Mulatto
di Langston Hughes
Il Corriere Lombardo, 5 dicembre 1956
Al momento il Ku-Klux-Klan, o come diavolo si dice, non è, per fortuna, ancora uno dei generi di importazione in Europa del Piano Marshall. Approfittiamone, finché siano ancora in tempo, per dichiarare che, tutto considerato, a nostro modesto avviso, ad onta delle minestre in scatola, e quali che possano essere i gusti personali, la letteratura e la musica nera ci sembrano le uniche espressioni originalmente autoctone della civiltà americana. (Oltre alla bomba atomica e al ddt, s’intende). Di fronte a una letteratura, a un’arte e, perfino, a una politica e ad una economia le quali, sotto sotto, hanno avuto sempre e soltanto per modello l’Europa, la poesia e il “jazz” dei liberi e linciatissimi neri d’America possono, almeno, vantare una genuinità che non deve niente a nessuno.
Non è certamente questa l’occasione di aprire un discorso sulla situazione dei neri nella società americana specie negli Stati meridionali dell’Unione, ufficialmente cittadini eguali a tutti gli altri e, in realtà, sottoposti a un implacabile regime razziale che, se rappresenta una delle contraddizioni più potenti è, in compenso, anche la sola grande vergogna della democrazia statunitense. Sta di fatto che tutta la narrativa e il teatro nero dell’America si ispirano al motivo dello spartachismo; l’umiliazione e la ribellione dello schiavo sono sempre in primo piano e dove c’è nero c’è linciaggio.
Langston Hughes è nero, è americano, è poeta, romanziere e commediografo ed è spartachista attivo, consapevole e battagliero. È anche artista di rispettabile statura e di rilevante originalità; e Tatiana Pavlova, sempre generosamente dalla parte degli autori che mette in scena, mi assicura che il suo nero non ha avuto quest’anno il premio Nobel per un pelo, ma lo avrà senza fallo l’anno prossimo. Immagino che a farglielo assegnare non saranno unicamente le qualità dei due atti di Mulatto rappresentati ieri sera, a regola d’arte, all’Olimpia. Per quanto forte ed incisiva l’opera non si sottrae alla contingenza di uno scoperto intento polemico e all’abbandono di una teatralità eloquentemente scoperta.
Il colonnello Norwood è un bianco, aristocratico, e autoritario, non peggiore, semmai migliore, di tutti gli altri grandi latifondisti della Georgia. Vedovo in età ancora virente, egli ha promosso all’invidiato rango di concubina una nera, Cora, che vive nella “residenza” in mezzo alla sconfinata piantagione di cotone dove lavorano, sotto l’occhio, e lo scudiscio, dei sorveglianti bianchi, centinaia di uomini dello stesso colore di lei. La sua paga condizione di umile e umiliato strumento letificante della carne del padrone bianco, le conferisce un specie di supremazia sui suoi simili.
Analoga e diversa insieme è la situazione dei quattro mulatti che Cora ha dato al colonnello. Qualcuno di essi vive pago di quel tanto di sangue bianco che scorre nelle sue vene e delle briciole della distratta benevolenza paterna caduta su di lui, come uno schiavo che, accettando la propria condizione, si preoccupa soltanto di non perdere i modesti vantaggi che gli vengono dall’attenzione del padrone. È il caso del primogenito Williams. Ma in qualche altro fermenta e lievita il germe di un orgoglio personale e d’una umana dignità che nel legame paterno vedono il pretesto e la possibilità per il definitivo riscatto da una condizione di secolare inferiorità. Così una delle figlie che, approfittando degli studi fatti, se ne è andata nel Nord a vivere del proprio lavoro, come una cittadina libera.
