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Nella valle di Elah
Nella valle di Elahdi Paul Haggis
con Tommy Lee Jones, Charlize Theron, Susan Sarandon
Drammatico. Usa, 2007
 
Il Sole 24 Ore, 13 dicembre 2007

Paul Haggis, sceneggiatore prediletto da Eastwood, per cui ha scritto i bellissimi "Million dollar baby", "Flags of our fathers" e "Lettere da Iwo Jima", si è già distinto come regista con "Crash – Contatto fisico", Oscar per il miglior film. Ma è questo "Nella valle di Elah", uscito scandalosamente senza premi dall'ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, a imporlo definitivamente come autore a tutto tondo, capace di realizzare opere che invitano a riflettere sul mondo di oggi, e nel caso specifico sulle conseguenze della guerra in Iraq, senza retorica e con misura, rigore ed essenzialità davvero rari, senza perdere di vista però la partecipazione emotiva dello spettatore.
Ispirato ad una storia vera, il film parla di Hank Deerfield, un ex sottoufficiale dell'esercito reduce dal Vietnam, che indaga sulla scomparsa di suo figlio Mike, soldato da poco rientrato da una missione militare in Iraq. Mentre la moglie lo attende con ansia a casa, lui va in cerca del figlio nel New Mexico, dove si trova la base militare in cui è stato visto per l'ultima volta. Ad aiutarlo nelle indagini – le autorità militari si barricano nel silenzio e nell'indifferenza – è solo una poliziotta, madre single con un figlio, osteggiata dai colleghi maschi e guidata da un profondo senso della giustizia. I filmati e le foto che Mike aveva realizzato col cellulare in Iraq saranno determinanti nel portare Hank a scoprire un'amara e sconvolgente verità, e cioè che il ragazzo è stato assassinato in maniera atroce dai suoi commilitoni dopo una notte di bisboccia: il suo corpo viene trovato carbonizzato e fatto a pezzi poco distante dalla base militare. Ad essere messi in crisi sono tutti gli ideali e le convinzioni di patriota di Hank.
Il titolo biblico allude al luogo dove avvenne la battaglia tra Davide e Golia e il Davide della situazione è il figlio di Hank mandato allo sbaraglio come soldato in Iraq. Dunque "Nella valle di Elah" è sicuramente un film di denuncia sugli spaventosi effetti che la guerra in Iraq ha sui ragazzi che si trovano a doverla combattere e che tornano a casa allucinati e imbarbariti. Haggis affronta l'argomento con i modi del giallo, senza alcuna forzatura nell'esposizione e con sguardo lucido e sottile, che si arricchisce di sfumature intimiste e dolenti sottolineate dalle tinte livide della fotografia di Roger Deakins. Soprattutto però ottiene una classicità di risultati degna del suo compagno di avventure cinematografiche Clint Eastwood. Tommy Lee Jones, in un'interpretazione memorabile, improntata al minimalismo, comunica alla perfezione la disillusione e lo sconforto di un uomo che ha perso la fiducia nella sua nazione. Charlize Theron, che in "Monster" aveva cancellato la sua bellezza per dimostrare la sua bravura (vincendo pur con qualche sospetto di manierismo un Oscar) qui mortifica solo relativamente il suo aspetto, ma ci dona comunque la prova più sincera e convincente della sua carriera. Ultimamente Susan Sarandon si sta specializzando in ruoli brevi e tale è anche quello della madre addolorata di questo film, ma a lei bastano poche scene cruciali per ricordarci di quanta intensità e verità sia capace. Simbolica e di grande effetto l'inquadratura finale con la bandiera a stelle e strisce rovesciata, espressione di un Paese in affanno, che ripensa ai suoi valori e chiede aiuto.

