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Nessuna qualità agli eroi
Nessuna qualità agli eroiregia Paolo Franchi
con E. Germano, B. Todeschini, I. Jacob, M. de Medeiros, P. Graziosi, M. Campironi
 
Il Tempo, 31 marzo 2008

Paolo Franchi dopo la sua felice opera prima, «La spettatrice». Qui a livelli più alti e più maturi. Là c'era una donna che faceva da spettatrice, prima solo a distanza, dell'amore di un uomo per un'altra donna. Rifiutando una conclusione positiva anche quando sembrava raggiungerla. In cifre spesso sospese ma non mai lontane da sapori di cronaca. Qui, invece, si naviga soprattutto fra le tenebre dell'inconscio e solo a sprazzi si possono cogliere riferimenti diretti al reale.
All'inizio, ad esempio, quando Bruno, un uomo sulla quarantina, felicemente sposato, si sente dire da un medico che non potrà avere figli. È solo il punto di partenza, tuttavia, che presto, pur dicendoci della moglie che lo ama, pur informandoci che in Svizzera, dov'era nato, aveva avuto un padre celebre pittore da lui sempre odiato, ci vien fatto percorrere un suo tormentato itinerario che anche quando sembra realistico è, con segreta evidenza, frutto solo dei suoi ricordi e degli incubi che gli suscitano. Ecco perciò di fronte a lui un ragazzo, Luca, che incontra per caso, che non conosce ma che invece conosce tutto di lui e dei suoi problemi, anche quelli, pratici, che l'hanno opposto a un usuraio alla cui esosità dovrebbe forse di finire sul lastrico. Chi è Luca e perché, dopo aver tentato il suicidio, ha ucciso suo padre che è l'usuraio da cui Bruno è perseguitato e che lui odia quanto Bruno odiava suo padre a tal segno che gli abbiamo visto dar fuoco ad uno dei suoi dipinti più famosi intitolato appunto «Nessuna pietà agli eroi?».
Paolo Franchi risponde soprattutto dell'interno. Mescolando con abilità i simboli, le proiezioni psicologiche, i sogni e dei momenti narrativi da Bruno solo immaginati: fra le turbe di una coscienza così stravolta che solo alla fine, mentendo nella realtà, lo indurrà a confessare una verità su se stesso unicamente interiore. Fra le pieghe del racconto c'è anche un noir, con un omicidio ammesso da due persone diverse che, tra i meandri della psiche, finiscono per essere una sola.
Con il sostegno di un linguaggio in cui, pur tra luci non di rado di un pallore spettrale, si privilegia il buio: reale ma soprattutto simbolico, in due città diverse, Ginevra e, ancora una volta come ne «La spettatrice», Torino, che vanno intese quasi soltanto come «luoghi dell'anima»: per riflettere i segni più segreti di personaggi cui danno volti non di rado misteriosi Bruno Todeschini (Bruno), Elio Germano (Luca), Irène Jacob (la moglie).

Gian Luigi Rondi

 
Il Messaggero, 28 marzo 2008
Come ammazzare il Padre e perché

Una paternità impossibile, due uomini in conflitto col padre, una donna che sogna di avere un figlio, un racconto quasi tutto di interni in cui il gioco degli spazi anticipa, intercetta, prolunga le emozioni. Col suo titolo sghembo e la sua sapiente sintassi visiva, il secondo film di Paolo Franchi è così poco "italiano" che un certo rigetto (vedi Venezia) era scontato. Eppure è quasi un thriller alla Delitto per delitto: un uomo oppresso dai debiti (Todeschini) e dalla figura del padre, grande artista defunto, incontra un giovane inquietante (Germano) che per ragioni oscure vuole aiutarlo. Dunque non solo uccide il genitore (Graziosi), banchiere-usuraio cui Todeschini doveva dei soldi, ma entra nella vita di quell'uomo in fuga, si fa accudire come il figlio che non potrà mai avere, resuscita il fantasma del padre e delle sue opere catalizzando l'odio rimosso. Il tutto fra segni e presagi: un suicidio mancato (o forse solo differito), amplessi e sogni paralleli, quadri lacerati e ricuciti, chiavi lasciate nella serratura... Un labirinto, rischiarato a sprazzi dalle figure femminili (Jacob, de Medeiros, Campironi), in cui le identità sfumano e si confondono. Qualche aggancio più netto gioverebbe al racconto, ma è bello che il nostro cinema dia spazio a una voce così diversa e sicura. Sempre che questo spazio ci sia davvero.

