|
|
| |
| |
| ricerca per titolo |
| A | B | C | D | E | F | G | H | I | J | K | L | M | N | O | P | Q | R | S | T | U | V | W | X | Y | Z | 0-9 |
| |
|
| * Per leggere
la trama clicca sulla Locandina |
Motel Woodstock
di Ang Lee
con Demetri Martin, Imelda Staunton
|
| |
L'Espresso, 8 ottobre 2009
Libertà Woodstock
Woodstock non fu a Woodstock. Il più grande festival rock della storia, nell'agosto 1969, con mezzo milione di ragazzi per "tre giorni di pace e di musica", con Joan Baez, Jimi Hendrix, Janis Joplin, Joe Cocker, Santana, Who, Nash and Young sul palco, ebbe luogo in realtà a Bethel nei Catskill a nord dello Stato di New York. A una sessantina di chilometri sta Woodstock, sede dello studio di registrazione di Michael Lang, uno degli organizzatori del concerto. E non è questo l'unico capovolgimento operato da Ang Lee in 'Motel Woodstock'. Il film è la descrizione senza cinismo d'un business. Non c'è il concerto, non ci sono ovviamente i musicisti, non c'è il piacere. Non ci sono gli eccessi, la libertà, le folle gioiose, i tossici, la felicità, i pezzi di folk, soul e rock divenuti leggendari: manca tutto quanto si vedeva nel famoso documentario di tre ore di Michael Wadleigh uscito nel 1970. Ci sono invece la preparazione dell'evento, il "dietro le quinte", il conflitto nato dall'invasione di capelloni in un territorio abitato da ebrei repubblicani. E la storia d'un giovane che non riesce a staccarsi dai genitori ma che arriva ad assumere la propria identità gay.
Elliott Tiber, autore con Tom Monte del libro autobiografico da cui il film è tratto, 'Taking Woodstock' (Rizzoli): figlio di emigranti russi proprietari d'un motel decaduto, appena sa del concerto si offre d'aiutare gli organizzatori, procura loro un terreno abbastanza vasto, si libera e si accetta, prende il sopravvento su imprenditori e parassiti mafiosi, affitta il motel, si batte con l'arpia reazionaria sua madre, arricchisce la famiglia.
Quasi sempre i partecipanti al concerto sono visti da lontano, formiche che s'affannano nel traffico d'auto e moto, sinché alla fine arriva un diluvio e son costretti, per tornare a casa, ad arrancare nel fango. Gli incidenti, anche per installare telefoni, elettricità o gabinetti, sono innumerevoli quanto le liti tra madre (Imelda Staunton, magnifica) e figlio.
L'ansietà è costante, lo sguardo del regista generoso e niente affatto ostile, l'atmosfera tetra. E se il film sobrio, pacato, interessante fosse 40 anni dopo la demitizzazione dell'evento, l'autentica non-Woodstock?
Lietta Tornabuoni
|
| |
Il Mattino, 9 ottobre 2009
Woodstock, che commedia
Ang Lee non è un cineasta raffinato, ma accattivante sicuramente sì. Lo conferma «Motel Woodstock», passato in concorso all’ultimo festival di Cannes, in cui il taiwanese americanizzato si propone di celebrare con adesione un po’ posticcia il mito della controcultura americana fine anni sessanta: sia pure non incluso (caso raro) nella lista dei premiati, il film ripropone infatti un’atmosfera, un’ambientazione, uno slancio esistenziale e persino una gamma cromatica in grado di rievocare i film e le fotografie dell’epoca... Quella del megaconcerto che dal 15 al 18 agosto 1969 segnò uno dei momenti cruciali della storia del rock, radunando mezzo milione di persone sotto il segno di «pace, amore e musica» e promuovendo esibizioni leggendarie di artisti come Joan Baez, Joe Cocker, Janis Joplin, Carlos Santana, The Who, Jimi Hendrix e moltissimi altri. Trasponendo l'autobiografico «Taking Woodstock» di Elliot Tiber (Rizzoli), Lee tralascia le canzoni dai diritti assai costosi e si concentra sui preparativi, i retroscena e gli effetti collaterali sulla base del protagonismo diretto e indiretto dell’autore (sullo schermo l’imbambolato Demetri Martin), allora trentenne segretario della camera di commercio della sonnolenta cittadina di Bethel, a nord di New York, dove più precisamente si verificò l’evento. L’aspetto gradevole del film sta nel fatto che non si prende troppo sul serio e descrive lo scomodo contatto fra la gretta comunità provinciale e gli esaltati capelloni alternando in surplace beatificazione e demistificazione. Da una parte sembra che la libertà trionfi - in un turbinio prevedibile quanto spassoso di jeans a zampa d’elefante, guru indiani, erba, acido e sballi a profusione, nudi integrali, libero amore e deliri ideologici-, dall’altra interessa soprattutto che Elliot, motivato dai debiti che gravano sullo sgangherato motel di famiglia, dia libero sfogo alla sua natura omosessuale e si liberi dalla nefasta isteria di mammà, un’Imelda Staunton efficace ancorché ai limiti del macchiettone. Il reducismo nostalgico non è mai una chiave significativa, ma per fortuna la «commedia senza cinismo» (parole di Lee) non dimentica d'inserire qualche stilettata a proposito del business che s’incorpora ipso facto nello show finendo, in fondo, con tramandare la commovente debolezza dei sogni trasgressivi della generazione hippie.
