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Non è un paese per vecchi
di Joel e Ethan Coen
con Javier Bardem, Tommy Lee Jones, Josh Brolin
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Il Manifesto, 24 ottobre 2007
L'esistenza di dio, l'immagine e i tarocchi
«Niente è come sembra» di Franco Battiato, come raccontare
la spiritualità attrarverso il cinema
Nel nuovo film di Franco Battiato (sezione Extra), il terzo dell'artista
dopo Perduto amor e Musikanten, si «entra» in qualche modo
già dal titolo: Niente è come sembra, che rimanda anche
alla canzone dove la sua voce ci dice «niente è come sembra,
niente è come appare perché niente è reale».
Finzione, realtà dunque e qualcosa di più, il conflitto
tra apparenza/reale che investe le immagini, la loro produzione, cio
che raccontano e ciò che nascondono nel continuo moltiplicarsi,
nella spettacolarizzione a libero accesso di ogni gesto fino a vanificarlo.
Le prime inquadrature hanno il formato Youtube, frammenti di Jean Rouch
precedono il racconto in prima persona di Giulio Varga, antropologo in
pensione ma ancora con corso di insegnamento allo Iulm di Milano, che
non crede in dio ma crede che la moglie lo stia per lasciare. Infatti
così sarà nella scena successiva. Lo studioso è appassionato
di feste popolari, la sola cosa che smuove le sue «apparenze»,
cinismo, disincanto, una certa ruvidezza ... Ne va infatti continuamente
alla ricerca e laddove ne scopre qualcuna nuova corre a documentare.
Come accade con una festa precristiana che scopre, e per questo parte
a studiarne le origini. Da qui inizia il suo viaggio verso un piccolo
paese per studiare una festa pre-cristiana, e l'incontro con un gruppo
di persone in una casa che discutono dell'esistenza di dio, di fede e
ateismo, del pensiero come forma creatrice libera e dell'assurdità della
condizione umana, della vita come sogno. L'antropologo è l'ateo,
una parte del gruppo sono i credenti, qualcuno ha perduto la fede, altri
cercano di conquistarla attraverso percorsi individuali, comunque lontano
dal dogma. Che infatti non riguarda questo duetto, che sono i «punti
di vista» di Battiato e di Manlio Sgalambro, entrambi autori della
sceneggiatura. I presupposti sono filosofici, spirituali, mettono in
gioco misticismo, esperienze personali, una progressione del dibattito
nel corso della quale i personaggi cambiano. L'incursione di Alejandro
Jodorovsky è molto divertente, fa le carte come spesso accade
nella «realtà», vederlo farle in alcuni locali di
Parigi è un'esperienza davvero speciale. Tarocchi ma non si parla
solo di amore e fortuna, queste sono banalizzazioni, i tarocchi sono
un gioco che coinvolge lo stato intero dell'essere umano, la sua stessa
sostanza.
Poi c'è il cinema con una scommessa: come raccontare per immagini
qualcosa conservandone contraddizioni, ambiguità e una certa leggerezza
qualcosa di così ineffabile come una dissertazione a più voci
sulla spiritualità e l'esistenza di dio?
La forma spazia nel tempo, ci sono improvvise apparizioni come quella
di Sonia Bergamasco molto bella nei panni di una suora con coscienza
critica. Ma non solo. I personaggi chiusi in una stanza sembrano «citare» la
struttura del «reality», un occhio che osserva i loro movimenti,
i diversi mondi che si racchiudono nella casa. Da una parte gli adulti,
dall'altra le adolscenti molto new romantic che regalano canzoni, e nella
musica cercano quell' «assoluto» che gli altri provano a
improvvisare con le parole.
Il bosco a tratti ricorda Blair witch project, televisioni sempre accese
introducono nuovi personaggi, il Dalai lama (che arriva quasi «fuori
orario» con Enrico Ghezzi), una voce senza volto alle orecchie
del protagonista che esalta la bellezza della tv. E poi il gioco che è già negli
altri suoi film di raccogliere amici insieme a un cast che vede tra gli
altri Giulio Brogi, l'antropologo, Pamela Villoresi, la sua principale
antagonista nella discussione, Chiara Conti.
