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Momma's Man
di Azazel Jacobs
con Matt Boren, Ken Jacobs, Richard Edson
 
Il Manifesto, 1 febbraio 2008
Un giorno a casa dei miei

A Rotterdam, «Momma's Man», terzo film di Azazel Jacobs, recitato dai suoi stessi genitori nella parte di madre e padre di Mickey. Un home-movie che racconta l'America degli anni sessanta e quella di oggi

Mickey è un trentenne, vive a Los Angeles con la moglie e la figlioletta di qualche mese, non è particolarmente sexy né brillante, anzi è un po' goffo e parla poco di sé, del suo lavoro, di cosa gli piacerebbe fare... I genitori, invece, sono tipi che non puoi non notarli: abitano a Manhattan in quella che è stata anche la sua casa, oggi piena di vecchi mobili e oggetti vintage accatastati uno sull'altro, passano le serate a parlare di politica e di come le utopie democratiche degli anni settanta si sono azzerate nell'era Bush. Lui legge American Fascist e ascolta vecchi vinile di musica sperimentale, lei dipinge, cucina e adora quel figlio anche se la premura materna del «vuoi un the-hai mangiato-vuoi la zuppa» si lega alla discrezione di una tacita distanza...
Momma's Man è il terzo film di Azazel Jacobs, a recitare sono i suoi veri genitori, anche se non è un film su quanto sia difficile confrontarsi con padre e madre, specie poi se si fa la loro scelta artistica. Ken Jacobs, padre di Azazel, è un grandissimo filmmaker sperimentale (al festival c'è il suo Razzle Dazzle the Lost World), e Flo Jacobs la madre, una pittrice. C'è qualcosa del regista nel personaggio di Mickey che quando è già all'aeroporto torna indietro inventando un allarme bomba per rinchiudersi nella sua stanza di bambino... Spegne il telefonino, non risponde alla moglie disperata, si immerge nei fumetti della sua adolescenza, tra le canzoni che suonava a scuola, cerca i vecchi compagni del liceo, uno rimasto a casa con la madre e un po' patetico, un'altra, forse sua ex, che ora ha una bambina della stessa età della sua, e lo guarda sorpresa, come si guardano quegli adulti «fuori posto»...
Ai suoi, Mickey (Matt Romen) mente, racconta di una crisi familiare, finché il padre non scopre il gioco. Nessuna domanda, nessuna invadenza, quel tacito limite diventa un'occhiata paterna e un lungo abbraccio materno. È il flusso di luce che i due proiettano sul muro con l'home movie dell'infanzia, Mickey bambino crollato nel sonno su un piatto di spaghetti, le mani della mamma che lo portano sul letto, i capelli di lei che sfiorano i suoi sogni... Momma's Man, visto nel programma Sturm und Drang, è un «piccolo» film indipendente come la maggior parte delle opere che passano al festival di Rotterdam, anche se non si lascia imprigionare dalla sua caratteristica produttiva, non usa l'immagine del cinema-indipendente-americano ormai diventata una formula troppo facile ma lavora su movimenti e paesaggi emozionali dissonanti.
La casa dove è girato il film è quella degli Jacobs, il regista pensava all'inizio a un documentario sul quartiere, Tribeca, e sui mutamenti che lo hanno attraversato, partendo da chi, come i genitori, ci vivono da quarant'anni e sono memoria ma anche occhio critico sul presente. Poi è diventato questa storia di autobiografia «contaminata» nella dolcezza dello sguardo con cui figlio-regista e genitori dialogano mettendosi in gioco dentro e fuori dal film.
L'angoscia paralizzante che vive Mickey sarà pure il panico del giovane padre o del maschietto mammone che non vuole crescere, però sintetizza un sentimento contemporaneo raccontato con semplicità disarmata. Per questo Momma's Man commuove e emoziona, l'inspiegabile estraneità del personaggio a sé e alla sua vita è la stessa che provano i genitori parlando dell'America oggi, sono i paesaggi metropolitani cambiati per sempre e con loro le persone, lo sfiorarsi quotidiano, la disponibilità sopraffatta dalla paura, i sogni collettivi... La vecchia stanza dell'infanzia è invece quel momento quando tutto poteva ancora essere, ci si immaginava dottori o astronauti e il mondo era enorme là fuori.
Qualcuno direbbe che El cielo, la tierra y la lluvia è nello stile Los muertos di Lisandro Alonso per dire di un cinema fatto di natura, silenzi, personaggi sospesi in una dimensione «fisica» che disegna il loro muoversi nella vita, paesaggi non metropolitani che è quello della nuova onda dei registi latinoamericani. Alla quale appartiene José Luis Torres Leiva, cileno all'opera prima, la migliore di quelle viste in gara, un intreccio di storie appena accennate, sospese nel sud del Cile, su un'isola con pochi abitanti che vivono in solitudine, collegati al resto del mondo dagli orari del ferry. La protagonista, Ana, cura la madre malata terminale e lavora nell'unica drogheria del posto. Parla pochissimo, infagottata nelle abitudini di ogni giorno prima che nei vestiti, il rito del lavoro, ferry, casa a piedi passeggiando con l'esuberante amica... Poi c'è Marta, ragazza che vive in un suo mondo lontano, c'è il fratello di lei che vorrebbe essere pugile e c'è quell'uomo solo col grosso cane lupo di cui Ana si innamora anche se per lui è soltanto la ragazza delle pulizie... Ma la forza del film, la sua violenza e bellezza narrative stanno tutte nelle immagini, nel fruscio del vento, nel rumore della pioggia, in quel movimento di macchina che lascia fuoricampo un personaggio per entrare tra le foglie, nell'umidità del bosco... Le storie sono incursioni rapide, appena suggerite che lo spettatore può riempire o cambiare seguendo la propria sensibilità . Ciò che resta sono i movimenti del cuore e il respiro di un'immagine densa, di un cinema che vive con stupore oltre se stesso.

Cristina Piccino

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