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Natale 1833Natale 1833

di Mario Pomilio
riduzione drammaturgica: Sergio Signorelli
con Ancilla Oggioni e Franco Palmieri
regia: Franco Palmieri
Bergamo, Auditorium Piazza della Libertà, 21 aprile 2008

   
 
Avvenire, 23 aprile 2008

Con Manzoni e Pomilio trionfa in scena l'uomo tra dolore e fede

Ecco uno spettacolo che dice quanto grande sia la forza trascendente del teatro. Uno spettacolo commovente e umanissimo. Carico di grande forza emotiva. Che riporta a noi, colta da una particolare angolazione, la preziosa figura di colui che ci lasciò il più grande romanzo ricco di spirito religioso, Alessandro Manzoni. È Natale 1833, che nella bella e coraggiosa riduzione drammaturgica di Sergio Simonelli (sulla quale ha ben operato, con intelligenza e pudore, il regista Franco Palmieri) nasce dall'omonima opera (la sua ultima) di un altro grande uomo di fede e scrittore prestigioso, Mario Pomilio. L'incontro all'Auditorium di Bergamo nell'ambito di deSidera, festival che da anni si fa ricerca appassionata del desiderio umano del sentimento religioso e della dimensione del sacro.
Romanzo di rara intensità emotiva e dall'impianto narrativo originale, Natale 1833 ricava il suo titolo dalla bellissima e ultima lirica, dal grande romanziere abbozzata quasi di getto sull'onda del dolore causatogli dalla morte della prima e adorata moglie, Enrichetta Blondel, morta proprio nel giorno di Natale del 1833. Lirica da cui Pomilio parte per annodarla, in un gioco di verità ed invenzione, ad altri documenti e fonti immaginarie. Non esclusa un'operetta incompiuta dal titolo Giobbe attribuita appunto al Manzoni e il tentativo di riscrivere in versione romanzesca la Colonna infame;
e ancora ricollegandosi alla corrispondenza fra il Nostro e l'amico Faurel. Nonché allo scambio di lettere tra Giulia Beccaria, la stessa madre del Manzoni, e l'amica inglese Mary Clarke. Il protagonista naturalmente, Manzoni, è esplorato nel suo dramma d'uomo, in una «crisi di fede entro la fede» divenuta crisi creativa e preludio al suo silenzio di scrittore.
Nel ricreare la vicenda con le libertà che sono proprie del romanziere, Pomilio ci offre un Manzoni più vero forse del vero e ne fa al tempo stesso la metafora di una condizione, quella dell'artista diviso nell'intimo tra sfide poetiche e ritrosie morali, fino a mancare un possibile capolavoro. Nel fondo, però, agitando un tema ben più problematico, condensabile in una domanda ineludibile e sempre attuale. E cioè: «Perché il dolore nel mondo nonostante Dio?». E allora il discorso sul Manzoni, di conseguenza, viene a trasformarsi in un'alta meditazione intorno al mistero della sofferenza e, implicitamente, intorno a Dio. Una meditazione che il regista elabora in una messinscena semplice, ma raffinatissima. In un duetto a due voci. Quella sua, grave e seriosa, e quella ricca di sfumature sottili, di grazia femminile, di Ancilla Oggioni. I due interpreti, quasi sempre seduti ai due capi di una lunga tavola ricoperta da un drappo azzurrino, a rimandarsi domande e riflessioni davanti alle tenui fiamme di alcune candele che creano, insieme a vecchi e ponderosi libri accatastati al loro fianco, un'atmosfera al tempo stesso poetica e metaforica. Libri e fiammelle, elementi imprescindibili. I libri simbolo della conoscenza, dello studio; le fiammelle la luce che rischiara l'anima, che purifica e riporta a Dio dopo il rovello interiore.

Domenico Rigotti

     
 
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