MISTER SLOANE
di Joe Orton
a Palazzo Durini
regia di Massimo Binazzi
scene Alberto Malgarini
con
Delia Bartolucci, Nino Besozzi, Aldo Danieli, Augusto Bonardi
LA NOTTE 31/01/69
Cosa vuol dire l’evoluzione dei tempi, cristiani! Ieri sera assistendo, a Palazzo Durini, a questa commedia che interesserà, senz’altro, tutto il terzo sesso delle province lombarde, non riuscivo a togliermi dalla mente la sorte del povero Oscar Wilde, preda attesa al varco e sadicamente fatta a brani, dalla rispettabilità puritana inglese, in un pubblico processo, col risultato di anni di carcere, perdita dei diritti civili – i figli dovettero cambiar nome! – messo al bando dalla società, stroncamento della carriera e morte civile: un affaire di risonanza mondiale del quale non s’è ancora cessato di parlare dopo tre generazioni; il tutto per la sola colpa di essere amico intimo di un giovane lord carogna, esibizionista e abbastanza cretino, ma bello e abbondantemente maggiorenne. Allora – ma soltanto allora? – certi gusti un po’ fuor dell’ordinario che, almeno sino al giorno in cui la scienza non avrà messo anche i maschi in condizione di rimaner incinti, se non altro, avrebbero il diritto di vantare il merito avveniristicamente non da poco di porre un freno sicuro all’eccesso della natalità contribuendo, come si dice, alla soluzione del problema della fame nel mondo, erano consentite a patto di poterli ufficialmente ignorare al modo, si dice, della regina Vittoria, pilastro del moralismo ottocentesco, che faceva il bagno con il camicione da notte addosso come le monache, riservandosi di toglierselo fra quattro mura e con la porta chiusa a chiave, in compagnia di una certa signora della quale il nome non fa storia.
Oggi viceversa esserlo pare perfino che faciliti addirittura la carriera; e gridarlo sui tetti, poi, fa snob. Mah! E, ciononostante, nemmeno la sorte del giovane Joe Orton responsabile dei così esplicitamente, naturalmente e pacificamente omofili tre atti di Mister Sloane, ovvero Dell’ospitalità – diligentemente tradotti da Ettore Capriolo – si può dire una sorte invidiabile. Vi ricorderete d’aver letto sui giornali, circa un anno fa, quel fattaccio di cronaca nera per cui, nel povero appartamento di un poverissimo quartiere londinese, furono trovati i cadaveri di due amici conviventi more uxorio; l’uno con il cranio spaccato in due da un’ascia, l’altro avvelenato dai barbiturici. Bene, anzi male: quello con l’ascia in testa era Orton.
Dopo anni di nera miseria condivisa, che li aveva resi uguali l’uno di fronte all’altro, lo straordinario quanto inaspettato esito delle sue prime due commedie – ne lasciò una terza postuma – gli stava portando ricchezza, successo, pingui contratti cinematografici, tutto un altro giro di conoscenze e così via. Fosse per il complesso d’inferiorità di sentirsi escluso dal mondo che si era magicamente spalancato all’avvenire del compagno, fosse per gelosia o che so io, l’altro aveva pensato bene di tirarsi dietro l’amico nell’aldilà dove nessuno glielo avrebbe potuto togliere, ricorrendo a quel mezzo, se vogliamo, un po’ drastico. Cosa volete? Anche i discendenti di Socrate e di Platone hanno le loro tragedie.
Anziché entrarci l’autorità, questa volta tutta l’Inghilterra fu commossa alla perdita del giovane promettente teatrante – 33 anni! –. Harold Pinter, sfidando i bempensanti, si occupò dei funerali e fu l’unica cosa a esser giudicata un po’ sconveniente, diciamo per la sua provocante allegria. Invece dei soliti discorsi, sulla bara furono cantate tre canzoni dei Beatles, predilette dal defunto; e, naturalmente, vennero letti brani della Ballata del carcere di Reading di Oscar Wilde: il lasciapassare del maestro all’allievo.
Adattando a proprio uso e consumo un versetto del Vangelo, George B. Shaw non fece che ripetere fino alla noia che “non solo è utile, di tanto in tanto, scandalizzare il pubblico; ma è salutare farlo con una certa frequenza”. Ammesso e non concesso che, oggi, ci sia ancora in circolazione qualcuno capace di scandalizzarsi a teatro – e al cinematografo, poi, con quello che ti fanno vedere! – qui troverà il fatto suo. L’impalcatura del copione è costituita da un fattaccio, anzi non uno solo, di cronaca nera: di quelli per i quali, come lo smoking alla Scala prima della contestazione, “è di rigore” l’aggettivo squallido. Ma il suo significato non sta qui. Sta, semmai, in una sorta di obiettiva spontaneità, disposta in una dimensione né morale né moralistica, né immorale e nemmeno amorale; no, qualcosa più a monte ancora: una dimensione premorale; dove gli avvenimenti, anche più enormi e l’enormità delle loro conseguenze e conclusioni, nella totale, voluta, ignoranza del bene e del male, fluiscono come da una naturale innocenza primordiale, figlia degli istinti e degli egoismi onde essi si manifestano, stavo per dire si difendono, senza mascherature, senza vie traverse, senza falsi ideali, senza freudismi e altro: pane al pane.
Trattasi, in tutto, di quattro personaggi. Un fratello e una sorella, il cui domicilio di elezione potrebbe essere un capitolo della Pxicopatia sexualis di Kroft-Ebing. Lei una ninfomane a tendenze possessiv-.materne; lui un capovolto ufficialmente murato nell’armatura della propria amabile rispettabilità di business-man e privatamente prepotente come una zitella isterica, anzi sospettoso e geloso come un paranoide. Poi, c’è un vecchio padre, antidiluviano e incretinito ma in grado ancora, col suo anacronistico moralismo, di rompere le uova nel paniere. Fra loro, raccolto per la strada dalla donna, viene ad inserirsi quello che è il personaggio veramente originale, misterioso ed inquietante della vicenda: un biondo adolescente ambiguo, un puro folle conturbante, un angelo della criminalità innocente, un debole capace di raptus omicidi, un egoista dalla morbidità arrendevole, un vile istintivamente astuto. Quasi, si direbbe un inconsapevole e irresponsabile cultore dell’ “atto gratuito” gidiano. E, infatti, ha già assassinato, senza un preciso perché, un vecchio fotografo. Breve, egli diventa, ad un tempo, figlio-amante della sua ospite femminile fino a metterla incinta; e infingardo mignon del suo ospite maschile. Il vecchio che pare non capir niente e capisce tutto, sapeva del precedente delitto e, tanto per moralizzare l’ambiente (!) spiffera tutto ai figli. Allora l’arcangelo della distruzione non ci pensa su più che tanto e lo ammazza. Andrà in galera? Hai voglia. I due orfani, in un ben assestato equilibrio di reciproci ricatti, si accordano di tenerselo sei mesi a testa, denunciando la morte del genitore guastafeste come un incidente per una caduta dalle scale.
Davanti a un pubblico perplesso ma assai interessato, nella esplicita, precisa e ordita regia di Massimo Binazzi, hanno recitato Delia Bartolucci dentro al personaggio fino al masochismo autodenigratore, Nino Besozzi ineffabile nei suoi impauriti stupori, il giovane Aldo Danieli, una vera rivoluzione, sul filo del rasoio del suo personaggio odiosamente angelico, Augusto Bonardi tutto nevrastenica stizza. Squallida in giusto tono la scena di Alberto Malgarini. |