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Non pensarci
Non pensarciregia Gianni Zanasi
con V. Mastandrea, A. Caprioli, G. Battiston, C. Murino, P. Briguglia, T. Celio
 
Il Mattino, 5 aprile 2008
Con Mastandrea piccolo gioiello all'italiana

Non si difende il cinema italiano con le chiacchiere, ci vogliono i film. E in questo senso «Non pensarci» vale da solo più di tutti i convegni e i manifesti dei donchisciotte politicizzati. Una scrittura pungente ed estrosa; un'ambientazione incardinata al nostro irrequieto scenario provinciale; un cast accurato e affiatato che incorona Valerio Mastandrea come migliore attore della sua generazione. Il modenese Gianni Zanasi dirige «Non pensarci» in stato di grazia, ricamando a margine di un tema usurato come quello della disgregazione delle famiglie tradizionali una commedia in perfetto equilibrio tra ironia, malinconia e follia. Lo spaesamento del protagonista Stefano, trentacinquenne rockettaro già sul viale del tramonto, non cerca facili scorciatoie nostalgiche, bensì funge da detonatore delle crisi grandi o piccole che allignano all'ombra di un focolare domestico che non regge il passo degli odierni tempi schizofrenici. Mastandrea è davvero commovente per come piega la sua rustica (e romanesca) fisicità al gioco sottile di silenzi, paure, rabbie, equivoci e illusioni attivato da Zanasi; ma anche il fratello maggiore Giuseppe Battiston, la sorella Anita Caprioli e tutto il coro degli umani commedianti sono all'altezza della delicatezza non piagnucolosa dell'insieme.

Valerio Caprara

 
Il Tempo, 6 aprile 2008
La famiglia, la provincia. Due temi cui questa volta si è rifatto Gianni Zanasi con risultati felicissimi, dopo una carriera non sempre fortunata («Nella mischia», «A domani», «Fuori di me»). Si comincia a Roma, dove Stefano, chitarrista rock, va incontro a due forti delusioni, sentimentali e professionali. Così, con un itinerario opposto a quello del Moraldo felliniano, se ne torna a Rimini, sua città natale, cercando comprensione e rifugio in seno alla famiglia. Anche lì, però, finisce per dover affrontare parecchi problemi, psicologici e pratici. Il padre ha ceduto la sua impresa (ciliege sotto spirito) al figlio Alberto e passa le sue giornate giocando a golf. La madre, forse perché angustiata da una colpa di gioventù, frequenta sciamani e vari culti new age. La sorella ha abbandonato gli studi per dedicarsi a dei delfini in un parco acquatico. Alberto però separato dalla moglie e con figli piccoli, ha gestito così male l'azienda paterna che, senza neanche essersene accorto, è sull'orlo del fallimento...
I casi si intrecciano, Stefano, a un certo punto, cerca di dominarli preoccupandosi soprattutto dell'azienda la cui rovina sarebbe la rovina di tutti i suoi, ma altri problemi lo coinvolgono (e coinvolgono anche gli altri) mettendoci presto di fronte, appunto, ad una vita di provincia in cui ciascuno, in primo o in secondo piano, si affaccia a dirci la sua. Nel più colorito dei modi.
C'è l'intrigo, perfino con una rivelazione finale, ci sono i sentimenti fatti felicemente scaturire dalle varie situazioni e poi, con il rilievo più vivace, ci sono queste situazioni in cui il dramma, o comunque i pensieri tristi e affannati, si accompagnano al sorriso di una commedia lieve che dipana, con scioltezza, tutti i suoi elementi. Senza mai cadute di tono, senza lacune narrative e psicologiche, assecondando i ritmi di un'azione che sanno sempre essere rapidi e stringati; anche quando, e allora in cifre quasi sommesse, allusive, sospese, sostano per mettere accenti su questo o quel risvolto.
Qua facendo sorridere, là lievemente commovendo.
Il merito è di Zanasi e del suo sceneggiatore di sempre, Michele Pellegrini, ma va dato anche ad una recitazione in tutti decisamente esemplare. La più vivida e intensa è quella di Valerio Mastandrea come Stefano: una mimica mobilissima in grado di esprimere con esattezza le delusioni, la noia, l'ironia, perfino il disgusto. Sempre in meditassimo equilibrio. Al suo fianco, Giuseppe Battiston (il fratello) non è da meno.
Applausi anche a lui.

