Occupati d'Amelia
di Georges Feydeau
Jean-Louis Barrault
Corriere Lombardo, 28 marzo 1952
Dobbiamo rifare ancora una volta l’elogio di Georges Feydeau? Oggi è di moda – fintroppo – e personalmente ci è già accaduto un paio di volte in un anno; una, recentemente, in occasione de La pulce nell’orecchio allestita da Laura Solari e Giuseppe Porelli; e una precedentemente a proposito, appunto, di Occupati d’ Amelia nell’interpretazione di Laura Adani e Sergio Tofano; ieri sera riofferta al pubblico milanese, dal palcoscenico del Manzoni, in una magistrale esecuzione della compagnia di Jean Louis Barrault e Madeleine Renaud. (Detto in un orecchio: approfittate di queste due repliche e andate ad ascoltare la commedia in francese poiché la censura romana ha proibito che venga mai più rappresentata in italiano).
L’imprudente Marcel Achard, ad esempio, non ha avuto vergogna a stampare che, dopo Molière, il maggior autore comico francese è Feydeau. Molto, molto dopo. Ma lasciamo stare. Non spetta a noi il disturbo di difendere l’autore del Misantropo e consigliare ai francesi di scherzare coi fanti e lasciar stare i santi. Anche questa volta la verità sta orazianamente a mezza strada. Quanto si è esagerato prima nel sottovalutare l’oggi classico Feydeau, altrettanto si esagera attualmente nel sopravalutarlo anteponendolo addirittura a Labiche e a Courteline. A questo mondo c’è posto per tutti e quello di Feydeau è un posto abbastanza rispettabile – a vero dire più per quanto riguarda i suoi esemplari atti unici che non i suoi aggrovigliati, mastodontici e miracolosi macchinismi in più atti – senza che ci sia bisogno di perdere la testa per fargli largo nel lussureggiante giardino del teatro francese.
Conversazione fra la protagonista della commedia, dall’umile professione di domestica salita ai fasti della remunerata galanteria, e la sua antica padrona:
-Alors, vous êtes devenue…
-Cocotte, oui madame.
-Mais comment avez vous pu en arriver là ?
-L’ambition !
Ebbene, forse forse, la ragione principale del presente cambiamento di vento che, dalla floreale mondanità del Boulevard, ha portato Feydeau alla severa austerità della Comédie Française, dipende da un centinaio di epigrammi del genere dispersi lungo i suoi copioni, e sotto i quali lo spietato Becque non avrebbe probabilmente disdegnato di segnare la propria firma. Questi punti fermi, queste icastiche e aggressive puntualizzazioni satiriche di costume derivate dalla grande tradizione francese che nasconde sempre, più o meno, un moralista in ogni autore comico, avevano fatto dire al veggente Saint-Beuve che contribuivano a restituire il vaudeville in seno alla letteratura.
È bastato, insomma, trasferire l’interesse critico dall’implacabile e precipitoso macchinismo tecnico al linguaggio dialogico, dall’azione alla parola; è stato sufficiente vestire i suoi frenetici personaggi alla moda di cinquant’anni fa, perché il vertiginoso posciadista si vedesse trasformato di punto in bianco in un piccolo classico, e abbandonasse il suo ruolo di capofila della compagnia dei vari Verneuil ed Hennequin per passare in coda a quella di Molière. Avanzamento di categoria e retrocessione di ruolo. Ma resisterebbe egualmente codesto pittoresco repertorio, qualora lo si dovesse, domani, svincolare dalle prospettive della memoria che gli conferiscono la qualità di fedele, obbiettivo e preciso documento di un’epoca irreparabilmente tramontata, per considerarlo in quell’autonomia e universalità di valori assoluti che sono la marca distintiva dei classici? C’è parecchio da dubitarne; anzi, per conto nostro, è senz’altro da escludersi.
Accontentiamoci – ed è già molto – di partecipare all’ammirazione per un tono, diciamo pure per un stile, di lucido e distaccato cinismo che devia ogni e qualsiasi sensualità e peccaminosità dal compiacimento della salacità e dello scandalo, puntualizzandosi sul piacere cerebrale, e starei per dire freddamente casto, di un geometrico esercizio di gratuita buffoneria esaltata di se stessa, la quale, alla resa dei conti, rimane la caratteristica precipua di questa specie di teatro, checché ne pensino i miopi questurini che montano la guardia alla bennata morale.
In fondo, poi, a smontare codesti infallibili orologi di precisione, codesti puntuali congegni di ingegneria strabocchevoli di trovate e, in sostanza, squallidamente deserti di vera fantasia, ci si accorge che la formula è sempre la stessa: creare una situazione, scaraventarci dentro successivamente il maggior numero possibile di personaggi eterogenei cointeressati in qualche modo ad essa, e puntare tutto sull’accelerazione dinamica delle variazioni.
Questa volta, come è noto, si tratta della situazione di una professionista dell’amore costretta a fingersi casta verginella, promessa sposa di uno scapestrato che deve, per ragioni di interesse, dar ad intendere alla famiglia di essere fidanzato. E mentre i protagonisti credono di celebrare un finto matrimonio, un amante tradito fa sì che il matrimonio risulti vero, giurato davanti ad autentici funzionari. Montato l’imbroglio, è questione poi di scioglierlo facendo constatare da un commissario di polizia un flagrante adulterio della sposa suo malgrado. Passano nella vicenda i ben noti vitaioli, i creduli genitori provinciali, le donne adultere, i prossenetici parenti, un principe da operetta e, ben s’intende, alcuni letti matrimoniali abbondantemente abitati.
Dalla rigorosa regia di Jean Louis Barrault – che come attore s’era riserbato una fugace, ma gustosissima macchietta al terzo atto – la commedia esce prodigiosamente animata, pittoresca, arruffata e clamorosa: una grande e grossa burla straricca di invenzioni comiche, che non teme le espressioni sopra le righe; farsesche, grottesche e parodistiche; e che non esclude, anzi tende a mettere in evidenza, nella misura di non so che espansiva e cordiale ironia, la sostanziale volgarità dell’ottimistico demi-monde che rappresenta. In questo senso, rimane esemplare il quadro che apre la commedia con tutti gli amici e i clienti di Amelia in confidenziale intimità che si sbracciano e si entusiasmano ascoltando dalla tromba di un primitivo grammofono un disco con la voce di Caruso mentre canta la “pira” del Trovatore.
Ma tutti indistintamente, fedelia un’unitaria deformazione stilistica, hanno recitato in modo stupendo, magnificamente vestiti da J. D. Malclès e nelle floreali scene di Fèlix Labisse degne della decorazione di una vecchia giostra. Madeleine Renaud irriconoscibile dall’altra sera: esuberante, esagitata, presta e prodiga di gesto e di favella: lo stile della mancanza di stile: la grande cocotte buona figliola che non riesce a celare l’antica domestica; Jean Desailly turbinoso, esagitato e disperato, il Bertin un monumento di stupidità sufficiente, Simone Valère d’una spiritosissima e sdilinquita ironia, il Cattand perfidamente gaio; e il Brunot, l’Outin, il Mahieu, il Sabatier, il Servais, e ogni altro, buffissimi tutti, caricati e scatenati, in qualche momento fin troppo. Il pubblico non ha fatto che ridere dalle nove e mezzo alle dodici e tre quarti. |