Lo spirituale, o meglio la spiritualità, comincia dalle immagini,
dal cinema che Battiato mette alla prova, eccentrico, spiazzante, per
qualcuno irritante, certo con immaginario estremista fuoriclasse.
Cristina
Sabatini
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Avvenire, 20 maggio 2007
E i Coen raccontano il folle West
Da Cannes
È probabilmente il loro film più violento e sanguinoso. Quella pistola a pressione che stermina sullo schermo decine di persone ti costringere a distogliere lo sguardo. Ma i fratelli Joel ed Ethan Coen che ieri hanno presentato in concorso No Country for Old Men volevano rimanere fedeli al romanzo di Corman McCarthy da cui il film è tratto.
Siamo nel Texas occidentale. Llewelyn Moss, un brav'uomo come tanti, trova un furgone circondato da morti ammazzati. Una valigia piena di eroina e due milioni di dollari sono ancora nella vettura. Llewelyn decide di prendere i soldi, ma quel gesto scatenerà un'interminabile serie di drammatiche reazioni a catena che coinvolgeranno anche il disilluso sceriffo Bell, un uomo con un concetto filosofico della legge, una solida morale e un insuperabile senso dell'umorismo. Qualità che non sono molto d'aiuto quando hai a che fare con un cinico psicopatico come Chigurh (magnificamente interpretato da Javier Bardem) che affida le vite umane al lancio di una monetina.
Mescolando thriller e commedia nera, scene agghiaccianti ed esilaranti battute, i Coen descrivono un West drammaticamente mutato, dove non c'è più posto per leggi e regole se non quelle dettate dal traffico internazionale di droga. Un luogo insomma dove i vecchi principi morali sono definitivamente scomparsi. Ma seppure in sintonia con la storia che raccontano, i Coen non sono riusciti del tutto nella loro impresa. I temi del bene e del male, della tentazione e dell'onore, della colpa e della giustizia non affiorano sullo schermo con la dovuta forza. Qualcuno rimprovera loro di aver esagerato con lo humor nero. Ma i registi pronti a iniziare le riprese del prossimo film, una commedia interpretata da George Clooney e Frances McDormand, ribattono: «Anche questo aspetto era nel romanzo, e d'altra parte l'umorismo un po' macabro fa parte del nostro stile. Film politico sulla deriva dei tempi moderni? A noi sta più a cuore esplorare gli abissi dell'umanità, il lato oscuro dei personaggi».
Alessandra De Luca
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Il Mattino, 23 febbraio 2008
Il noir dell'ultimo West
I romanzi del misterioso Cormac McCarthy sono quanto di meglio può offrire oggi una letteratura americana cruda, dura e appartata rispetto ai clan newyorkesi e Joel ed Ethan Coen hanno avuto il merito di pensare per primi a «Non è un paese per vecchi» («No Country for Old Men»), anticipando la fortuna cinematografica che arriderà senz'altro al cosiddetto Shakespeare del West. A noi sembra però che, nonostante le otto condivisibili nomination all'Oscar, non ci si possa entusiasmare sino in fondo al cospetto del dodicesimo titolo della coppia capace nel passato di firmare titoli come «Crocevia della morte», «Barton Fink», «Fargo», «Il grande Lebowski» e «L'uomo che non c'era». Trascurando le variazioni - più nello spirito che nei fatti - apportate alla pagina scritta, succede che «Non è un paese per vecchi» sorregga benissimo le sue cadenze più noir che thrilling e i suoi inseguimenti a catena accresciuti da intrusi micidiali