Michele Ossani

 
Corriere della Sera, 7 dicembre 2007
Atroci scoperte sui misteri in Iraq

Ha ragione Paul Haggis, regista di Crash, sceneggiatore del miglior Eastwood: questo non è un film sulla guerra in Iraq ma sulle ripercussioni che essa ha sull' intero paese e sul suo tasso morale. Guerra in interni, nella coscienza infelice del veterano del Vietnam che cerca il figlio misteriosamente scomparso al ritorno dal fronte iracheno, missing in una base del New Mexico. Si faranno atroci scoperte, interrogando i commilitoni ed usando i cellulari, mentre l' autore mixa i generi delegando l' ancestrale commozione all' immenso talento di Tommy Lee Jones: dovrebbe far causa ai giurati di Venezia per non averlo premiato. Brava e dolente Susan Sarandon ma la scoperta è la detective Charlize Theron madre del piccino cui si racconta la storia di David e Golia, nella valle di Elah: ogni riferimento non è casuale. Film meraviglioso che mette in discussione il patriottismo oggi e mostra le ferite etiche dell' America. voto 8,5

Maurizio Porro

 
Il Tempo, 2 dicembre 2007

Oggi torna anche alla regia e affronta un tema, i guasti delle guerre nelle coscienze, che gli fa portare in primo piano, come molto cinema americano di oggi, la guerra tuttora in corso in Irak. Lo spunto l'ha trovato in una storia vera raccontata su "Playboy" da un giornalista di punta, Mark Boal, cercando di svolgerla su piani diversi, quello psicologico, quello di cronaca, e inserendovi anche degli ampi richiami al genere poliziesco.
Troppa carne al fuoco che, nonostante un mestiere ormai collaudato, ha finito, in più punti, per portarlo fuori strada. Si comincia con un padre e una madre che aspettano il figlio militare in Iraq. È tornato, ma di stanza nel Nuovo Messico, a casa ancora non si è fatto vedere, non dando più notizia di sé. Il padre che a sua volta è stato militare (in Vietnam), si dedica ad una ricerca ostinata affannosa che però glielo farà ritrovare morto, fatto a pezzi e bruciato. Così comincia a indagare, affiancato da una poliziotta e, pur con oscure resistenze, anche dalla polizia militare. Arrivando alla fine a una tremenda verità: sul figlio, sugli altri militari attorno, su quella guerra che, in certi casi, priva i combattenti di ogni rispetto per i propri simili, nemici ma anche amici. Una polemica evidente che non illustra molto chiaramente, nel titolo, la citazione biblica della valle di Elah dove David ebbe la meglio su Golia. Né l'illustra poi, con l'ordine necessario, l'accavallarsi di temi e di climi all'interno di una storia che non riesce sempre a scegliere la direzione cui tendere. Quel tormento al centro del padre, tuttavia, prima con le sue ansie poi con il suo orrore per le scoperte cui giunge, ha in più occasioni accenti giusti e anche l'evolversi del meccanismo poliziesco, in parallelo con l'indagine del protagonista, ha momenti che, destando curiosità e attese, riescono a coinvolgere.
Grazie anche ad immagini in cui, in cifre quasi simboliche, si privilegia il nero al posto del colore. Con effetti plumbei.
Nei panni del padre, Tommy Lee Jones, dal principio alla fine, però, con un'unica espressione crucciata. La poliziotta è Charlize Theron, con un trucco insolito. La madre, che è Susan Sarandon, si vede poco.

