Lo spettacolo celebrativo dei Momix più che a un greatest hits rimanda a un’epitome delle performances più rappresentative di trent’anni di attività. Tanti ne ha ormai la compagnia di ballerini-ginnasti-illusionisti fondata da Moses Pendleton, eponima di una coreografia da lui stesso ideata nel 1980 per i Giochi Olimpici invernali di Lake Placid.
“Momix Remix” assembla appunto momenti tratti dal recentissimo Bothanica, omaggio al sottomondo vegetale, parte negletta del nostro pianeta animata da un segreto soffio divino, ma anche da Opus Cactus, Sun flower moon, Baseball… in un tributo che premia più la forza creativa e l’invenzione che la bellezza e la fantasmagoria. Infatti non sono accolti i numeri più famosi del gruppo, quelli che sono passati alla storia, ma quelli tra i più pionieristici e singolari. Il gruppo, partito dagli Stati Uniti, ha conquistato tutto il mondo ottenendo una notorietà davvero planetaria con una cifra artistica del tutto originale, spesso debitrice per ispirazione alla natura che troppo spesso è minacciata dall’uomo.
Fiori e pistilli che ondeggiano, forme flessuose o rigide che si creano e si distruggono sullo sfondo di una notte stellata, corolle che si risvegliano, giochi ottici, silohouettes nere in continua trasformazione. E ancora corpi scanditi da ritmi tribali o mossi da rituali archetipici inseguendo monodie muliebri, sospesi su strutture d’acciaio rotanti o su enormi palloni trasparenti, in lotta con un tavolo o danzanti insieme a manichini… l’universo sofisticato dei Momix trova una difficile descrizione, è quasi ineffabile per la varietà visiva che offre, senza tralasciare l’onnipresente leggerezza dell’ironia. Un unicum spettacolare ottenuto grazie a fisici atletici che sposano al limite dell’immaginazione musiche travolgenti, costumi e attrezzi fantasiosi e inaspettati giochi luce.
Tra le performarnce riproposte, ricordiamo l’assolo Table Talk sulle note dei Massive Attack, l’assieme Solar Flares (Bothanica) e Pole Dance (Opus Cactus) ma anche gli inediti Baths of Caracalla e If you need somebody, quest’ultimo danzato coralmente sulle note del Secondo Concerto Brandeburghese di Bach.
Elena Pousché