sino a quando, in vista della stretta finale e in virtù di alcune scelte espressive, il filo della tipica tonalità dei Coen arditamente sospesa tra lo straniato, il picaresco e il sanguinario non si attorciglia un po' su se stesso e imbocca una sorta di limbo drammaturgico. Texas, 1980: ai confini col Messico la pittoresca violenza di cowboy e indiani è stata sostituita dalla ferocia dei trafficanti di droga. Il laconico e solitario reduce del Vietnam Llewelyn (Josh Brolin) capita per caso sul luogo di un massacro e s'impadronisce di una valigetta contenente due milioni di dollari «sporchi», trasformandosi in bersaglio semovente di una spietata caccia all'uomo: capeggiata, per sua sventura, dal killer Chigurh (Javier Bardem) armato di bombola ad aria compressa la cui presenza mastodontica e psicopatica, degna delle pagine di Steinbeck o dei film di Peckinpah, diventa il fulcro del film e finisce fatalmente col prosciugare le ambiziose inquietudini sottese all'incalzare dell'azione. Mentre il vano tentativo della legge di stroncare gli efferati rendiconti spetta allo sceriffo Bell (un dolente e dimesso Tommy Lee Jones), simbolo per McCarthy dei disillusi principi patriarcali della frontiera. E proprio qui sta il punto che separa il buono dall'ottimo, nel fatto che non scatta il guizzo di follia, l'acme sarcastica, la cinica leggerezza che potrebbero sorprendere lo spettatore e trasformare la sua ammirazione in emozione: i pensieri a voce alta di Bell, anzi, fanno via via perdere corpo al racconto e non riescono ad armonizzarsi con il replay bestiale dei crimini di Chigurh. Certo, la fotografia traslucida e ieratica di Roger Deakins, i dialoghi alla carta vetrata, la suspense spesso affidata alla semplice traiettoria degli sguardi e soprattutto l'incombere di un Male «brullo», sconfinato e indifferente al pari dei paesaggi, testimoniano che siamo sempre nella serie A del cinema: ma ai fratelli non riesce la prodezza suprema, quella di tradurre nel linguaggio sincretico delle immagini i temi filosofici cari a McCarthy, dal declino del modo di vita western alla lotta permanente degli esseri umani contro il destino e agli ultimi sussulti dell'onore, dell'amore e della giustizia in un mondo che affonda nelle tenebre del caos.
Valerio Caprara
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Il Manifesto, 22 febbraio 2008
Una divina carneficina
Thriller-western contemporaneo, Non è un paese per vecchi (No Country for old men), dei fratelli Joel e Ethan Coen, tratto dal best seller del premio Pulitzer Cormac McCarthy, arriva in Italia a ridosso della serata Oscar (dove il film è in lizza ovunque), dopo la prima a Cannes nel maggio scorso, e già dal titolo sembra presentarsi come un pamphlet contro il sistema pensionistico Usa. Già, «i vecchi non hanno più patria». E in realtà incroceremo, in queste piccole città assolate e dimenticate d'America, in questi deserti di solitudine, una serie di anziani costretti ancora a lavorare nonostante la loro decrepita età, o sconquassati dal cancro, ma troppo poveri o disillusi della possibilità di curarsi e guarire, o il vecchio sceriffo Bell - che la sa lunga, come leggiamo sulle rughe sul volto di Tommy Lee Jones - ma è ormai incapace di opporsi all'incarognimento dei tempi e alla vittoria del Male, e molte altre brave persone il cui destino è legata a un «testa o croce», cioè alla fortuna, senza neppure che lo sappiano.
