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Nemico pubblico
Nemico pubblicoregia Michael Manngenere Drammatico / Gangster durata 143 min. distribuzione Universal Pictures cast
con J. Depp, C. Bale, M. Cotillard, J. Russo, D. Wenham, J. Clarke, S. Dorff, C. Tatum, R. Cochrane, B. Katic
 
Avvenire, 4 novembre 2009

Al cinema Dillinger diventa Robin Hood

Un gangster che sembra Robin Hood. Affascinante. Romantico. Come lo vuole il cinema hollywodiano, che stavolta pesca volutamente in una storia degli anni 30. «Quando certi banditi, famigerati nella realtà, sulla celluloide erano popolari come eroi». Prendete John Dillinger, a cui è dedicato il film Nemico pubblico di Michael Mann con Johnny Depp che da venerdì invaderà 350 cinema italiani. «A suo tempo – spiega il regista di passaggio a Roma – fu più glamour di un divo hollywoodiano. I criminali di oggi, al confronto, non hanno nulla di fascinoso. Dillinger era un tipo serio: parlava poco, era elegante, educato, sapeva ammaliare perfino i giornalisti». Il dettaglio che rapinasse banche, e ogni tanto facesse anche fuori qualcuno, pare secondario per il regista di Nemico pubblico: il film che – riesumando un titolo e un genere 'evergreen' nella storia del cinema – racconta le malavitose gesta del celeberrimo gangster americano. «Sì, Dillinger era un rapinatore di banche. Ma le svuotava in un momento storico in cui, a causa della Grande Depressione, le banche erano accusate d’impoverire chi era già povero. Insomma, molti lo sentivano quasi come un vendicatore popolare ». Nessuna assonanza con l’attuale crisi globale, però. «Anche perché la sua vicenda umana e criminale si consumò in un tempo troppo breve – commenta Mann –. La leggenda durò appena nove mesi: il tempo per bruciare una breve stagione avida di vita, dopo dieci anni di detenzione . Quest’uomo voleva avere tutto. E subito. Senza preoccuparsi di un futuro che, di fatto, non ebbe. Forse il romanticismo del personaggio nasce proprio da questa bruciante 'febbre di vivere'». Per rendere il più 'affascinante' possibile il suo criminale, Mann è ricorso ad un cast d’eccezione – Depp protagonista, Marion Cotillard partner, Christian Bale antagonista – e ad un’accuratissima ricostruzione ambientale. «Mi piace lavorare con i talenti. A differenza di Robert De Niro o Al Pacino, Johnny Depp non ha nulla di costruito. Non ha mai studiato recitazione: interpreta calandosi totalmente nel ruolo. Proprio quel che volevo ottenere, anche per l’ambiente: una full immersion. Volevo che il pubblico 'sentisse' gli anni 30: che li avvertisse 'vivi' e 'veri'. Per questo ho usato oggetti e abiti autentici; per questo ho girato nelle location dov’erano realmente accaduti i fatti. Bisognava che Depp fissasse lo stesso soffitto fissato dal ganster; che morisse nello stesso luogo in cui era morto lui. Sono convinto che i luoghi trattengano una magia; e che poi la trasmettano ». La storia di Nemico pubblico è anche quella della fine di un’epoca. «In fondo Dillinger fu l’ultimo ganster solitario, l’ultimo grande criminale circonfuso da un alone romantico – riflette il regista (che presto girerà una versione attualizzata dello shakespeariano Riccardo III) –. Per batterlo dovettero inventare l’Fbi, cioè una polizia federale che potesse agire da uno Stato all’altro d’America, inseguendolo nelle sue fughe. Con la morte di Dillinger la criminalità cambia: si fa organizzata, passa dalle banche alla droga, dal colpo isolato al progetto su vasta scala. E poi lui amava farsi 'pubblicità': adorava che i giornali parlassero di lui. E per batterlo, infatti, l’Fbi sfruttò perfino la 'propaganda' filmata dei cinegiornali. Mentre i nuovi gangster preferiscono agire nell’ombra. Nemmeno il loro volto dev’essere conosciuto».

Giacomo Vallati

 
L'espresso, 12 novembre 2009

Mitici boss

Michael Mann ha girato 'Nemico Pubblico' concentrandolo sulla figura di John Dillinger, ganster cortese, elegante e non assassino, ammazzato dalla polizia all'uscita da un cinema. Johnny Depp, entusiasta di Dillinger fin dall'infanzia, è un protagonista davvero bravissimo

