mondo apocalittico che crolla seppur non è già crollato da tutte le parti, è sempre lo stesso sgomento di un’attesa inquietante, la stessa tragica fatalità, sconsolata e irrimediabile: la vanitas vanitatum, la vertigine del nulla.
Secoli fa, sarebbero stati degli anacoreti finiti a vivere accovacciati su una colonna nel deserto della Tebaide; oggi sono come Winnie e il suo inesistente compagno – una voglia di dialogo destinato a rimanere monologo : vermi affondati nelle sabbie mobili, in attesa di diventar dei fossili: gli ultimi esseri umani, ammesso che possano dirsi umani, rimasti sulla terra, al centro di un deserto sconfinato. Ma ogni giorno è un giorno, sempre una meraviglia, un regalino di più. E la vecchia Winnie interrata nel suo buco è pronta a farne testimonianza, lì, con la sporta delle “cose” indispensabili a tirar avanti: gli occhiali, il rossetto, lo spazzolino da denti, la bottiglietta del ricostituente, una rivoltella per le tentazioni nere e un organetto col valzer della Vedova allegra per le tentazioni rosee; l’ombrellino ricamato e il ridicolo cappellino con le piume in testa, dignità: simboli allucinanti dello squallore della condizione umana: e ricordini, ricordini, frustoli della memoria promossi a pilastri dell’esistenza. Guai se questa paccottiglia non esistesse. Essa è noi e noi siamo lei. E ogni giorno che passa, sempre un pochino più giù nella buona e maligna terra che è forse soltanto estranea. Adattarsi, mirabile virtù dell’uomo.
La negazione totale, coabitante col più impermeabile ottimismo senza senso, sapere e non sapere, disperazione puntellata dall’allegria per rendere più umoristicamente patetica la strana faccenda di esistere o di essere esistiti e credere ancora di esistere, tanto fa lo stesso, pur di illudersi che qualcosa accada, chissà…! Contraddizioni? Neanche per sogno, tutto a posto nella verità dell’assurdo. Non si può dire nemmeno pessimismo, no: nihilismo, ignorato nel momento stesso in cui lo si afferma. Un incubo sofferto come un gioco e un gioco goduto come un incubo. C’è sempre la sensazione, l’angoscia, che dietro a Beckett, lì a un palmo, minuto prima, minuto dopo, debbano cessare anche le parole, far presto perché, sull’universo, sta per piombare il silenzio totale: che le parole pronunciate dai personaggi siano le ultime rimaste all’umanità. Bolle gorgoglianti su uno stagno di acqua morta; sempre meno sempre meno, logorate, stanche, vane, estenuate; riflesso ognor più pallido di qualcosa, seppur ci fu, passibile di esser parlato negli “sterminati deserti” leopardiani, in quei paesaggi lunari di un mondo atomizzato. E forse, quest’aggettivo, atomizzato, può essere proposto come chiave di tutta una visione poetica.
Roger Blin, regista di fiducia dell’autore, ha capito che i testi di Beckett vanno rigorosamente letti come veri e propri spartiti musicali e tale si è regolato, sia per le indicazioni allo scenografo e costumista Matias – un’accecante atmosfera arancione dove il cielo non si distingue più dalla terra – e all’attore Regis Outin, sia per l’intesa con una “solista” della intelligenza, della sensibilità e dell’alta scuola della Renaud, trionfatrice della serata, superba nella prima parte e insuperabile nella seconda. |