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Nessuna verità
di Ridley Scott
con Leonardo Di Caprio, Russell Crowe, Carice van Houten, Michael Gaston, Vince Colosimo, Alon Abutbul, Clara Khoury
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Corriere della Sera, 28 novembre 2008
Crowe & DiCaprio banalità e lungaggini
Se «Redacted» di De Palma, il più bel film americano sull' Iraq, è uscito ora solo in Dvd, il cinema si sforza di colmare la lacuna utilizzando i modelli del thriller anni 70 e delle congiure di governo mediorientali («Syriana») senza partire per il fronte come «Jarhead» e «The hurt locker». Ridley Scott, ispirato dal libro dell' editorialista del «Washington post» David Ignatius, cerca un terrorista di Al Qaeda: la mente Cia che sta al caldo in famiglia è un Russell Crowe diventato misura large, mentre il braccio è il bravo Leo DiCaprio che si agita, perde le dita, il faccino con barbetta e pure il cuore, affogando nella palude di finte verità. Peccato che la storia della spia che venne dal caldo sia espressa con lungaggini, oscurità, banalità che non sempre riscattano la sceneggiatura. voto 6
Maurizio Porro
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Il Mattino, 22 novembre 2008
Di Caprio contro Al Qaida
Ridley Scott è un grande professionista e non soffre del complesso dell'autore. Vale a dire che la sua filmografia può tranquillamente comprendere, senza provocare scandali, alcuni capolavori, molti prodotti medi e persino un po' di fiaschi. Con «Nessuna verità» («Body of Lies») si posiziona a metà strada, riuscendo a tenere sveglia l'attenzione del pubblico, sfruttando il carisma dei divi ed estraendo dettagli incisivi dal tema consunto, ma - nel contempo - soffrendo per una sceneggiatura (firmata William Monahan e tratta dal romanzo-verità del giornalista David Ignatius) alquanto frammentaria e un compiaciuto quanto ingenuo didascalismo che finiscono con il rendere prevedibile e manierata la gestione del plot spionistico. DiCaprio, pienamente a suo agio nel ruolo, è il risoluto ma idealista agente Cia Ferris, che si dedica alla caccia senza quartiere dei terroristi di Al Qaida; mentre Crowe, invecchiato e appesantito oltremisura, è il suo referente Hoffman che - perfettamente camuffato nell'identità di cittadino qualunque - gli impartisce gli ordini da un telefono protetto, determina le tattiche al computer e mantiene il controllo della situazione da un'anonima periferia statunitense. Nell'occasione il primo, operativo tra Giordania, Emirati, Siria e Iraq sulle tracce della «mente» di funesti attentati, deve per necessità e convinzione confrontarsi col fascinoso capo dei servizi segreti giordani, mentre il secondo s'ingegna a telecomandarlo portando a scuola i figli o passeggiando con il cane. A questo punto il non inedito contrasto tra l'umanità masochistica di Ferris e la cinica disillusione di Hoffman potrebbe anche funzionare, se non fosse per il ritmo stranamente compassato dei doppi o tripli giochi, tranelli e voltafaccia deputati a promuovere la suspense. Certo a Scott non si può rimproverare a cuor leggero questa pecca, perché il veterano non nutre alcuna voglia di conformarsi all'effettismo vorticoso dei recenti film d'azione (tra cui va citato proprio l'affine «Spy Game» del fratello Tony). Però il cuore del film pulsa a intermittenza e il doping «politicamente corretto» frena ulteriormente la sua vitalità stilistica; come dimostra il messaggio finale sull'impossibilità di rispettare qualsivoglia principio etico nel caos mediorientale, davvero troppo fiacco per imprimere alle immagini la spinta verso un risultato memorabile.