Valerio Caprara
|
| |
La Stampa, 9 ottobre 2009
Non solo Woodstock
Niente Janis Joplin, Jimmy Hendrix o Joan Baez: il leggendario palco sul quale fra il 15 e il 18 agosto 1969 si avvicendarono le più grandi star del rock, in Motel Woodstock non si vede mai (e anche della loro musica se ne sente assai poca). Nell’affollato quadro della campagna di Bethel, NY - invasa per l’occasione da mezzo milione di ragazzi che amavano lo spinello e volevano fare l’amore e non la guerra - il camaleontico regista taiwanese Ang Lee sceglie invece di evidenziare la singola avventura esistenziale di Elliot Teichberg alias Tiber, al cui libro di memorie Taking Woodstock il film sceneggiato da James Schamus si ispira. Chi è costui? E’ l’uomo il quale (almeno a suo dire, altri protagonisti della vicenda ne ridimensionano il ruolo) rese possibile il mitico evento, garantendo ai promotori, il boccoluto Michael Lang in testa, l’ospitalità altrove negatagli.
All’epoca Elliot aveva già 34 anni, ma sullo schermo il personaggio, ben incarnato dallo stand up comedian Demetri Martin, diventa un ragazzo devoto alla famiglia e timido, seppur dotato di sufficiente pragmatismo per intuire che il movimento di gente intorno al concerto potrà salvare dal tracollo i genitori, ebrei russi proprietari di un decrepito, scalcinato motel gravato da ipoteche. Con incredibile veridicità (tanto che sembra abbia utilizzato materiale di repertorio), Lee ricostruisce il paesaggio di quei giorni tumultuosi, dalla visione delle file interminabili di pellegrini hippies in marcia verso la meta al mare di fango creato dalle piogge torrenziali che diventa occasione ludica.
Sullo sfondo di un’America da un lato approdata sulla luna e dall’altro impelagata nel Vietnam, la vibrazione libertaria dell’evento epocale scuote anche Elliot che, dopo un trip notturno a base di Lsd, scopre di rispecchiarsi in questo mondo giovanile in cerca di se stesso. Con mano lieve e umorismo dolce-amaro, Lee svolge il suo piccolo, emblematico romanzo di formazione evitando la chiave nostalgica e restituendo con intatta freschezza il clima di un momento irripetibile ed effimero. Quando brevemente ci si illuse che l’utopia potesse andare al potere senza dover passare per le forche caudine dell’ideologia e della violenza.
A. LK.
|
| |
Il Giornale, 9 ottobre 2009
Musica, fango e retorica: la Woodstock di Ang Lee
Woodstock, Stato di New York, un mese circa dopo lo sbarco sulla Luna, mentre - sotto la prima presidenza di Nixon - gli Stati Uniti fanno gli ultimi tentativi per piegare il Vietnam del Nord.
Già minato per la reazione di massa (un americano su quattro ha meno di venticinque anni) alla coscrizione obbligatoria, il fronte interno vacilla. Non è solo Hollywood, come accade oggi, a insorgere contro la guerra in Asia orientale che non si può vincere: sono tv, stampa, università dell’Est, a cominciare dai docenti.
Ogni ragazzo che converge su Woodstock, specie se non è ricco e non è bianco, sa che da un giorno all’altro potrà essere sorteggiato per partire di leva; e fra quelli che sono tornati dall’Indocina nessuno è lo stesso di prima.
In quel clima intenso fra paura di morire e voglia di (ri)vivere, il sabba musicale, dove il rock’n roll cavalca fra sesso e droga, fa epoca. E non solo per la qualità dei cantanti.
Quarant’anni dopo, Ang Lee evoca quelle giornate nella sola maniera possibile, salvo ricorrere a documentari d’epoca. Dunque non mostra la scena, mostra il retroscena. Sceglie come personaggio principale Eliot Tiber (Demetri Martin), giovanotto oppresso dalla madre (Imelda Staunton), che riesce a improvvisare la riapertura del fallito motel di famiglia, in una campagna fino a quel momento poco frequentata.
C’è di tutto, intorno: gente che si mette nuda appena può, senza vantaggio estetico; travestiti vigorosi (Liev Schreiber), che in Vietnam hanno imparato a uccidere a mani nude; drogati in quantità, spacciatori di Lsd a volontà. Chi può, si accoppia, anche nel fango, se non ha un letto o un sacco a pelo. E non necessariamente con qualcuno dell’altro sesso, così è convinto di emanciparsi...
La retorica liberatoria è logora, ma è interessante vedere che il cinema (da festival, in questo caso: il film era in concorso a Cannes) non ha di meglio da evocare nel passato relativamente recente. Alla fine della festa, che cosa resta? Una cavalcata fra i rifiuti dell’immenso accampamento. «Waste Land», direbbe T.S. Eliot (solo omonimo di Eliot Tiber).
voto: 6
Maurizio Cabona
|
|