Siamo nel Texas di oggi, non troppo lontani dal confine del Messico. Una valigetta con 2 milioni di dollari viene trovata nella radura sterminata dall'aitante ex veterano e ex operaio saldatore Llewelyn Moss (Josh Brolin, visto anche in Grindhouse) cacciatore della domenica che, inseguendo cervi più furbi di lui, si imbatte in una scena di inaudita violenza. Come se Johnnie To fosse appena passato di lì lasciando sul terreno un lago di sangue ecco, stecchiti, una decina di trafficanti di droga con i loro cani, una jeep stracolma di eroina e un sopravvissuto che implora: acqua! acqua! Come ci ha spiegato Gramsci un operaio, grazie al suo lavoro ripetitivo e alienato, è così sganciato, con la testa, dalla catena, che ha un sacco di tempo per riflettere. Alla lotta collettiva o di classe, come si diceva in Europa, se è furbo. Alla battaglia celibe per la propria sopravvivenza, se è già un uomo morto. Llewelyn, dunque medita sulla valigetta dai sogni, sul McGuffin, su quel procedimento narrativo che i più formalisti dei fratelli cineasti, i Coen, sanno maneggiare con originalità e virtuosismo. E lo fa meglio quando dorme, quando il suo inconscio è, appunto, «inattivo», vola a vento seguendo incubi.
Una volta sbaglia (porterà, compassionevole come Bush, quell'acqua inutilmente implorata). Una volta, invece, fa bingo (quando si accorge che dentro la valigetta c'è un pericoloso sensore che lo localizza ovunque). Llewelyn ha visto sia Easy rider che i film di John Huston, sa che il denaro non guadagnato con il sudore della fronte è fonte di scientifica «maledizione biblica». Ha visto i film di Don Siegel e ha capito che solo per una breve fessura di tempo (diciamo nel decennio '68-'78) mafia e killer spietati, come il Molly di Charlie Varrick, si possono beffare. E che il malloppo sporco sia un magnete irresistibile per i peggiori individui sulla terra, per quelli che già la attraversano come fossero in un paesaggio infernale, lo sbircia addirittura, prima della fuga, sul suo televisore che trasmette Flight to Tangier, di C.M. Warren (1953), Joan Fontaine all'inseguimento di 3 milioni di dollari nel deserto marocchino, tra orrendi banditi e spie rosse dell'est. Ma Llewelyn, una moglie giovane, un camper posteggiato per casa, attorniato da famelici nemici, manager sanguinari, messicani sformati dalla ferocia, secondo lo stereotipo, o sicari single, dotati di senso dell'umorismo (Woody Harrelson) o, come il demone apocalittico Chigurh, privi di ogni qualità umana, a parte un parrucchino da Pappagone (Javier Bardem), ce la mette tutta, come un Rocky sul ring a 50 anni. Deve farlo. 2 milioni di dollari, visto come si comportano le assicurazioni private secondo il doc di Michael Moore, sono il minimo indispensabile, oggi, da tenere nelle nostre tasche, per prevenire ogni guaio fisico, tutelarci e assisterci in un paese senza assistenza sanitaria pubblica e senza welfare e che ti truffa anche se l'assistenza privata ce l'hai. E vedremo nel film: ossa che escono dalla carne, femori sbriciolati, stomaci attraversati da impropri oggetti contundenti, e tutti, eroi buoni, cattivi e demoni, alla ricerca di tamponi, garza e filo chirurgico per aggiustarsi gli arti tutti da soli (o al massimo in, meno cari, ospedali messicani).
Roberto Silvestri
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L'Unità, 21 febbraio 2008
Ballate per piccole jene Coen Blood Texas
"Ho un brutto presentimento" dice la giovane moglie (Kelly MacDonald) al marito Llewelyn (Josh Brolin, non si fa staccare gli occhi di dosso). Lui le risponde: "E io ne ho uno buono, vedi, si bilanciano" e la rispedisce in autobus dalla madre a Odessa.
Reduce del Vietnam in pensione, mentre era a caccia tra le radure del Rio Bravo ha trovato due bande di spacciatori decimate davanti ai loro pick up e una borsa con 2 milioni di dollari. La prende ma sa che dovrà volatilizzarsi, scomparire.
Inizia così una fuga con molta gente che insegue.
Sta in diverse di queste battute fulminanti, calibrate con un bilancino, tutta l'appeal della scrittura di Cormac McCarthy, un autore da anni in stato di grazia. Non è un paese per vecchi, pubblicato nel 2003, è cascato in mano ai fratelli Coen non a caso. Ne hanno ricavato una sceneggiatura che coniuga efferatezza e guizzi inaspettati di spirito, il sole di mezzogiorno e abbaglianti atmosfere dark, action e noir senza trovare mai una quadratura definitiva.