Fabio Ferzetti

 
Il Manifesto, 28 marzo 2008
La stanza del padre, viaggio nell'oscura notte

Un film che traghetta il nostro cinema nel mondo adulto. Il grado di irrealtà che circola in Nessuna qualità agli eroi, il film di Paolo Franchi da oggi nelle sale, è così evidente e disegnato con perizia che dovrebbe essere lampante anche per il pubblico italiano abituato al contrario a un realismo veloce e allusivo, possibilmente dialettale. Qui siamo proprio al confine nord, tra una Torino con tutte le sue sfumature di grigio, Ginevra e la lingua francese ad allontanare dall'effetto cronachistico: seguiamo il protagonista Bruno (Bruno Todeschini, attore di Doillon, Rivette, Techiné) in un tormentato percorso molto interessante perché sempre più concentrato su una tematica che in varie parti del mondo occidentale ha toccato più di una volta il cinema, il tema del padre (che racchiude in sé un lungo processo di maturazione), così lontano dai canoni del nostro cinema per lo più adolescenziale.
Che si tratti di un processo analitico lo si può comprendere già da quella stanza con cui si apre il film e si chiuderà, luogo di analisi e di indagine, di attesa e confessione, sofferenza e crescita. Avviene che le figure irrisolte e incombenti si staglino con autorevolezza, siano quella del banchiere usuraio, sia quella del padre assente, celebre artista informale («l'informale materico di Burri e Vedova perché è sofferenza pura e i personaggi si lacerano», dice Franchi) e che in improvvisa regressione lui, uomo maturo, si specchi nel ragazzo Luca (ed allora entra in scena Elio Germano, una recitazione corposa e intuitiva) con personalità non bloccata dall'autocontrollo ben allenato, ma capace di dar vita immediata agli impulsi o ai rancori di vecchia data. Ed è così che nel rigore del montaggio e della composizione appare chiaro il dolore crescente e l'elaborazione del dolore e del lutto, la possibilità o impossibilità della capacità di diventare padre. In Bruno-Luca vediamo un'unico tormentato personaggio messo a nudo (nel vero senso del termine), in posizione fetale, a contatto con acqua e fuoco, lacrime e fango.
Nel silenzio della concentrazione su sé stesso, figure femminili ruotano attorno leggere e confortevoli (e pronte a eclissarsi per salvarsi la pelle quando la depressione comincia a traboccare): sono Irène Jacob (la moglie), Maria de Medeiros (la sorella), l'esordiente Mimosa Campironi (la ragazza di Luca) che commenta così il set: «Non sembrava di stare nella realtà, sembrava di stare in un altro mondo». Paolo Franchi è così abile nella messa in scena che non ama troppo descriverla, però sa di aver fatto un gioco molto pericoloso, un film che può far emergere aspetti sommersi e scomodi della personalità: «L'immagine, dice Franchi, non deve mostrare ma deve far pensare» e, in chiave nichilista, sostiene che tanto «niente ci può liberare, non ha senso perdonare né uccidere», ma deve aver messo in moto nei suoi attori una quantità di stimoli creativi, Elio Germano è grato per un personaggio come il suo che si confronta con se stesso, con il padre e con il proprio padre interiore che può essere così autoritario da impedire l'azione, un personaggio come si può trovare solo a teatro, dall'Edipo re a Dostojevskij, citato anche da Irène Jacob: «avevo paura di avere un ruolo di spettatrice passiva di compagna di un uomo che cade in depressione, ma ho trovato una profondità che mi ha interessato, ho visto che Franchi voleva andare verso il buio. Abbiamo dovuto essere un po' coraggiosi, in un terreno che non vogliamo conoscere troppo, che però ha la forza del mistero e del buio in cui viviamo. Parlarne è un modo di avvicinarla, questo film è un'esplorazione per tutti». Un'opera che colpisce nell'inconscio e che ognuno interpreterà in modo diverso.

Silvana Silvestri

 
La Repubblica, 28 marzo 2008
"Nessuna qualità agli eroi"
i segreti di un Uomo senza qualità

Premono le coordinate del film-saggio psicanalitico ma Nessuna qualità agli eroi di Paolo Franchi è in prima battuta un thriller. Tutto non si può raccontare ma assicuriamo che il colpo di scena c'è e che vale la pena farsi prendere.

Al centro c'è Bruno (Bruno Todeschini) che si direbbe un Uomo Senza Qualità. Ginevrino trasferito a Torino con la spaesata Anne (Irène Jacob), ricordi pochi e sgraditi della famiglia dominata da un padre artista di cui Bruno ha ereditato le fattezze ma non la tempra, un'attività che va di male in peggio nonostante i debiti (celati alla moglie) con un banchiere-usuraio. E come se non bastasse c'è la scoperta (celata alla moglie) della propria sterilità. A restituire spinta alla sua vita esangue provvede l'invadenza di uno strano ragazzo, Luca (Elio Germano, stesso nome ma profilo diverso dal contemporaneo personaggio del film di Virzì), figlio dell'usuraio, pure lui odiatore del padre: il quale sparisce di scena e poi si scopre che è stato ammazzato.

C'è di che ricamare abbondantemente. Ma il film, cui non rende giustizia l'etichetta di opera "difficile" che si beccò a Venezia, lo fa con intrigante eleganza.

Paolo D'Agostini

 
Il Giornale, 28 marzo 2008
Sterilità, usura, fallimento
quante disgrazie per gli eroi

Nessuna qualità agli eroi. Prima di vederlo, vien voglia di chiedere al regista Paolo Franchi perché quell'«agli»; dopo averlo visto, ci si chiede perché sterilità, usura, fallimento, parricidio si affastellino, più che connettersi. Si capisce solo che disgrazie dell'uno (Bruno Todeschini) - borghese francese maritato con Irène Jacob - confluiscono in disgrazie dell'altro (Elio Germano), figlio che odia il padre, sfruttatore del borghese maritato. Prima della Mostra di Venezia, le anticipazioni sulle scene spinte generarono morbose attese; ora, a ricordare che il film era in concorso, c'è il fatto che il direttore della Mostra ha allontanato chi glielo suggerì: ma della scelta era responsabile lui. Che tristezza.

Maurizio Cabona

© Sipario 2011