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Mongol
Mongol
di Sergei Bodrov
con Tadanobu Asano, Hongley Sun
 
Corriere della Sera, 9 maggio 2008

I due volti di Genghiz Khan

A due ore e passa del film Mongol corrispondono appena due righe nella voce dell' Enciclopedia Italiana firmata dall' illustre islamista Giorgio Levi della Vida e dedicata a Genghiz Khan (1155-1226). Erede del capo di una piccola tribù nomade, vassallo dell' impero cinese, Temucin (adotto le grafie della Treccani) pervenne alla statura di condottiero solo agli albori del nuovo secolo. Su come si assicurò un potere senza confini, assoggettando con Iran e Afghanistan anche una parte della Cina, la storiografia dà indicazioni vaghe soprattutto per ciò che riguarda l' adolescenza travagliata. Su questo periodo si concentra il film del russo Sergei Bodrov per poi estendersi sui primi cinquant' anni del protagonista, fino alla vittoria in quella battaglia del 1206, l' anno della Tigre Rossa, che gli assicurò la signoria dell' intera Mongolia. Dai tempi di Cabiria è passato quasi un secolo, ma nel cinema il kolossal continua a utilizzare la storia come sfondo suggestivo di narrazioni epiche. In alcuni casi una ricostruzione abbastanza attendibile può stimolare la fantasia di chi tenta di immaginare ciò che fu. Sicché Scipione l' Africano, quando capita di rivederlo, risulta ineccepibile come scenografia e costume, anche se risibile in quanto goffo veicolo di un messaggio neocolonialista. Perfino l' altrettanto famigerata Cleopatra con Elizabeth Taylor era seriamente puntellata dalla scienza archeologica del nostro Vittorio Nino Novarese, che vinse l' Oscar. Rispetto a questi e altri precedenti (sul rapporto fra storia e messinscena esiste un' intera biblioteca) Mongol comportava meno problemi perché le steppe di mille anni fa non erano diverse dagli straordinari ambienti naturali che la troupe di Bodrov ha ritrovato in angoli remoti del continente asiatico. Il frutto di questo itinerario antropologico si può contraddittoriamente definire liberatorio e angoscioso insieme. Da una parte il film ti dà l' illusione di respirare a pieni polmoni un' aria non inquinata dagli scarichi industriali e dall' effetto serra, il che non è poco. Ma dall' altra parte il girone d' inferno sul quale ti affacci, un contesto da homo homini lupus in un susseguirsi di violenze insostenibili, fa riflettere sulla scia di sangue che ha accompagnato nei secoli il progresso umano. E come non pensare all' oggi ovvero ai preoccupanti segnali d' allarme emergenti dai truculenti misfatti di quella succursale di Crimen che sono ormai diventati i telegiornali? Immaginiamo vestiti da mongoli gli ultrà dei furori calcistici, i naziskin massacratori di Verona, l' orda torinese che ha aggredito i vigili in piazza Vittorio e ci accorgeremo che in questa incivile modernità non c' è stato nessun progresso rispetto agli evi bui. In chiave più violenta e atroce, l' infanzia di un capo narrata sullo schermo ha qualcosa di dickensiano: orbato del padre avvelenato dai nemici di un' altra tribù, catturato, condotto in ceppi, schiavizzato, perennemente in fuga da minacce mortali, fino a un certo punto Temucin cade di continuo dalla padella nella brace. Lo salva l' idea di dover raggiungere, e quindi sposare e proteggere, la bambina che ha scelta come moglie all' età di nove anni; e soprattutto guida i suoi atti un pragmatismo forgiato nelle durezze della crescita e illuminato da un innato senso di giustizia. In tal senso il bambino che incarna l' eroe, ma anche lo statuario giapponese Tanadobu Asano che assume il personaggio nell' età matura, raffigurano ciò che Levi della Vida scrive di Genghiz Khan: energico, astuto, giusto anche se crudele. Dal film si capisce che il mostro sanguinario è un' invenzione della vulgata cristiana e mussulmana, mentre Bodrov sa apprezzare la spregiudicatezza di un uomo che accolse come propri i figli concepiti dalla moglie schiava del nemico e lo copre di gloria in acrobatici scontri all' arma bianca tra Ejzenstejn e Kurosawa.