Valerio Caprara
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Corriere della Sera, 21 novembre 2008
Di Caprio, trama oscura
Leggo sull' ultimo «Variety» che Body of Lies (titolo originale di Nessuna verità) al «Domestic Box Office» ha incassato in 5 settimane circa 37 milioni di dollari. Pochi davvero per un film a grande spettacolo, con sensazionali scene d' azione, che mobilita due star come Leonardo DiCaprio e Russell Crowe. La spiegazione del parziale insuccesso sta nel fatto che gli americani non vogliono guardare in faccia la paurosa realtà del momento, preferiscono spettacoli più spensierati (in soli tre giorni, tanto per restare in campo spie, lo scervellato Quantum of Solace può vantare 67 milioni). Insomma quello di Ridley Scott è un peccato di serietà: e lo prova il modo in cui il suo sceneggiatore William Monahan ha ripulito lo scadente romanzo originario (Newton Compton) del giornalista del «Washington Post» David Ignatius: via le scene di sesso e altre banalità tipiche del thrilling. Per non parlare del finale, che sulla pagina festeggia un matrimonio e sullo schermo è ben più amaro e credibile: sono passati i tempi in cui Hollywood concludeva Moby Dick (quello muto, con John Barrymore) mandando a nozze il capitano Ahab anziché farlo stritolare fra le fauci dalla balena. Adesso succede spesso il contrario, cioè che i film rispecchiano il mondo in cui viviamo con più rigore della letteratura di genere. C' è tuttavia un difetto del libro che Scott non è riuscito a correggere ed è la farraginosità a volte oscura di una trama dove tutti tradiscono tutti e sono pronti a tutto. Per cui l' agente DiCaprio, pur capace di uccidere a sangue freddo, conserva una residua dose di umanità rispetto a Crowe suo cinico superiore, che se ne sta in un comodo ufficio a Langley o addirittura con i bambini nella quiete di casa sua. Per quasi un' ora di film i due non s' incontrano, parlano a un telefonino segreto e non di rado si scontrano perché il primo si sente forte dell' esperienza di chi opera sul campo e l' altro ha la freddezza machiavellica di chi vede le cose da migliaia di chilometri di distanza. Inutile dire che gli attori sono bravissimi, ma in un film in cui anche i comprimari sono impeccabili si ritaglia un bel numero anche Mark Strong nei panni dell' ambigua e ben vestita superspia giordana. Merita spiegare, a questo punto, che gli interpreti sono facilitati da un regista avido di verità capace di seguirli con otto occhi, tante sono a volte le macchine da presa pronte a catturare da ogni parte gesti, espressioni e intonazioni da offrire all' oculata scelta del supermontatore Pietro Scalia. L' opinione del capoccione CIA (come non condividerla?) è che rispetto al terrorismo si è scatenato un conflitto globale senza alcuna possibilità di pervenire a trattativa; e che siamo bersagli facili per un nemico in grado di clonare all' infinito i fanatici pronti a «fare martirio» sacrificando la propria vita per trascinarsene dietro molte altre. Le contromosse dell' occidente vanno dalla semiditattoriale restrizione delle libertà individuali ai campi di concentramento stile Guantanamo; ma ancor più preoccupa l' adozione della tortura come inevitabile strumento per strappare certe confessioni. Nell' emozionante serie televisiva «24» abbiamo visto perfino un nobilissimo presidente di colore (e il pensiero corre a Obama: sarà costretto a fare altrettanto?) controllare dal computer nello Studio ovale le violenze somministrate a un prigioniero renitente alle rivelazioni da cui dipende la sorte di milioni di americani. Se si ricorda quanto ai tempi della guerra di Algeria pesò sull' opinione pubblica la rivelazione che i «parà» francesi torturavano i patrioti del Fronte di liberazione, ci si rende conto di come un mondo imbarbarito sta avviandosi su una strada senza ritorno. E il peggio è (lo afferma nel film lo Scarpia giordano) che nemmeno la tortura funziona più: mentre i «martiri» stringono i denti e muoiono, l' avvenire si fa sempre più cupo.
Tullio Kezich
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Il Messaggero, 21 novembre 2008
Falchi, colombe, la Cia
e i cliché di Ridley Scott
E allora: primo film dell'era Obama o ultimo dell'era Bush? Trattando di Cia, Medio Oriente, Al Qaeda e bazzecole consimili, la domanda sorge spontanea, ma naturalmente va presa come un gioco. A raccontarne la storia, Nessuna verità (Body of Lies) sembra un film-colomba, con l'intrepido e a suo modo generoso agente Di Caprio che rischia la pelle sul campo in Giordania e in Iraq, mentre il bolso e spietato dirigente Russell Crowe (20 kg in più per la parte: allora è un vizio!) lo comanda a distanza sabotando le sue iniziative più sagaci con una semplice telefonata da Langley, Virginia, sede della Cia. Magari mentre va al supermercato col Suv o porta a scuola i marmocchi.