E così quelle immagini maestose, flanée, violente, tenerissime conquistano per la loro bellezza, sottraendosi a facile definizione.
Intanto la frontiera con il Messico, quel vuoto così assordante nel bassoventre degli Usa, resta un luogo privilegiato in cui la società riesce con più chiarezza a misurare i propri cambiamenti.
E mentre un killer mellifluo, Anton Chigurh (un imponente Javier Bardem), caschetto settecentesco e un'arma ad aria compressa, è un segugio senza affanno dietro lo scalpitante Llewelyn in fuga coi soldi dei narcos, l'anziano sceriffo Bell (un Tommy Lee Jones dai magnifici paesaggi interiori) guarda la lunga scia di sangue rallentando, sparendo all'orizzonte con onesta rassegnazione.
Al collega che commenta: "E' una triste marea" lui oppone una spiegazione che è un programma di resa: "E' un ineluttabile deterioramento. Mi sembra una lotta impari".
Nel romanzo di McCarthy i suoi bellissimi monologhi impastati di nostalgia sono usati per dare respiro alla prosa, che altrimenti sarebbe risultata un masso scagliato a tutta forza.
I Coen ne hanno scelto solo piccole porzioni, trasferendo quel fiato corto, quella stanchezza della vecchiaia manifesta nel contesto, nell'aria che si respira negli shop scadenti, nei motel lungo le statali, nelle distese brulle.
Fotografato con un'aderenza totale agli ambienti da Roger Deakins (da sempre con i Coen), Non è un paese per vecchi non sembra nemmeno musicato, tanto preponderante è la narrazione e affilata la visione dei registi.
Nulla è ridondante o puro riempitivo, ogni scena costruisce senso. Che siano sparatorie, tramonti o chiacchiere.
L'effetto è di incredibile compattezza. Ciò che distingue appunto film come questo, che resteranno (i Coen hanno in lista anche Fargo) da quelli che riescono a creare solo "sensazione" al momento dell'uscita e poi si disciolgono alla luce.
Esatti e potenti i tre protagonisti: un Javier Bardem che poteva essere uscito da un film di Herzog, un magnetico Josh Brolin (dimenticato dalle 8 nomination all'Oscar conquistate) e un Tommy Lee Jones che a cavallo della frontiera aveva girato il suo recente titolo da regista, Le tre sepolture, una suggestiva storia di redenzione e amicizia scritta dal messicano Guillermo Arriaga.
Vista da quell'altro lato, sembrava ci fosse più speranza.
Da questo lato i Coen e McCarthy ci regalano un magnifico requiem, una ballata per piccole iene.
Pasquale Colizzi
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Il Giornale, 22 febbraio 2008
Tommy Lee Jones, implacabile segugio
Mai tornare sul luogo del delitto, nemmeno di quello altrui. È sulla trasgressione di questo principio che si basa Non è un paese per vecchi dei fratelli Ethan e Joel Coen. Vedendolo al Festival di Cannes, pensavo come molti personaggi del film, ispirato da un romanzo di Cormac McCarthy (Einaudi), sarebbero rimasti vivi, se l'involontario beneficiato (Josh Brolin) di un regolamento di conti fra spacciatori se ne fosse andato col bottino, senza voltarsi, come aveva fatto Lot, lasciandosi serenamente dietro non solo Sodoma e Gomorra in cenere, ma anche la moglie troppo curiosa, resa statua di sale. Così il film sarebbe finito presto, anziché lasciare il timore che l'orologio si fosse fermato.
Non è un paese per vecchi, allora, è così brutto? Nemmeno tanto, anzi è uno dei migliori film dei Coen, e pazienza se non è un gran complimento. Ma si basa sull'assurdo iniziale: dissetare un ferito al ventre, che sarebbe morto prima ancora, se dissetato. Cominciano da quell'atto di strana carità, in mezzo a una carneficina, le peripezie del protagonista, di colpo ricco ma anche «morto che cammina».
