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Non so, non ho visto, se c'ero dormivo
di I Gufi
La Notte, 1 dicembre 1967

Ad onta degli eccentrici che non soffrono il capogiro, convinti di rivoluzionare il teatro recitando copioni venerandi, arrampicati sui tubi Innocenti, sotto il soffitto della platea, perché, ormai, il palcoscenico fa ancien régime; e che, in realtà, non fanno altro che confondere l’avanguardia col torcicollo, costringendo, oltretutto, i recensori che patiscono di artrite cervicale al piacere di doverli disertare; nonostante il troppo fumo e il troppo poco arrosto, l’aggressiva presunzione, il disprezzo per il pubblico, la denigrazione della “critica ufficiale” che “dorme” nei teatri naturalmente al servizio della reazione borghese (nonostante il masochismo della medesima che, prudentemente li ripaga a zuccherini tenendogli fermo il predellino per l’assalto alla diligenza, poiché, non si sa mai: da lì potrebbe nascere il teatro di domani (e guai non averlo intuito!) nonostante l’odio alla parola che, sul palcoscenico, avrebbe fatto il suo tempo (!), nonostante il prendersela con tutto e con tutti, gettando nella pattumiera gli antichi e i moderni: Sofocle e Pirandello, Shakespeare e Brecht, Visconti e Strehler, e gli edifici teatrale stessi, ripartendo da zero e sommando zero più zero; nonostante l’estetica dell’insuccesso e la polemica contro il successo, nonostante la mafia del cosiddetto teatro di provocazione, d’urto o come volete, maestro nell’organizzare la propria disorganizzazione… nonostante questo e altro ancora, chi, un giorno, avrà la malinconia di tentare obbiettivamente un bilancio della cronaca, vogliamo rovinarci diciamo della storia dello spettacolo in Italia degli anni sessanta, non potrà, onestamente, non prendere atto di un proficuo per quanto limitato travaso di succhi rinnovatori, una specie di frustata ormonica rigeneratrice, una inequivocabile lezione di coraggio, spregiudicatezza e anticonformismo, un salutare correttivo contro l’accademismo e il pescecanismo scenico, portati nel teatro regolare, pronunciamo pure l’aborrito termine: commerciale, dell’esagitazione, tanto illecitamente insofferente, dei teatrini, teatrucci e teatrucoli di un’avanguardia otto volte su dieci equivoca e provincialmente di riporto, sorti ovunque come funghi.
Quanti di questi simpatici antipatici ragazzi i quali, a vent’anni, sono rivoluzionari che viaggiano in tram; a quaranta, si ritrovano conservatori che circolano in Mercedes? I Gobbi insegnino! Si comincia con l’insultare il pubblico borghese e si finisce col cercarne l’applauso – sul masochismo altrui si può sempre contare! – E’ lo stesso itinerario della irriducibile vocazione ministeriale delle nostre opposizioni, delle nostalgie di destra delle nostre sinistre. Si salpa in barchetta dal Nebbia-club e si getta l’ancora in transatlantico all’Odeon, il cabaret diventa spettacolo di massa. Niente di male, fenomeni di cosa, pardon: di casa nostra.
Il più recente, cospicuo e vistoso esempio di codesta ricorrente evoluzione- involuzione, che, naturalmente comporta non pochi compromessi e diplomazia, nonché una non trascurabile dose di acqua gettata sui primieri propositi incendiari, è stato, negli ultimi anni, quello dei Gufi, quattro provocanti giovanotti: attori, cantanti e mimi: Roberto Brivio, Gianni Magni, Lino Patruno e Nanni Svampa, dotati di talento e simpatia da vendere; e, ciò che più conta, di una serietà e di un rigore professionistici fuori discussione; che, ieri sera, con un successo strepitoso, estendendo notevolmente lo spazio delle loro abituali esibizioni, finora caratterizzate da un’attività di cantautori protestatari sul filo dell’umorismo nero, si son presentati all’Odeon in un copione tanto per intenderci di “rivista da camera” a filo conduttore e di non poche e, a conti fatti, legittime ambizioni, messo insieme da Gigi Lunari con la loro stretta collaborazione, specie per quanto riguarda le didascaliche, numerose e spiritose canzoni.
Siccome, poi, nulla nasce dal nulla, anche qui, a mio modo di vedere la derivazione è abbastanza chiaramente individuabile ed è riferibile a uno spettacolo che ebbe parecchia risonanza in Inghilterra alcuni anni fa, quanto ne ebbe poca in Italia, esportato, con molti equivoci, da Rina Morelli e Paolo Stoppa; mi riferisco precisamente a Oh che bella guerra di quella genialissima teatrante che è Joan Littlewood. Si trattava di storia e cronaca inglese e agli italiani inevitabilmente doveva interessare poco. Questa volta, titolo: Non so, non ho visto, se c’ero dormivo – va di moda – riguarda gli italiani e li interessa molto di più.

È un excursus a sequenze quasi sempre azzeccate e sempre spiritosamente dialogate, mimate e cantate, in un misto di provocazione e di nostalgia per ciò che avrebbe potuto essere e non fu, della storia nostra degli ultimi venticinque anni: guerra, liberazione, pace, boom ed oblio, politique d’abord, Resistenza umiliata, scandali, ingiustizie e via discorrendo. L’unico neo sta nel monotono ribadirsi di una prospettiva di giudizio immobile dal principio alla fine secondo il manicheismo, mai urtante a vero dire, di sinistra. Ed anche secondo il qualunquismo di sinistra, che esiste, anche esso, e come! Ma lo spettacolo è un continuo stimolo all’intelligenza risolta in divertimento, in virtù di una affiatata fusione, di un’originalità di soluzioni e di una varietà di estri e trovate diversificati e unitari contemporaneamente; dove le singole personalità degli interpreti tanto più si differenziano e spiccano – meriterebbero un discorsetto uno per uno – quanto maggiormente operano in gruppo.
   
© Sipario 2011