CON VIVALDI MONTEZUMA APPRODA A VENEZIA
da Lisbona
Il mondo è piccolo, la storia breve. Ogni volta crediamo di scoprirlo
come una novità; ma è sempre stato così. E più che
mai nel mondo dell'opera. Ecco l'ultimo esempio. Montezuma, ultimo imperatore
azteco in Messico, a metà Cinquecento si assoggetta al conquistatore Hernán
Cortés, nato in Estremadura; nel 1733 a Venezia l'abate Antonio Vivaldi
ne fa un'opera, che si perde nei tempi, viene recuperata una ventina d'anni fa
ed approda in veste compiuta adesso al Teatro São Carlos di Lisbona, con
gran successo.
La storia si dipana in dialoghi un po' ingenui che però sfociano in arie
dove poco a poco si creano i personaggi: rozzi, crudeli, esperti nel comando
i conquistatori; intensi, ingenui, segnati dal debole destino di sconfitti i
conquistati. Stefano Vizioli, regista, punta a far scaturire il senso drammatico
dai personaggi, con gli interpreti che si danno pienamente; e chiude la vicenda,
amaramente, quando Montezuma accetta il vassallaggio, con gli aztechi inutilmente
pittoreschi sotto una grande croce inclinata che incombe su tutto il palcoscenico.
Le immagini sono spesso suggestive, grazie soprattutto ai costumi di Annamaria
Heinreich, ma soprattutto eloquenti. Così è teatro d'oggi, arriva
forte e diretto.
Ognuno dei cantanti ha dato al suo personaggio ciò che poteva: Vito Priante
un fisico da Montezuma, e una voce baritonale rovinata da sgradevoli botti ad
ogni accento; Mary-Ellen Nesi, sua sposa, una generosità vocale e gestuale
fin troppo espansa però mai inerte; Laura Cherici, Teutila, la figlia,
il dono della parola sempre nitida in un canto luminoso e accorato, in una recitazione
di grande stile. In parti d'uomini Matie Beaumont potrebbe insegnare a tutti
i generali del teatro d'opera che cosa sia un piglio autorevole e spiccio, nella
fermezza del canto; Theodora Baka ha sostenuto con dignità la parte ricca
d'agilità di Cortes junior, cui spetta anche un amore con Teutila; Gemma
Bertagnolli si è inventata a tutto campo un generale messicano devoto
per natura ma di labile fede.
Tutto ciò è accaduto in un contrasto evitabile in partenza e non
più rimediabile. Da una parte Vivaldi lanciava melodie spaziose, toccava
dissonanze in incroci di parti, chiedeva sospiri e slanci e pause; dall'altra,
Alan Curtis, sul podio, sciupava la professionalità degli strumentisti
del Complesso Barocco afflosciandoli in una monotonia irritante. La musica è comunque
varia e comprende arie splendide ed emozionanti. E insomma su quest'onda settecentesca
veneziana gli Aztechi entrano nella nostra vita.
Lorenzo Arruga