Gian Luigi Rondi

 
Corriere della Sera, 30 novembre 2007
La bandiera rovesciata

Una storia giocata sul volto di Tommy Lee Jones, padre distrutto dal dramma||Se vi ritrovate fra le mani una bandiera americana, cosa ne potete fare? Evitate per favore di bruciarla, all' uso dei manifestanti trinariciuti; ma volendo esprimere qualche legittima perplessità riguardo alla politica estera in punta di baionetta del presidente Bush, tirate su il vessillo facendolo sventolare alla rovescia. Vale a dire con le stelle di sotto anziché di sopra. È questo l' auspicabile segnale migliorista che conclude Nella valle di Elah, dove Tommy Lee Jones spiega che nell' esercito la bandiera a testa in giù è un segnale di pericolo. Il che sigilla il film con un solenne «come volevasi dimostrare». È urgente smettere di mandare la gioventù a morire o a dannarsi in una guerra insensata e belluina, che giorno per giorno va trasformandosi in un corso accelerato di follia e delinquenza producendo le spaventose conseguenze di cui dallo schermo ci arriva un esempio. Paul Haggis, autore e regista che avendo scritto le sceneggiature per i due film militari di Clint Eastwood su Iwo Jima parla di cose che conosce, ha tratto ispirazione dalla tragica fine nel 2003 del reduce Richard Davis raccontata l' anno dopo da Mark Boal in un articolo su Playboy. Rientrato a Fort Rudd (New Mexico) dopo 18 mesi di Iraq, durante una serata di bisboccia con tre commilitoni il soldato Mike è letteralmente scomparso. Da Munro (Tennessee) arriva il padre, Hank, deciso a vederci chiaro, ma subito intralciato dai comportamenti ambigui o distratti delle gerarchie in divisa e della polizia locale rappresentata dall' ispettrice Emily (Charlize Theron). Ex poliziotto militare, Hank indaga per conto suo e ritrovato il telefonino dello scomparso ne fa analizzare il contenuto da un tecnico che estrae poco a poco riprese sempre più inquietanti di inumane brutalità praticate nel corso della missione oltremare. Nel frattempo in un prataccio periferico si ritrova il corpo sbranato e bruciato di un uomo identificato per il povero Mike. Indescrivibili a parole le emozioni che a ondate successive investono Tommy Lee Jones, quando è solo nella stanzetta del motel o quando telefona alla moglie Joan (Susan Sarandon) in attesa di notizie che peggiori non potrebbero essere. A questo punto bisogna dire che il vero campo di battaglia del film è il volto del protagonista, una via di mezzo fra Bogart e John Wayne, impassibile e risoluto insieme. Hank ha fatto il Vietnam senza perdere l' orgoglio di appartenenza all' US Army né certe obbliganti abitudini di rigore e correttezza. La tragedia dell' America di oggi è raffigurata attraverso lo sfaldarsi della fede di un incallito patriota che si sente precipitato su un altro pianeta. Fra orde imbestialite di militari in libera uscita dentro locali simili a gironi d' inferno e l' incapacità delle istituzioni di mettere un margine al collasso morale e comportamentale, Hank si paragona a Davide che affronta inerme il gigante filisteo Golia nella valle di Elah; e non a caso rievoca l' episodio a beneficio del figlioletto di Emily, la quale infine ha capito di dover collaborare all' inchiesta di quel padre vulnerato. Ma se Davide è uscito vincitore dallo scontro, quante probabilità ha Hank di mostrarsi più forte dell' orrore che avanza? Passato senza premi a Venezia (come hanno fatto a laureare Brad Pitt al posto di Jones?) Nella valle di Elah pur appesantito da un' esuberanza di notazioni collaterali, s' impone fra i migliori film hollywoodiani degli ultimi anni. Paul Haggis è riuscito a testimoniare in maniera profonda, senza una parola che sfiori la politica, la dolorosa caduta degli ideali americani contro la quale dovrà mobilitarsi fra un anno il nuovo presidente nel tentativo di rimettere la bandiera stellata a testa in su.

Tullio Kezich

 
Il Giornale, 2 dicembre 2007
Tommy Lee Jones fa il reduce contro la guerra inutile e ottusa

Nella valle di Elah si affrontarono Davide e Golia e da lì viene il titolo dell'ultimo film di Paul Haggis, regista di Crash, sceneggiatore di Lettera da Iwo Jima e dell'ultimo 007. Ma esso non racconta un improbabile passato biblico: accenna a un reale presente bellico, che continua a mieter vittime poco più a oriente, fra il Tigri e l'Eufrate.
Un militare americano torna dunque dall'Irak per venir ammazzato da altri militari senza un perché; o meglio perché era diventato, come loro, uno squilibrato per via dei crimini di guerra commessi per ordine superiore: un ordine dato non per malvagità, ma per ridurre le perdite proprie, aumentando quelle altrui. È quel che accade nelle guerre e nelle guerriglie, dove non si uccide solo a fucilate o bombardando: càpita di farlo investendo i ragazzini che giocano a pallone, perché fermarsi significa rischiare un agguato. La trovata di Haggis è partire dal «dopo», a differenza di Redacted di Brian De Palma, altro film a sfondo criminal-bellico in concorso all'ultima Mostra di Venezia. Il filone di Nella valle di Elah è quello dello spaesamento reducistico de I migliori anni della nostra vita, Uomini, Tornando a casa, Nato il 4 luglio. Ma qui il reduce è morto prima che il film cominci.
Il protagonista infatti il padre, ex poliziotto militare (Tommy Lee Jones), che ha spinto il figlio ad arruolarsi in base al condivisibile principio «Ragione o torto, la mia patria». Ma la patria in quali mani è finita? Senza indicare il colpevole per nome e cognome, non accusando la guerra, ma la guerra stupida, Haggis - canadese - addita l'inutilità del delitto. Sobrio e dolente, insolito e sferzante, il suo film resiste perfino al doppiaggio di Jones, in contrasto con la rabbia di cui ribolle il personaggio nella versione originale.