A che cosa serve un film così, dunque? A offrire a Javier Bardem d'impersonare un notevolissimo maniaco criminale, fantasioso ma goffo e alla fine ridicolo, più che macabro. E a offrire a Tommy Lee Jones, nel ruolo dello sceriffo, di fare la riflessione del titolo. Siamo negli anni Ottanta, non ci sono i telefonini, ma solo rivelatori elettronici a permettere un inseguimento semi-credibile. Ma ci sono spettatori che, entrando al cinema, lasciano la logica al guardaroba. E se il deserto del Texas non è un paese per vecchi, questo è un film per loro.
Maurizio Cabona
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Corriere della Sera, 22 febbraio 2008
Uno sceriffo combatte le forze del Male: follia della violenza nell' America dei Coen
L' incontro tra i fratelli Coen e il romanzo di Cormac McCarthy Non è un paese per vecchi (pubblicato in Italia da Einaudi) non era così scontato come poteva sembrare. E non solo perché i due registi americani non erano mai partiti per i loro film da un adattamento letterario (con l' eccezione di To the White Sea di James Dicky, sceneggiato e però mai realizzato), ma perché il romanzo alterna capitoli «oggettivi», con lo svolgimento della storia, ad altri «soggettivi», con le riflessioni in prima persona dello sceriffo Bell, instaurando un doppio registro stilistico che se funziona sulla pagina non è detto che faccia altrettanto sullo schermo. Viceversa, alcuni temi centrali nel romanzo, dalla presenza fondamentale del paesaggio con tutte le sue valenze metaforiche, alla riflessione sulla violenza come chiave di lettura obbligata del reale si legano perfettamente con l' universo poetico e la sensibilità cinematografica dei fratelli Coen. Senza dimenticare che l' ossatura di uno dei loro capolavori, Fargo, è sostanzialmente uguale a quella di Non è un paese per vecchi: là una donna poliziotto, qui uno sceriffo devono affrontare le «forze del male» che hanno sconvolto una piccola comunità rurale. Il film che ne è uscito, presentato lo scorso maggio al Festival di Cannes dove non vinse nessun premio, rialza notevolmente il livello di una carriera che con gli ultimi due film (Prima ti sposo poi ti rovino e Ladykillers) era scivolata verso una routine piuttosto corriva ma non è quel capolavoro di cui molti hanno parlato. La voce fuori campo dello sceriffo Bell (Tommy Lee Jones), unica concessione ai capitoli «soggettivi» del romanzi (in seguito le sue riflessioni diventeranno dialoghi con la moglie o con l' assistente), introduce il tema di fondo del film: l' irrimediabile perdita di valori di un mondo che non riconosce più il rispetto, la solidarietà e l' onestà e ha lasciato il campo alla violenza, alla sopraffazione e all' avidità. Quest' ultima è la caratteristica che ha spinto il saldatore texano Llewelyn Moss (Josh Brolin) a impadronirsi di una valigia con due milioni di dollari: li ha trovati andando a caccia nel deserto, dove due bande di spacciatori di droga si sono eliminate vicendevolmente. Ma per essere un furto così consistente, Llewelyn commette troppi errori e soprattutto non si accorge che nella valigia c' è un congegno elettronico che lo farà ben presto trovare da un killer spietato quanto assurdo, Anton Chigurh (Javier Bardem). Il ladro scappa, dirigendosi verso il vicino Messico, il killer lo insegue, seminando cadaveri sul suo cammino e il disilluso sceriffo cerca di mettersi sulle loro tracce. Il quarto protagonista del film è il paesaggio texano, spettatore distante di fronte a un dramma che ha perso ogni senso, colto dal direttore della fotografia Roger Deakins nei suoi rari momenti di fascino - il passaggio dalla luce al buio e viceversa - ma più spesso ripreso nell' immobilità del giorno, inospitale e amorfo, l' unico che sembra capace di restituire l' insensibile violenza che Chigurh esercita sulle sue vittime, talmente assurda e gratuita