Gian Luigi Rondi
 
L'Unità, 3 aprile 2008
Avventure di un giovane vecchio

Esiste l'età "della consapevolezza" per dichiarare chiuso o fallito un percorso, per appendere al chiodo penne, chitarre, pennelli o semplicemente la maglietta di un concerto? C'è poi così tanta differenza tra la "scatola magica" di una grande città, che sembra offrire mille possibilità di realizzazione rispetto all'atmosfera (presunta) asfittica di una cittadina di provincia? Gianni Zanasi torna (è il caso di dirlo) a otto anni da A domani e a più di dieci dall'esordio Nella mischia con le curiose gesta di un giovane-adulto imbarazzato dal confronto con "le cose serie". Non pensarci è passato a Venezia in una sezione collaterale, ha vinto diversi premi ed è stato l'unico a salvarsi tra la disperazione della critica per i titoli italiani in concorso. E' piaciuto pure ai distributori stranieri che lo hanno acquistato per gli schermi di 17 paesi. Segno che non ci sono film piccoli (come sarebbe questo sulla carta) ma, spesso accade, piccole idee e confuse. E' bene ribadirlo, per capire come si spendono i soldi in questo paese: Zanasi non viene fuori da un vuoto creativo (che lo farebbe assomigliare un po' al Mastandrea del film) quanto piuttosto da trascorsi difficili con i produttori. Stavolta se l'è cavata con Beppe Caschetto, ITC Movie e La7. Il suo carattere lunare cozza con l'idea di dover "contrattare un appuntamento con le segretarie dei pezzi grossi". In altri posti i talenti vengono favoriti e rincorsi, qui invece spesso s'inseguono solo i (pur necessari) finanziamenti statali.

Tornando al film, Stefano (Valerio Mastandrea), 36enne, è chitarrista di un gruppo indie con qualche vecchia soddisfazione e copertine su riviste musicali. Però a Roma la sua situazione langue, di adolescenti invasati sotto e sopra il palco ne ha visti parecchi. Quando "stoicamente" (scena memorabile) scopre che la ragazza lo tradisce, torna a Rimini dalla famiglia, a prendere un po' di fiato. Con la sua custodia della chitarra usata come valigia. I genitori (Teco Celio e Gisella Burinato) si godono un po' sperduti la vecchiaia tra campi da golf e gruppi di autoascolto, l'azienda famigliare di frutta sotto spirito la gestisce il fratello Alberto (Giuseppe Battiston), la sorella Michela (Anita Caprioli) si dedica ai delfini. Tutto a posto, all'apparenza. Lui sarà per sempre "lo strano", il musicista che è fuggito in città, cristallizzato nel suo look da ex ragazzino fomentato e tutto sommato ci passa sopra. Gli serve per prendere le distanze dalle promesse di decoro e normalità che gli provoca la famiglia e la sua città. Si guarda intorno costernato, tra crisi di coppia e vecchi amici un po' scoppiati. Però uno alla volta escono fuori questioni irrisolte, esistenziali naturalmente ma anche finanziarie. Per esempio l'azienda di casa, questo animale a lui sconosciuto, sta per fallire. C'è la farà il chitarrista punk tra crisi depressive, sindacalisti e banche strozzine?