 
Il Mattino, 1 dicembre 2007
Il volto triste dell'America

Per Paul Haggis il dramma della guerra in Irak, al di là della condanna politica, può essere affrontato come un caso d'autocoscienza nazionale: «Nella valle di Elah» colpisce, in effetti, per la suspense che serra come in una morsa la storia di un veterano del Tennessee alla ricerca del figlio misteriosamente scomparso subito dopo il rimpatrio dal fronte. Un film potente e certo non facile, sofferto e a tratti sin troppo estenuato e lavorato, coerente nella sua asprezza ma rispettoso delle ragioni «degli altri», polemico eppure compassionevole. Tommy Lee Jones è lo straordinario protagonista di questo viaggio alla riscoperta dei legami di sangue, una vera e propria immersione nelle identità traviate dal carnaio mediorientale: con l'aiuto di una sensibile ispettrice (Charlize Theron) della polizia del Nuovo Messico, in servizio nel distretto dove il soldato è stato visto per l'ultima volta, Hank Deerfield si ritrova a combattere contro l'ostruzionismo dai quadri superiori dell'esercito non appena si materializzano le circostanze di un assurdo omicidio. Straziato dal dolore e ossessionato dai complessi di colpa (anche nei confronti della moglie interpretata da Susan Sarandon), l'uomo non si redime frettolosamente in nome di un astratto pacifismo, bensì rivive nella propria pelle - così come negli sguardi dei commilitoni del figlio indagati nel corso dell'inchiesta - il pathos dei combattimenti spietati, degli agguati letali, della paura e del coraggio indotti dallo scontro all'ultimo sangue in un territorio remoto, incomprensibile e ostile. Oltre alla perdita personale, Hank è costretto, così, ad elaborare la verità altrettanto tragica del disadattamento di tanti giovani reduci: in una sorta di trance espiatoria, l'attore dal volto intagliato nella roccia arriverà a capire come sia ingiusto pretendere da chi ha pagato i costi emotivi e psicologici dell'Iraq un docile ritorno alla normalità e come le ferite della guerra mettano in grave pericolo il carisma del proprio grande paese. Il regista è concentrato sui minimi dettagli della parabola, col risultato di sottoporla ai rischi dell'overdose stilistica: qualche metafora è troppo spiegata, qualche passaggio forzato, qualche carattere tirato via, qualche pausa compiaciuta. Nel complesso, però, il film resta fedele all'approccio umanistico e abbastanza in grado di sfuggire alle trappole del manicheismo.