Ma colui nel quale più consapevole, pressante, e prepotente grida questa esigenza è Robert, il minore. Bello, forte, intelligente, la sua pelle ha appena la tenue bruciatura dell’avorio antico, i suoi lineamenti non hanno quasi nulla di nero; e l’altera testardaggine, e la sprezzante sicurezza del suo focoso carattere sono quelli stessi del padre. Di lui egli dovrà essere l’erede, il continuatore. Per Robert non è già più questione di un uomo di colore che rivendica diritti di eguaglianza, ma di uomo bianco che agita il diritto di essere considerato un bianco, razza di padroni e padrone in aspettativa, che disprezza i neri. Aver diciott’anni in Georgia, ed essere in queste condizioni equivale a vivere molto pericolosamente. Col suo atteggiamento provocatorio, Robert ha contro, ben presto, tutti i bianchi e i neri: il colonnello per il primo al quale non è nemmeno mai passato per la testa che i suoi mulatti lo possano chiamare col nome di padre. Robert si erge di fronte a lui, come lui e contro di lui: due volontà e due orgogli egualmente inflessibili e fra i quali gioca una duplice umiliazione della frusta, quella del complesso dello schiavo e quella del complesso paterno. Quando il colonnello, dopo avergli negato la dignità di figlio, alzerà la mano per colpirlo, egli, cieco di furore, lo strangolerà.
Ora per Robert parricida si prepara la solita sorte: il linciaggio. Egli è tornato il povero negro. Dopo essere fuggito e aver tenuto a bada gli inseguitori ferendoli coi colpi della sua rivoltella, il ragazzo braccato ritorna nella casa di suo padre, dove la madre allucinata vorrebbe poterlo risucchiare nel proprio grembo per sottrarlo alla furia dei bianchi. Ma ha conservato l’ultimo proiettile e con esso, da sé, da uomo libero, nella casa che è “sua”, si fa saltare le cervella come ultimo atto di protesta a difesa della propria dignità.
Il dramma, magro e schematico nella sua architettura, ed ovvio e previsto nello svolgimento; con personaggi dotati di commosse e ingegnose notazioni, ma sostanzialmente comuni nella loro primitività, anche quelli maggiormente individuali ed effusi come Cora, Robert e il colonnello, si esprime poi con una marcata, distesa e corposa eloquenza che non rifugge dagli sfoghi e dalle dilatazioni verbali del melodramma vero e proprio. Prima di dedicarsi alla regia dello spettacolo, Tatiana Pavlova ha provveduto con raro talento e poetica sensibilità alla regia… del testo. Essa vi ha introdotto spirituals e poesie nere che, agendo da vere e proprie trasfigurazioni liriche, hanno deviato la barocca ed esasperata fatalità del copione verso fonde desolazioni, indifesi abbandoni e inconsolabili tristezze, capaci di simulare un più nobile e sofferto senso tragico.
Lo spettacolo è stato un superbo saggio di alta scuola registica alla quale tutti gli attori hanno rigorosamente obbedito conseguendo l’uniformità di un clima impressionistico, teso, vibrato e come dilatato dagli echi di una teatralissima suggestione che, prima ancora che nella laringe, vibrava nelle ossa e nei muscoli dei commedianti. Come attrice la Pavlova ha trasferito nel suo personaggio il fondo mistero di una torpida, e irrazionale angoscia fatta di oscure superstizioni e di primitivi terrori. Giulio Oppi ha autorevolmente scolpito con durezza netta e incisiva il suo personaggio; Luigi Almirante è stato fin troppo ricco di pittoresca fantasia caricaturale; l’Alberici e il Gazzolo, in toni diversissimi, hanno dimostrato di possedere doti eccezionalmente promettenti, e il secondo ebbe anche meritati battimani a scena aperta; la Pinelli, la Maver, il Bardella, l’Alzelmo, il piccolo Lovetti, il Sivieri, il Luciani e ogni altro sono stati elementi precisi della dissonante armonia dell’insieme. Molti e ammirati applausi alla fine di ogni atto e di ogni quadro. E qualcuno di essi immagino che sarà andato anche alla splendida scena disegnata da Erberto Carboni. |