La leggerezza è una qualità (con tutte le sue accezioni) che unanimemente viene riconosciuta a Zanasi. Non pensarci ha un respiro pieno, vitale, spassoso ed è così ben scritto (dal regista con Michele Pellegrini) da trasudare spontaneità. Una condizione che si ottiene con buoni attori, una struttura narrativa efficace e una capace direzione. Valerio Mastandrea è totalmente nel personaggio, col suo stupore, l'insofferenza, la tenerezza e gli ottimi tempi comici. Intorno un cast che è una sicurezza: Battiston è di nuovo il fratello responsabile (ma sfortunato) di Uno su due, Anita Caprioli il "fiore d'acciaio" della famiglia, Gisella Burinato e Teco Celio due maturi genitori semplici e provinciali finalmente comprensivi e "sbandati" almeno quanto i figli. La "prosa" di Zanasi è immediata, riconoscibile, ritmata, piena di trovate e guizzi. Con un occhio esatto, non morboso né patologico, sulla vita di provincia. Lo stile poi è pienamente cinematografico, dopo tanta tv su grande schermo che propinano colleghi più scaltri ma meno ispirati. Si ride molto senza furbizie, non si insegue la battuta facile né la carineria. Musica classica e gruppi indie nella colonna sonora. In fondo, di qua o di là dell'Oceano, i più curiosi fenomeni underground sono nati in provincia.

 
Corriere della Sera, 4 aprile 2008
Morale: solo con l' ironia si sopravvive

Stefano Cardini, un malinconico trentacinquenne già passato da Chopin al punk in crisi, decide di tornare alla cuccia di famiglia. Da Roma va dai suoi, trovando un gruppo totalmente smembrato più in panne di lui: a Rimini la fabbrichetta è sull' orlo del disastro, la sorella frequenta solo i delfini al parco acquatico, l' altro fratello sposato con figli si assume il peso del tran tran, il padre è infartuato, la mamma segue tecniche sciamaniche e tutti imbottiti di tranquillanti e-o di illusioni anche per gli agguati della memoria. Persone e personaggi reali trattati con venatura ironica, con leggera ventata fiabesca: tra molti tipi strambi Gianni Zanasi offre con Non pensarci scritto con Michele Pellegrini, un vero, bellissimo ritratto del Paese di oggi, davvero una metafora di una società famiglia che non regge i tempi e ha bisogno di un curatore civile del fallimento morale dell' istituzione. Tutto ciò non viene trattato da tragedia, né il regista fa la predica, ma inserisce ogni terminazione nervosa del racconto in una commedia certo all' italiana ma aggiornata ai tempi, ai pudori, all' etica, alla sensualità diverse. Solo con l' ironia si sopravvive: è il valore aggiunto alla visione apocalittica dei rapporti interpersonali. Ci si diverte molto, non per cinismo, nella drammatizzazione dei contrasti, con una vena di follia posata sulla gente: ogni psicologia è descritta con una leggerezza che non vuol dire superficialità. E al confine ultimo c' è in attesa la vena malinconica del protagonista costretto ad occuparsi di tutti: un eccezionale Valerio Mastandrea, romanticamente in fuga, in cerca di altrove. E i nostri attori sono intonati, bravi e sensibili: la Caprioli, Battiston nevrotico, la Murino, Briguglia, Abbrescia. E per carità niente retorica: si vomita, si rutta, ci si confida sugli autoscontri, si litiga coi delfini, si ama, si bacia e ci si suicida nella consapevolezza forse è sempre lo stesso.

Maurizio Porro

 
Il Manifesto, 4 aprile 2008
Le sorprese della provincia. Gusto ciliegia, musica rock