Valerio Caprara

 
Il Messaggero, 30 novembre 2007
L'imbarbarimento Usa
nel video girato in Iraq

L'ANTICA Babilonia si trova in quello che oggi si chiama Iraq, ma il poco che ne restava è stato distrutto durante la guerra. La nuova Babilonia, una delle tante nuove Babilonie tirate su senza gloria e senza sforzo nel ricco Occidente, sta in un postaccio sperduto in Nuovo Messico. Ed è qui che Tommy Lee Jones arriva per indagare sulla sorte di suo figlio, partito soldato proprio in Iraq, ma scomparso nel nulla poche ore dopo il suo rientro negli Usa.
La prima parte di Nella valle di Elah, la migliore, è dominata dal roccioso attore texano, perfetto nei panni del patriottico poliziotto in pensione che affronta un trauma orribile senza fare una piega, anzi continuando a lucidarsi le scarpe, a pregare prima dei pasti, a rifare con cura la branda, mentre tutto intorno a lui emana decadenza e corruzione. Nei locali con lapdance sorti attorno alla base militare, locali in cui mai avrebbe immaginato suo figlio, circolano droga e ceffi da galera. La poliziotta Charlize Theron, già troppo impegnata a resistere al mobbing praticato dai colleghi, lo tratta da seccatore. Finché non si scopre che i resti di un cadavere smembrato e bruciato rinvenuti poco lontano appartengono proprio a suo figlio. E qui Tommy Lee Jones ha due scene da Oscar: quando va un attimo in bagno a medicarsi una piccola ferita prima di aprire al soldato che con ogni evidenza non porta buone notizie. E quando insiste con freddezza, ma senza nessun distacco, per sapere quanti erano gli aggressori, quanti coltelli hanno usato, quanti colpi hanno vibrato...
Il resto non si racconta, ma il guaio di film pur nobili e necessari come questo consiste nell'esser fatti per tre quarti di melina e per un quarto di puro orrore. Solo che per la prima può bastare un regista come Haggis, già sceneggiatore di Eastwood e Oscar con il debutto alla regia, l'efficace ma "telefonato" Crash. Mentre per l'orrore puro ci vorrebbero un Eastwood o un Kubrick. E qui Haggis, che peraltro ha studiato bene la lezione, vacilla. Specie quando, superate le inevitabili sottotrame (la Theron è una ragazza madre, il figlioletto ha tanto bisogno di un padre, Tommy Lee Jones è troppo vecchio ma racconta come nessun altro la storia di Davide e Golia...) viene a galla tutta l'atroce verità. E Nella Valle di Elah diventa una condivisibilissima ma non inedita requisitoria contro l'imbarbarimento dell'America odierna.
Anche perché intuiamo subito che quei video girati in Iraq col telefonino del morto nascondono chissà quali orrori. E lo stupore del padre è quasi candore se la chiave del film del suo messaggio è quel brufoloso torturatore di galline che alla polizia si difende dicendo innocente «Che c'entra, al mattatoio lo fanno tutti!». Salvo riapparire in divisa, nel finale, pronto a partire per il fronte. Dio aiuti l'America insomma. E anche noi se gli resta tempo.