Viste sullo schermo le cose però sono più complicate. La contrapposizione fra i due protagonisti e il rispettivo modo di intendere la propria missione è così sfacciata e manichea che Scott sembra quasi prendersi in giro da solo, o fare la satira del film-di-spionaggio-impegnato di moda a Hollywood, con tutti i suoi cliché (l'arabo buono, quello ambiguo, la scena di tortura, il raid nel deserto, le riprese satellitari, fino all'intramontabile arrivano i nostri). A tratti però Nessuna verità sembra quasi un Syriana spiegato al popolo, cioè rimesso in ordine e dotato di volti, conflitti, sentimenti chiari. Laddove il bel film di Stephen Gaghan con George Clooney, infinitamente più ambizioso e originale di questo, anziché sbrogliare la matassa la aggrovigliava fino al parossismo. Dando forma cinematografica all'insieme caotico di forze, accidenti, spinte contrastanti, conflitti economici, culturali o religiosi, in gioco in Medio Oriente.
Naturalmente al cinema è lecito anche semplificare e romanzare: è il trucco con cui Hollywood parla da sempre al mondo. Ma mostrare un giovane agente atletico e idealista (Di Caprio) che parla arabo, difende i collaboratori locali e si innamora pure di una (bellissima) iraniana, dominato da un ottuso burocrate sovrappeso che segue tutto sul megaschermo in ufficio mandando cinicamente al macello chi capita senza nemmeno migliorare le cose, è semplicistico e anche tedioso tanto sono scontati entrambi i personaggi.
Non a caso invece il film si impenna ogni volta che entra in scena il suadente, impenetrabile, azzimatissimo capo dell'Intelligence giordana, Hani Pasha (l'inglese Mark Strong, ottimo attore e incredibile trasformista), l'unico cui lo script imbullonato di William Monahan conceda ampi margini d'ambiguità (oltre che il più fantastico guardaroba anglomane mai visto in un un thriller di ambientazione mediorientale). Così come è suggestiva l'idea della pseudo Al Qaeda creata ad arte con tanto di falso attentato e "vittime" prese all'obitorio, per stanare i terroristi veri. Peccato che arrivi verso la fine, quando ormai ci siamo stancati di interessarci a figure così improbabili come quelle toccate in sorte ai due divi di turno.
Fabio Ferzetti
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Il Giornale, 21 novembre 2008
Di Caprio e Crow spie
giocano sporco per la Cia
Body of Lies («Un mucchio di menzogne») è un titolo originale più netto di quello italiano, «Nessuna verità». Meglio sarebbe nessuna intelligenza nell'intelligence, come in ogni lavoro dove il risultato vada raggiunto in fretta, anche inibendo l'esito a lungo termine, quello decisivo. La matrice di questa politica di potenza, l'economia globalizzata, ha funzionato allo stesso modo, come s'è visto…
Il sessantenne Ridley Scott confeziona qui un altro «mattone», dopo American Gangster, partendo dal romanzo di David Ignatius. Chi ha visto Syriana di Stephen Gaghan e Il regno di Peter Berg, troverà in Nessuna verità la loro miscela: del primo c'è la frammentarietà, che non si ricompone in un ordine finale nella testa dello spettatore diligente che vada al cinema come a una lezione di fisica. Resta la solita morale: la spia è un lavoro sporco, ma qualcuno deve pur farlo. In questo caso il qualcuno è la Cia, rappresentata da un maturo dirigente (Russell Crowe) con famiglia, che dà ordini dal quartier generale di Langley, Virginia; e da un giovane agente operativo (Leonardo Di Caprio), divorziato e spedito in Giordania (ma il film è girato in Marocco).
Stessa situazione e stessa coppia del migliore dei film sul mestiere di sicario di Stato nella democrazia liberale, firmato sempre per Hollywood dall'altro degli inglesi fratelli Scott: Tony. Tra i due film dei due fratelli c'è l'11 settembre 2001, perciò Ridley Scott non può mostrare, come faceva Tony, i suoi «buoni» preparare attentati esplosivi, ma solo rudimentali torture e pretestuosi sventramenti.
Naturalmente il mondo del crimine di Stato andrà avanti come è sempre andato. Se interventista democratico, lo spettatore uscirà sentendosi più buono, perché condanna, come Di Caprio, la ragion di Stato di Crowe. Mentre lo spettatore normale può restare a casa, a nutrire ancora a lungo l'illusione che in politica, specie internazionale, ci siano buoni e cattivi.
Maurizio Cabona
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