da sembrare addirittura oltre i confini del bene e del male. Questa follia che si ribalta immediatamente nell' umorismo più assurdo per ridiventare immediatamente follia è sicuramente la cosa migliore del film, quella che i Coen padroneggiano con gusto più personale, e che è all' origine di alcuni «ritratti» indimenticabili, dall' ingenuo aiutante dello sceriffo (Garret Dillahunt) alla guardia di frontiera reduce dal Vietnam (Brandon Smith) al killer «educato» ed elegante (Woody Harrelson) e che aiutano a trasformare un film apparentemente di genere in una specie di moderno «romanzo americano» (la storia si svolge nel 1980), dove il crepuscolo dei miti fondanti del West dovrebbe trovare il suo definitivo e antieroico canto funebre. Dico dovrebbe perché è proprio questa la parte che convince meno. Nel passaggio dalla casualità degli eventi al tentativo di leggervi una qualche lezione più generale, il film perde il suo andamento lineare, la metafora si appesantisce e la proverbiale leggerezza dei Coen, con il loro gusto ai limiti del cinismo capace di sorprendere lo spettatore e spiazzarne le aspettative, rischia di deragliare. Si sente come una specie di «imperativo categorico» della morale a tutti i costi, l' obbligo didascalico di introdurre nel film discorsi che nel libro funzionano ma che sullo schermo finiscono per stonare, trasformando le riflessioni a voce alta dello sceriffo in una lezione di morale magari giustificata ma sicuramente intrusiva.
Paolo Mereghetti
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Il Messaggero, 22 febbraio 2008
I Coen e il Male, la strana coppia
Prima o poi bisognerà fare davvero i conti con i fratelli Coen e col loro cinema ingordo di tutto: altro cinema, letteratura, fumetti, filosofia, teologia. Non per capire da dove vengano i loro film beffardi e il loro humour nerissimo, ma dove vanno, cosa ci dicono davvero del mondo e dei loro autori. Che stavolta adattano addirittura un maestro della letteratura americana contemporanea come Cormac McCarthy.
Che i Coen e McCarthy siano molto vicini si capisce fin dalle prime scene di Non è un paese per vecchi: una carneficina nel deserto, un omicidio atrocissimo e quasi buffo, un pazzo sardonico con assurda frangetta che stermina innocenti con una bombola di aria compressa. Ma il tono è così speciale che lascia dubbiosi.A prima vista è la consueta caccia all'uomo, moltiplicata e resa ironica dai personaggi. Un veterano del Vietnam in pensione (Josh Brolin) trova i resti di un massacro fra spacciatori e una valigetta zeppa di dollari nel deserto fra Texas e Messico. Lo psicopatico armato di bombola (fantastico Javier Bardem) gli dà la caccia per recuperare la valigetta. Lo sceriffo Tommy Lee Jones insegue l'uno e l'altro riflettendo sul bene e sul male.
E intanto, alla Coen, si moltiplicano agguati e stratagemmi, efferatezze ed eccentricità, ma anche curiose "rime" formali, come segnali cifrati, con stile fra laconico e sentenzioso.
Perché fatte salve azione e suspense, straordinarie, il film sembra percorso da una voglia di capire quasi inedita per i Coen. E questi personaggi radicati nel loro mondo e uniti da legami fortissimi (le mogli del fuggiasco e dello sceriffo giocano un ruolo importante) si scontrano con l'accento e il ghigno inquietante di Bardem che invece non ha origini, non ha motivazioni (continua a perseguitare e a uccidere anche quando ha perso tutto), se non un'assurda fedeltà alla sua missione. Torna in mente Barton Fink, altro film in cui il male si dava come enigma impenetrabile e quasi metafisico. Ma dietro questa parabola vibra un'inquietudine nuova. Come se i protagonisti fossero tre volti di uno stesso personaggio, le loro differenze tutto sommato casuali, e il dio del racconto si divertisse a giocare a dadi coi loro destini sullo sfondo di un'America sempre più barbarica e regressiva.