E' strano pensare che quasi tutto quello che sappiamo sul gangsterismo americano degli anni Trenta durante la grande depressione economica è falso; che delle bande di Dillinger, Bonnie & Clyde, Baby Face Nelson o Pretty Boy Floyd si conserva una leggenda criminale infondata; che il romantico glamour sanguinoso ispiratore di film e romanzi è perfettamente inattendibile. La scoperta risale agli anni Ottanta, quando gli archivi del Federal Bureau of Investigation risalenti al periodo 1930-1940 vennero desecretati e si constatò la modesta realtà della lotta contro il crimine e dei suoi protagonisti. In quel periodo l'Fbi diretta dal giovane J. Edgard Hoover, da poco formato, intendeva affermare il proprio potere di polizia federale gerarchicamente superiore a ogni singola polizia dei diversi Stati americani, e si serviva soprattutto della pubblicità: le notizie fornite ai giornali e alle radio venivano drammatizzate; la terribilità degli avversari veniva dilatata per sottolineare il valore di quelle forze dell'ordine; a loro volta, radio e giornali gonfiavano le notizie già gonfiate alla fonte. La leggenda criminale nacque così e anche quando la pubblicazione degli archivi dell'Fbi la smentì, nessuno volle accettare la realtà. Tranne Bryan Burrough, autore di 'Nemico pubblico' (Sperling & Kupfer) e tranne Michael Mann, regista del film che ne è stato tratto concentrandolo soprattutto su John Dillinger, ganster cortese, elegante e non assassino, rapinatore di banche ed evasore dalle carceri, ammazzato giovane dalla polizia senza intimazioni né arresto né processo, ma in mezzo alla strada una sera d'estate, all'uscita del cinema Biograph di Chicago dove insieme con due amiche aveva visto 'Manhattan Melodrama'. Su 'Nemico pubblico' pesa infatti una tristezza: per l'affanno perenne di dover trovare un rifugio dove nascondersi, lavarsi, dormire; per la separazione dalle persone amate; per l'imminenza inevitabile della morte, a dispetto della popolarità dell'uomo ladro di quelle banche che si comportavano spietatamente con i clienti impoveriti dalla crisi. Molto bello. E Johnny Depp, entusiasta di Dillinger fin dall'infanzia, è un protagonista davvero bravissimo.

Lietta Tornabuoni

 
Il Mattino, 7 novembre 2009

Dillinger, oratorio americano

Ci sono due modi per reagire di fronte a «Nemico pubblico». Lo spettatore dipendente dall’adrenalina del poliziesco ordinario lo troverà sontuoso, tenebroso, un po’ tortuoso, forse compiaciuto. I cercatori d’oro estetico confermeranno l’opinione che hanno di Michael Mann: uno dei massimi pittori d’icone cinematografiche. Se per la storia del genere l’anarcoide e rocambolesco John Dillinger (1903-1934) è morto - come recita il titolo di un paradossale film di Ferreri - il regista di «Heat» lo resuscita con una progressione narrativa strapotente, in cui cast, fotografia, scenografia e colonna sonora raggiungono il diapason di iperrealismo e mitologia contemporaneamente. Nel senso che gli episodi del film, quasi tutti maniacalmente fedeli alla cronaca, si reinventano in una sorta di oratorio americano, un western postmoderno che rende omaggio alla materia di cose, uomini e fatti, dal fuoco delle mitragliatrici alle rutilanti Ford V8, dall’espressione intensa di un Johnny Depp alla Clark Gable a un’evasione dal penitenziario, dal romanticismo perduto a uno squallido agguato. I gangster danno l’assalto alle banche e l’Fbi del mastino Hoover risponde con le tecniche più sofisticate di repressione e una caccia all’uomo a tutto campo. Il bandito che agisce da Robin Hood del Midwest e si specchia nel suo microcosmo dorato terrorizza e affascina, colpisce e riflette, sorprende e irride. Gli si erge contro Purvis (Christian Bale), l’ambizioso sbirro che lo bracca; ma intanto il «Nemico Pubblico» resta leale nei confronti dei complici Baby Face Nelson e Pretty Boy Floyd e innamorato della compagna Billie interpretata dalla camaleontica Marion Cotillard. Un’America amara e depressa funziona da sfondo, senza tuttavia ritrovarsi alle prese col solito assunto moraleggiante; anzi per Mann la lotta tra fuorilegge e capitalismo assume toni che non lasciano spazio a emozioni diverse da quelle divorate dai media e digerite da un popolo già pubblico. La dimostrazione di questo sottile passaggio tenuto in bilico tra referto oggettivo e delirio epico sta nella bellissima sequenza in cui Dillinger s’introduce nelle stanze della squadra speciale dell’Fbi incaricata di catturarlo e «rivive» la sua stessa storia di criminale come se fosse uno spettatore esterno... uno spettatore di cinema, naturalmente. Del resto proprio il rito catartico della settima arte diventerà decisivo al momento della verità: tutti sanno che Dillinger cadde ancora giovane all’apogeo della propria leggenda, ma solo un regista di classe sa raccontarlo con pochi sbrigativi tratti e subito dopo rappresentarlo con il semplice bagliore del fuoco di una sigaretta.

Valerio Caprara

© Sipario 2011