Miseria e nobiltà
di Eduardo Scarpetta
Corriere Lombardo, 1 aprile 1955
Francamente non riesco a rendermi conto dell’eccezionale considerazione in cui è stata tenuta Miseria e nobiltà di Eduardo Scarpetta, nel repertorio partenopeo che pure si incorona di tante commedie stupende, da Di Giacomo a Murolo a Bracco a Viviani e, attualmente, a Eduardo De Filippo. Sono tratto a pensare che molto sia dipeso dal titolo, il quale, specie per chi ne parla soltanto per sentito dire – e non sono pochi, credetemi – si presta all’equivoco di profondi contrasti umanitari e perfino sociali, mentre, in realtà, si limita ad indicare un gioco esteriore, e tutto di palcoscenico, di alcuni poveri diavoli truccati da aristocratici, e per tali fatti passare, allo scopo di rendere possibile un matrimonio contrastato.
Fama usurpata, dunque? Nemmeno questo sarebbe giusto, poiché Miseria e nobiltà (1887), a conti fatti rimane di gran lunga il migliore dei molti, moltissimi copioni del celebrato attore-autore, rei, fra l’altro, e nel significato anche letterale del termine poiché la cosa finì in Tribunale, di una famigerata parodia di “La figlia di Jorio”, per l’occasione cambiata di sesso, come oggi è di moda fra i giovanotti dell’esercito americano e intitolata “Il figlio di Iorio”. Tempi invidiabili per il teatro, quando un’innocente parodia costituiva uno scandalo nazionale, e se ne parlava per mesi coinvolgendo, se non erro, nella polemica perfino Benedetto Croce, chiamato come perito davanti ai giudici e naturalmente schierato dalla parte di Scarpetta contro l’Immaginifico.
A parte il valore del commediante che dovette essere eccezionale stando alle memorie, la funzione, per così dire storica, dello Scarpetta autore è stata, in ultima analisi, quella di volgere il repertorio napoletano dai tradizionali motivi popolareschi locali e dalla fedeltà alla maschera di Pulcinella, verso forme contenute ed ambienti piccolo-borghesi. Evoluzione – o involuzione? – conseguita mercé due innovazioni: l’invenzione del personaggio di Don Felice Sciosciammocca, specie di mascheretta in abiti borghesi, a mezza strada tra il finto ingenuo e il tonto autentico e puntualmente ricorrente in tutti o quasi i suoi copioni; e un’assidua e sistematica depravazione delle situazioni e degli argomenti della pochade francese sfornati a getto continuo. E buon per lui, e per noi, che un sì innaturale imbastardimento non riuscì a cancellare del tutto dal suo repertorio gli spiriti e gli estri favolistici e inconfondibili, i ritmi e i colori imprevisti ed accesi del teatro partenopeo; tanto è vero che Raffaele Viviani poteva riagguantarli e farli resuscitare in tutta la loro schietta, variopinta e generosa originalità.
Sincerità di motivi locali e verità di personaggi tipici contaminate da equivoci, grovigli e trasformismi di macchinoso vaudeville, caratterizzano appunto Miseria e nobiltà, dove un bell’atto di commedia d’ambiente fa da battistrada a due arruffati atti di pochade spaesata.
A conservare la memoria della commedia è sufficiente, bisogna riconoscerlo, quel quadro gaio e terribile di umanità stipata in una promiscuità suscettibile e baruffante. Due famiglie, più o meno regolari, costrette a coabitare per mettere insieme l’affitto, senza mai riuscirci; con figli a profusione, innamorati impazienti, le femmine che si accapigliano all’insegna delle bollette del Monte di Pietà, e i mariti che cercano di rimediare qualche lira al giorno per sbarcare il lunario arrangiandosi come possono; pronti a tutto pur di riempirsi lo stomaco; anche a farsi passare per i parenti aristocratici d’un giovane amico di famiglia, da presentare al padre della sua innamorata, un balordo arricchito che, senza quell’omaggio, non vuol consentire alle nozze. E la fame, l’antica, insaziabile, irrimediabile eterna fame di Napoli splendida e miserabile; la fame eretta a mitologia d’un buffonesco che affonda le radici nel tragico e finisce col costituire il motivo lirico della commedia, o quantomeno del suo primo atto. E così come questi stupendi attori lo realizzano esso raggiunge momenti che, ve ne do parola, sono paragonabili a certe “gags” della chapliniana Febbre dell’oro.
Ieri sera l’antico riso dell’enorme tradizione comica napoletana ha dilagato dal palcoscenico alla platea del teatro Odeon. E se Eduardo è stato letteralmente stupefacente di fantasia comica, al suo modo consueto di ottenere i massimi effetti coi minimi mezzi senza mai perdere di vista l’umanità del personaggio anche in certe soluzioni che si direbbero surrealistiche; tutti indiscutibilmente i suoi compagni hanno recitato mirabilmente: dallo stupendo Ugo D’Alessio, all’aggressiva Dolores Palumbo, al Genovese, alla Crispo, alla Danieli, all’Ascoli, alla Gherarducci, alla Conte, senza escludere il piccolo e sorprendente Gennarino P., non meglio identificato, adottato dal pubblico come beniamino fin dalle sue prime battute. |