Fabio Ferzetti

 
L'Unità, 30 novembre 2007
Gettare sale sulle ferite

Passano le guerre, si promettono evoluzioni tecnologiche per ammazzare e distruggere con precisione chirurgica ma intanto ancora si parte zaino in spalla in migliaia, si presidiano interi territori. Ancora un soldato è costretto a guardare in faccia il nemico e sparagli addosso. Sono passati sessant'anni dalla Seconda guerra mondiale ed eroina, anfetamine, cocaina sono ancora additivi molto diffusi tra le reclute. Che li utilizzano in luoghi che non avevano mai immaginato, dove la gente come minimo non li vuole ma più spesso li preferirebbe morti ammazzati. Tornando alla propria famiglia e alla vita di prima, molti si portano dietro l'abitudine. Oltre a sindromi paranoiche che non fanno più tanto sorridere guardando a quello spostato di Rambo. Paul Haggis, dopo l'Oscar a sorpresa per Crash e le sceneggiature per Eastwood e James Bond (Casino Royale), licenzia la seconda prova da regista con Nella valle di Elah. Da professionista hollywoodiano vecchia maniera (nonostante l'età) senza scorciatoie ha pescato nella ferita aperta nazionale: la guerra in Iraq, il debito di sangue americano e quello iracheno. Inutile, noioso, sbagliato, "facile" raccontare quanto è brutta, dolorosa, ingiusta la guerra, come dicono i detrattori? Noi crediamo che comunque sia meglio farlo, sviscerare, mostrare piuttosto che tacere, lasciarsi sopraffare dalla retorica patriottarda. Il titolo richiama la parabola biblica di Davide e Golia, cioè la valle in cui il figlio del re Saul fu mandato a combattere il gigante armato solo di 5 pietre. Giovanotto di primo pelo, Mike (Jonathan Tucker) è partito soldato in Iraq spinto soprattutto dalle pesanti aspettative del padre Hank (Tommy Lee Jones), ex poliziotto militare e nonostante la fievole contrarietà della madre Joan (Susan Sarandon), scottata già dalla perdita dell'altro figlio sotto le armi. Ma nella prima settimana di licenza, tornato nel New Mexico, Mike sparisce. Il padre parte e con piglio militaresco è convinto di trovare il figlio e metterlo in riga. Quasi subito però la polizia scopre il corpo del ragazzo, fatto a pezzi e carbonizzato. Hank allora comincia un'indagine parallela e poi in collaborazione con l'ispettore Emiliy Sanders (Charlize Theron). Pian piano deve accettare un'immagine più vera ma diversa del figlio, terrorizzato e non orgoglioso della sua missione di guerra. I principi che sembravano condividere, l'attaccamento alla divisa, era tutta una costruzione di comodo per non deluderlo. Difficile per un ragazzo ammettere la regola che bisogna uccidere subito qualsiasi cosa ti si muove davanti perché sennò potrebbe costarti la vita. E quella foto, con un bambino accovacciato come un cane, freddato per strada in tutta fretta, lo ha segnato per sempre.
In pieno stile detective story, per stendere un filo che tenga insieme tutta la trama, Nella valle di Elah è un pamphlet equilibrato, per nulla spinto sulla commozione coatta, recitato con grande precisione da un durissimo Tommy Lee Jones, che riesce a mostrare molto nascondendo tutto. A cominciare dal tormento di un padre che sopravvive al figlio. Con una spalla, Charlize Theron, puntuta e spartana con i suoi completi maschili, un'attrice che negli ultimi anni non ha ancora sbagliato un ruolo. Paul Haggis, sulla scia delle nuove abitudini (che hanno creato nuove tendenze anche al cinema) mostra un pezzo di guerra catturato dai telefonini, che sono diventati l'occhio onnipresente, la finestra da cui si guarda immediatamente la realtà, senza filtri. Puntati sull'inferno iracheno diventano diario di gesta che nessuno crederebbe se raccontate a voce, tanto sono sconcertanti e così folle la reazione dei giovani soldati, tra risate isteriche per esorcizzare la morte e confessioni disperate. Liberal e orgoglioso di esserlo, Haggis ha scritto (insieme a Mark Boal), ispirandosi ad una storia vera, non per indottrinare ma per riflettere. Il granitico sciovinismo del padre non è mai messo alla berlina ma è trattato con grande rispetto. Proprio perché uno dei messaggi è: ce la siamo bevuta in buona fede, terrorizzati dall'attacco al cuore della nazione anche se a ben guardare la questione della guerra è faccenda seria, fatta di carne, morti veri e ferite invisibili che segneranno una generazione.

Pasquale Colizzi

 
La Repubblica, 30 novembre 2007
L'innocenza avvolta nella bandiera Usa
"Nella valle di Elah" parla alle coscienze

Agente della polizia militare a riposo, Hank Deerfield indaga sulla sorte del figlio Mike, scomparso misteriosamente al rientro dal fronte iracheno. Malgrado tutti s'impegnino a fondo per ostacolarlo, con l'eccezione dell'investigatrice Emily Sanders, l'uomo riuscirà a scoprire la verità. Traumatizzante: non solo per la sorte del ragazzo, ma per la luce sinistra che l'inchiesta proietta sulla nuova "sporca guerra"; nonché sul deserto di senso in cui l'America abbandona i suoi giovani soldati, antieroici martiri di una "causa" che non ha nulla di nobile, né di giusto. Ormai (vedi l'episodio biblico narrato nel film) è Golia a sconfiggere Davide. C'è un'altra faccia, ma una sola, che riusciremmo a immaginare al posto di quella di Tommy Lee Jones nella parte del protagonista, ed è la faccia di Clint Eastwood. Tutto il film, del resto, è impregnato della presenza di Clint: dalla screenplay (nulla di sorprendente, dato che Paul Haggis è stato sceneggiatore per Eastwood) alla direzione, sobria ed energica, essenziale e, insieme, capace di suggerire molto più di quel che mostra.

A differenza di The Kingdom, che da noi esce in contemporanea, Nella valle di Elah non è un "action movie" sullo sfondo dei conflitti mediorientali; né tantomeno una storia d'indagine poliziesca, come l'inizio ci lascia credere. È uno dei migliori film contemporanei sulla "perdita dell'innocenza" degli americani. Avvolto, come il corpo di un GI morto, nella bandiera a stelle-e-strisce; ma in una bandiera, ormai, rivoltata all'ingiù, in segno di lutto per la fine delle illusioni di giustizia e libertà.