Tullio Kezich

 
Il Tempo, 10 maggio 2008

Un grande racconto epico sulle tracce di Ejzenstejn

Quando il cinema sovietico ormai volgeva al termine e il cinema russo stava accingendosi a sostituirlo, Sergej Bodrov si fece conoscere, e apprezzare, con due film di qualità sicure, nelle cifre di un realismo che si sublimava in poesia, "S.E.R. la libertà è il paradiso", e "Il prigioniero del Caucaso". Adesso, dopo alcuni altri non del tutto conseguenti e compiuti ("Il bacio dell'orso"), eccolo invece affrontare, con larghissimo respiro, quell'epica corale la cui tradizione, nel suo Paese, risale addirittura a Ejzenstejn e al suo immortale "Ivan il Terribile".
Anche qui un gran personaggio al centro, anche qui la Storia di sfondo, con un deciso capovolgimento di una certa tradizione perché quel personaggio, che è Gengis Khan, non è proposto come un tiranno feroce che, per conquistare mezzo mondo, in quell'epoca turbolenta che era il XII Secolo, lo devastò con tremende distruzioni, ma come un uomo giusto, legato a moglie e figli e pronto a governare con saggezza e persino con misura.
Una trovata narrativa - a quanto sembra anche con un fondamento storico - che ha permesso a Bodrov di ricercare un equilibrio fra le psicologie anche più sommesse dei vari caratteri cui si è rivolto e i corruschi eventi in cui, poi li ha coinvolti. L'intimismo da un lato, perciò, e, da un altro, la guerra svolta con seguito di battaglie furibonde e violentissime.
Forse, dove non solo la rappresentazione, ma anche la struttura narrativa che la pretende, sono meno convincenti è proprio nell'intimismo, che tutto sommato si limita a seguire da vicino le vicende del futuro Gengis Khan quando ancora di chiamava Temugin iniziando dall'età di nove anni fino al momento in cui, sconfitti tutti i suoi avversari, avrebbe cominciato a dominare i suoi Mongoli. Si seguono, invece con partecipazione le molte pagine epiche che vedono il personaggio, pur tra alti e bassi, sgominare a poco a poco quanti osano sfidarlo, persino un potentissimo amico fraterno poi diventato suo oppositore. Qui Bodrov mostra di aver tenute ben presenti non solo le grandi battaglie di "Ivan il Terribile" ed anche dell'"Aleksandr Nevskij" sempre di Ejzenstejn, ma quelle, più recenti e sconvolgenti, di Kurosawa in "Kagemusha" e in "Ran". Con effetti da kolossal, insoliti per il cinema russo di oggi, ma sempre di gusto controllato: all'insegna di una grandiosità che mai indulge al facile.
Non dimentico gli interpreti. Il giapponese Tadanobu Asano, premiato anni fa a una Mostra di Venezia, è il protagonista, il cinese Honglei Sun, il suo nemico, l'esordiente mongola Khulan Chuluun, la moglie. Condividono, con seri accenti, il realismo dell'insieme.

Gian Luigi Rondi

 
La Repubblica, 9 maggio 2008

"Mongol", anche Gengis Khan
può essere un po' sonnacchioso

L'epopea di Gengis Khan, il condottiero che alla fine del XII secolo ha fondato l'impero più vasto della storia umana, è raccontato dal regista russo di Mongol all'insegna di toni pacati ed elegiaci, sebbene non manchi la componente ferina di quella civiltà di fieri nomadi-guerrieri. Fierezza, e pacata saggezza, e capacità di vivere intensamente passioni e sentimenti intimi, sono le insegne sotto le quali il film tratteggia questo personaggio storico e leggendario.

Assieme alle leggi elementari attraverso le quali il piccolo Temugin (questo il vero nome del futuro Khan di tutti i mongoli) riesce a imporsi come unificatore del suo popolo di uomini liberi e tribù indipendenti, il film racconta i vasti spazi e gli imponenti scenari della steppa. Vera protagonista della vita di quel popolo e quindi del film cui non si può non riconoscere grande suggestione visiva.

Difficile non riconoscere anche un procedere tanto solenne quanto ripetitivo e un po' soporifero. Con esagerata malizia si potrebbe immaginarvi l'equivalente contemporaneo - pro-Putin? - di ciò che tra grandezza e compromesso rappresentarono gli ultimi capolavori di Ejzenstejn "Aleksander Nevskij" e Ivan il terribile" per Stalin.

Paolo D'Agostini

 
Il Giornale, 9 maggio 2008

Che vita Gengis Khan tra guerre e intrighi

Detestate le lotte per il non-potere, come Il Signore degli Anelli, e amate le lotte per il potere? Ecco la prima parte di un'altra trilogia: Mongol di Sergei Bodrov. Presentato all'ultima Festa di Roma, racconta infanzia e giovinezza di Temucin (prima Odnyam Odsuren, poi Tadanobu Asano), alias Gengis Khan, costruttore dell'Impero mongolo, il più esteso della storia. Ma, prima di arrivarci, Temucin ne passò di tutti i colori: morte del padre, avvelenato; schiavitù a opera dell'usurpatore; rapimento della moglie, guerre per tornare egemone fra i mongoli. Girato dove avvennero i fatti, Mongol ha il ritmo solenne del cinema russo. Se si sopporta che Temucin bambino parli con accento romanesco, si può vedere.

Maurizio Cabona

© Sipario 2011