Fabio Ferzetti
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La Stampa, 22 febbraio 2008
Con il killer psicopatico Bardem a precipizio dentro il Male
Incredibile: Non è un paese per vecchi, approdato al traguardo dell'Oscar con ben 8 prestigiose nomination, dall'ultimo festival di Cannes è uscito senza premi, liquidato come una buona pellicola di genere. Mentre il film che i fratelli Coen hanno tratto dal romanzo di Corman McCarthy (Einaudi) è molto di più. Sull'inchiesta dell'anziano sceriffo Tommy Lee Jones (eccellente) che insegue Josh Brolin, fuggito con una valigia piena di dollari dopo esser capitato per caso sulla scena di una strage, si inserisce la caccia spietata che dà al fuggitivo il killer psicopatico Javier Bardem (grottesco e allarmante).
Siamo nelle lande desertiche del Texas, una ventina di anni fa, e il tema profondo del film è proprio quello del tempo che passa cambiando le persone e i valori. Il titolo si riferisce alla sensazione di straniamento che prova il rappresentante di una legge ormai obliterata di fronte al dilagare della violenza; e indica in lui la solitaria consapevolezza, che i più giovani immersi in una società alla deriva non possiedono, dell'esistenza del Male e della tragica insensatezza della vita. I Coen imbastiscono con essenziale maestria di stile questa meditazione ironico-amara sugli abissi oscuri dell'umana natura: il meno che si possa dire di un simile film, è che si può già annetterlo alla famiglia dei classici.
Alessandra Levantesi
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L'Espresso, 21 febbraio 2008
Nero Texas
'Non è un paese per vecchi', dei fratelli Coen, è ambientato nelle desolate terre di confine tra Texas e Messico. Un luogo metaforico dove integrità e giustizia si scontrano
Natura, cultura. 'Non è un paese per vecchi' dei fratelli Coen, grande film, è ambientato in un posto straordinario intriso di sangue, bruciato dal sole, solenne, inospitale, mitico, illuminato dalla Storia e dalla bravura del direttore della fotografia Roger Deakins: le desolate terre di confine fra il Texas e il Messico, divise soltanto dalle rive del Rio Grande; Marfa, dove nei '50 venne realizzato 'Il gigante', una località dura a tre ore da El Paso.
Un territorio metaforico in cui integrità e giustizia si scontrano con apatia e violenza, un paesaggio ancora maestoso e selvatico dove gli esseri umani si muovono a fatica senza più valori né eroi. È il nuovo Ovest del 1980, raccontato nel romanzo da cui il film è tratto scritto da Cormac McCarthy (Einaudi ha pubblicato in Italia oltre otto volumi suoi): una terra in veloce transizione, in cui il commercio frontaliero di droga sostituisce i furti di bestiame. Una nube dark con due personaggi inconsueti: lo strano e spaventoso killer Javier Bardem, con una pettinatura nera a caschetto, sradicato, spietato, simbolo di violenza; lo sceriffo Tommy Lee Jones che non comprende il vuoto crudele e la volontà di dominio del presente.
"La criminalità di oggi è difficile da capire": un arrestato strozza con le manette l'agente che lo porta via, Bardem uccide sparando in fronte un grosso chiodo, il vento non cessa mai. Su una pianura di sabbia e sterpi un uomo trova uomini e cani morti, fucili abbandonati, auto con gli sportelli spalancati, una valigetta piena di due milioni di dollari: prende i soldi, scappa, e così comincia una fantastica caccia all'uomo disseminata di cadaveri. "Mi sembra una lotta inutile. Voglio mollare", dice alla fine lo sceriffo non più giovane, parlando con un grasso coetaneo. "E questo è quanto, come si suol dire". Ma è già troppo tardi.
Lietta Tornabuoni
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