Pensiamo a un rocker, anzi meglio a un trentacinquenne che «avrei-voluto-essere-famoso» e si ritrova invece disoccupato, la macchina scassata, la ragazza che lo pianta e lo sbatte pure fuori casa. Cosa fa il nostro? Piglia la strada e se ne torna da Roma città «spettacolar/tentacolare» nella provincia emiliana di villette col giardino dove vivono il fratello sovrappeso che manda avanti la fabbrica di famiglia, ciliegie sotto spirito, la madre new-age, il padre post-infarto, la sorella solitaria dunque lesbica. Su schermo una roba così minaccia i brividi specie trattandosi di cinema italiano dove la crisi esistenziale difficilmente conosce l'ironia. Stavolta però il regista si chiama Gianni Zanasi e è abbastanza visionario e istintivamente punk per rimescolare tutte le coordinate delle storie, tradire a ogni passo sospetti di romanticismo, sviolinate o eccitazioni «familiste» disseminando provocazioni dal tocco leggero e raro talento, quasi majakovskjano, nel muovere gli attori. Non pensarci, gran successo alla scorsa Mostra di Venezia (Giornate degli autori) è il ritorno al lungometraggio del regista di Modena «emigrato» a Roma un po' come il suo protagonista, dopo un assai smaliziato « documento» sul cinema italiano (romano) dalla prospettiva di piazza Vittorio - La vita è breve ma la giornata è lunghissima. Zanasi era stato una rivelazione e una bella scossa per gli immaginari nostrani col suo esordio, il talentuoso Nella mischia, poi c'erano stati Fuori di me e A domani tutti perfetti meccanismi di commedia tra provincia, nevrosi, amori falliti e riusciti e un'alchemica precisione di scrittura e libertà delle immagini.
Non pensarci mette insieme Valerio Mastandrea, Giuseppe Battiston e Anita Caprioli nel ruolo dei tre fratelli, Mastandrea è il rocker sbarcato a Roma che lì invidiano (o almeno gli fanno credere) per il successo. La sorella (Caprioli) ha mollato l'università e cura i delfini dell'acquario tanto, dice, sarebbe finita lì pure con la laurea. Il fratello (Battiston) isterico perché «non scopa», così mormorano gli operai, nasconde invece il fallimento della fabbrica finita in ipoteche.
Poverino Stefano Nardini/Mastandrea, pensava che la sua vita fosse un caos e si ritrova col grembiule della fabbrica a discutere coi sindacati e le banche. Ma Zanasi è cresciuto respirando provincia e immaginari poco addomesticabili, precariato, senso della famiglia, solitudine, fatica a essere se stessi vengono raccontati con la complicità dolce e anche melanconica (che manca al film di Virzì) di una vecchia canzone, Agnese dolce Agnese di Ivan Graziani, e con irriverente umorismo. In cui conferma il suo talento di saper far ridere senza per questo darsi delle etichette. È buffo Stefano/Mastandrea che porta in giro i nipoti e finisce quasi arrestato per fare impressione guidando come un pazzo. È tenero il fratellone che si innamora della prostituta (Caterina Murino) o i genitori che credono davvero che la figlia sia lesbica però: «amore per noi sei sempre la stessa».
Il set è una Rimini abilmente diluita nel tono surreale di riti che l'instabile del contemporaneo in apparenza non scalfisce. Eppure la sorpresa sta proprio dove non l'aspetti: nei luna park, nelle sbronze, nei tentati suicidi che finiscono con zampe canine rotte e in quelli veri. Il cinema di Zanasi si sposta per movimenti impercettibili, ha la vitalità dell'imperfezione e del sentimento. Con la dote rara di catturare l'istante in esperienze (immagini) riconoscibili per renderle ogni volta inattese.

Cristina Piccino

 
Il Messaggero, 4 aprile 2008
Una provincia
più pop che rock

Stefano Nardini (Valerio Mastandrea) un tempo era rock. Le testate specializzate da lui conservate "Rumore", "Rockerilla" e "Mucchio selvaggio" avevano il suo bel faccione in copertina. Ora è il chitarrista fuori quota di una band di ragazzini il cui frontman si getta dal palco senza che nessuno del pubblico lo raccolga. Ottima gag già vista in "School of Rock" con Jack Black. Stefano ha un ulteriore problema: la donna lo tradisce. Sconvolto, tornerà in provincia dalla famiglia da cui fuggì ribelle. Troverà tutto cambiato e tutto uguale: il papà imprenditore (Teco Celio, bonario) dell'Italia bella del boom, la sorella votata ai delfini (Anita Caprioli, furastica), la mamma dipendente da psicofarmaci (Gisella Burinato, dolcemente stordita) e il fratello più grande esaurito perché azienda di famiglia e matrimonio vanno a rotoli (Giuseppe Battiston, genialmente trafelato). Non pensarci di Gianni Zanasi è un positivo rientro a otto anni da "Fuori di me". Una commedia corale più pop che rock dove la famiglia è caotica ma accogliente e la provincia eccentrica ma sempre solare. Anche quando ci si suicida. Sembra che si litighi solo per poi fare pace. Ottimo cast di supporto attorno a un Mastandrea di magistrale misura. Qualche "schitarrata" in più ed era un gioiellino.

Francesco Alò

© Sipario 2011