Più ambizioso, e coraggioso, dei suoi colleghi, Haggis vuole parlare alla coscienza degli spettatori americani (ed è sconsolante apprendere che il grosso del pubblico statunitense ha rifiutato il film). Lo fa con la serenità - inconsolabile - che il grande cinema classico sa assumere quando affronta le contraddizioni più laceranti del "Paese di Dio"; senza pretese dimostrative, ma inscrivendo il discorso sui valori in una storia esemplare.

Quella di usare, come tramite drammaturgico, il personaggio "paterno" di Deerfield è la migliore delle scelte possibili. Limpido ed enigmatico insieme, taciturno e adirato, sperduto tra locali e motel di una triste America di provincia, Tommy Lee Jones compone un "carattere" monumentale, un veterano bruscamente risvegliato dal "sogno" e messo faccia a faccia con le contraddizioni e i peccati di un Paese che non riconosce più come il proprio.

Non sono affatto secondari, però, i ruoli femminili: due donne cui Hank si rapporta con un misto di timore e tenerezza. Charlize Theron è una poliziotta piena di contraddizioni, ostinata, obbligata a confrontarsi quotidianamente con l'idiozia sessista dei colleghi maschi, e Susan Sarandon, la madre rimasta ad attendere a casa, avvolta nella propria angoscia. Tutti e tre gli attori (oltreché il regista Haggis) si sono già portati a casa l'Oscar. Restammo sorpresi quando, a Venezia, la Coppa Volpi non toccò a Jones, ma a Brad Pitt per il suo depressivo Jesse James. Alla prossima notte delle statuette, però, Tommy Lee sarebbe un assente del tutto ingiustificato.

Roberto Nepoti

 
La Stampa, 30 novembre 2007
Com'è feroce la mia valle

La valle di Elah, secondo la Bibbia, è il luogo dove il ragazzo Davide affrontò il gigante Golia: ma l'analogia con il flm non risulta troppo chiara. Nella famiglia di un reduce dal Vietnam molto patriottico è già accaduta una cosa atroce (il figlio maggiore, pilota militare, è morto), ora accade una cosa misteriosa: il secondogenito, appena tornato dalla guerra d'Iraq, è svanito da una base militare del Nuovo Messico. Nessuno, non commilitoni nè comandanti, sa dove sia andato a finire. Non ha lasciato segni di sè, nè messaggi nè altro.

Il padre Tommy Lee Jones va alla base per cercarlo: e non lo trova, nonostante l'aiuto della poliziotta Charlize Theron. Comincia a pensare che sia fuggito, magari in Messico, per evitare di dover tornare in guerra dopo la licenza; oppure che sia venuto a sapere qualcosa che ha indotto i suoi capi a eliminarlo. Una viltà, un complotto? In realtà il ragazzo è morto durante una brutta rissa con i compagni. Era notte. Erano tutti ubriachi e impasticcati. Tra loro c'era un esperto macellaio: era parsa una buona idea farlo a pezzi, bruciarne i pezzi e abbandonarli agli animali notturni.

Così, Nella valle di Elah racconta quale pessima ispirazione possa essere il patriottismo per un padre; quale sia la diffidenza verso gli alti gradi militari; come, nel contesto della guerra d'Iraq, normali ragazzi americani possano diventare irresponsabili e feroci; come, guerra o non guerra, la vita umana possa essere fragile; cosa rappresenti un morto per le famiglie della guerra. Paul Haggis è stato sceneggiatore dei più bei film di Clint Eastwood, che forse avrebbe diretto meglio di lui questo film calmo e crudele, comunque davvero bello. Susan Sarandon, la madre delle due vittime, merita ammirazione per aver accettato di partecipare al film, benchè la parte fosse assai breve; e per la sua bravura. Quando entra all'obitorio per vedere il corpo di suo figlio, e si trova davanti pezzi di carne nera e bruciacchiata, il suo sguardo davvero spezza il cuore.

Lietta Tornabuoni

© Sipario 2011