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Miracolo a Sant'Anna
di Spike Lee
con Laz Alonso, Valentina Cervi (Usa/Italia, 2007)
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Il Tempo, 20 ottobre 2008
Il war movie di Spike Lee tra polemiche e delusioni
Il primo war movie di Spike Lee tenta di sanare l'ingiustizia del cinema americano che da John Wayne a Clint Eastwood mostra solo la guerra dei bianchi. Tratto dal libro omonimo e un po' favolistico di James McBride, il film «Miracolo a S. Anna» narra invece degli eroismi della 92esima Divisione Buffalo Soldiers, i militari neri della Seconda Guerra Mondiale tra i quali spicca il gigante buono (lo straordinario Omar Benson Miller). Nella sua ambiziosa operazione di uscire dai confini Usa per affrontare il tema del rapporto bianchi/neri oltreoceano, Lee ha però generato troppe polemiche sul massacro di Sant'Anna di Stazzema, sul discusso «onore» dei partigiani e sulle stragi dei nazisti. Nella Toscana del 1944, 4 soldati neri americani vengono isolati dai commilitoni in un paesino degli Appennini dopo che uno di loro ha rischiato di morire per salvare Angelo (Matteo Sciabordi), un bambino italiano, mentre una donna (Valentina Cervi) che fa da ponte, culturale e sessuale, tra due culture, rappresenta un'emancipazione femminile eccessiva per quei tempi. E l'idealista «Farfalla» (Pierfrancesco Favino) si confronta con le vigliaccherie dei partigiani. Ma chi conosce bene Spike Lee rischia di rimanere deluso da un melodramma retrò che mescola troppe delicate tematiche, liquidandole con facile pressapochismo.
Dina D'Isa
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L'Unità, 9 ottobre 2008
Sangue nero su sfondo bellico
E' probabile che stavolta la (piccola) polemica tutta italiana non sia stata cercata per dare carburante al lancio del film. Spike Lee ha lasciato che a sceneggiare (e scegliere i fatti da raccontare) fosse James McBride, l'autore del libro omonimo che voleva rendere onore ai "Buffalo Soldier", i combattenti neri della 92ma divisione dell'esercito Usa, finiti tra Toscana e Liguria nel '44, in mezzo al fuoco di fila tra nazisti e partigiani. Ambientando l'azione nella Val del Serchio, McBride l'ha legata alla mattanza drammatica citata nel titolo, quella del 12 agosto: a Sant'Anna di Stazzema almeno 560 civili vennero ammazzati, impalati, accatastati e bruciati coi banchi della chiesa dai nazisti in un'azione di terrorismo che rasenta il subumano. Ferita lacerante, cinquant'anni d'attesa, un armadio pieno di segreti, un'inchiesta del pm Intelisano, un processo militare e nel 2005 la condanna all'ergastolo di 10 ufficiali tedeschi ultraottantenni (e tutti contumaci). Altre ombre non furono mai diradate: anche nel sito ufficiale del comune toscano si leggono testimonianze di sopravvissuti che parlano di "qualche italiano al seguito dei nazisti".
McBride, che ha scritto un romanzo (pur sempre storico), si è immaginato un partigiano (il bravissimo Sergio Albelli) che tradisce i suoi (a capo della banda Piefrancesco Favino) e si rende complice della strage. Dopo le proteste preventive dell'Anpi, nessuna scusa è arrivata dal regista ("C'è un solo fatto: la morte di centinaia di persone per mano dei nazisti") ma sentite scuse dallo scrittore: "Non volevamo offendere la memoria dei partigiani". Sapevano i due, che hanno girato con i soldi di Cicutto e Musini e della Toscana Film Commission, in che palude culturale andavano a mettere i piedi? In ordine: B. al governo, fascisti scatenati, revisionismo aggressivo, memoria della liberazione denigrata (e travisata) e "Il sangue dei vinti" di Pansa tra poco nei cinema. Forse toccava all'altro sceneggiatore, Francesco Bruni (ha lavorato per Virzì e Calopresti), metterli sull'avviso, spiegando che non si può far risalire un fatto vero (e così drammatico) a un'azione puramente immaginata. Tanto più se si parla di partigiani, saliti alle montagne rischiando la vita ogni giorno per far risorgere l'Italia nuova e oggi tacciati (da pochi per fortuna) come bestie senza scrupoli.
Chiusa l'ampia parentesi, il film in realtà si concentra su quattro soldati neri della 92ma -Stamps (Luke), Bishop (Ely), Hector (Alonso) e Train (Miller) – dispersi nella Val di Serchio a combattere contro i tedeschi e pure il fuoco amico, visto che i capitani bianchi non si fidavano delle loro indicazioni sulle coordinate e li bombardavano in testa. S'accampano in un paesino, occupando la casa di un fascista (Omero Antonutti) con bella figliola (Valentina Cervi) che parla pure inglese. Train, gigante sempliciotto, si porta dietro un bimbo (Matteo Sciabordi) scampato alla strage di Sant'Anna che lo chiama "gigante di cioccolato" e parla con l'amico immaginario. Il nero invece pensa che la testa della statua che si è appesa al cinturone lo renda invisibile. Miracolo chiude in maniera circolare, svelando il motivo di un anomalo omicidio nella New York di oggi (o meglio, è svelato a metà film). Luigi Lo Cascio (il bambino da adulto) appare seduto ad un bar a Firenze e su una spiaggia alle Bahamas: non per colpa sua, gli istanti più grottesche del racconto. Grande Spike Lee nelle sue prime scene di guerra, toccante nella supplica collettiva di italiani, tedeschi e americani in contesti diversi. Molto "politico" con la scena di ordinario razzismo in Louisiana e gli annunci civetta tedeschi per incoraggiare la diserzione dei neri dell'esercito Usa: era propaganda nazista ma coglieva spesso nel segno. Peccato che i 144 minuti non reggano tutti allo stesso modo e la vicenda un po' s'accartoccia (servivano le forbici). Ma da qui a dire, come fa Variety, che è persa "battaglia e guerra" ce ne passa.
Pasquale Colizzi
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Il Giornale, 10 ottobre 2008
La strage di Sant'Anna in salsa americana
Miracolo a Sant'Anna di Spike Lee non è storia, sebbene racconti un frammento della reale «battaglia di Natale» 1944 sul Serchio, collegandovi la reale strage a Sant'Anna di Stazzema, quattro mesi prima. Al regista non interessano i morti italiani, ma i morti (e soprattutto i vivi) americani di allora e di oggi: insomma, la divisione Buffalo presa come simbolo della condizione semilibera degli ex schiavi. Nella gerarchia di chi è peggiore, vincono gli ufficiali bianchi dell'esercito americano, ridotti a elemento di contrasto con la loro truppa, nera e ignorante, a tratti vile, ma fin troppo coraggiosa come carne da cannone. Insomma, Miracolo a Sant'Anna è un polpettone con qualche boccone digeribile.
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Il Mattino, 4 ottobre 2008
Così Spike Lee si perde nella Toscana del '44
Imbarazzante. Ecco l'unico aggettivo che può sintetizzare l'incursione di Spike Lee, uno dei più valorosi registi americani, nella Toscana insanguinata del '44. Proprio perché «Miracolo a Sant'Anna» non è tanto un film pessimo, quanto un calderone di tematiche, atmosfere e psicologie che procedono ognuna per suo conto. La delusione riguarda, come è ovvio, soprattutto la sceneggiatura, firmata dallo scrittore e musicista James McBride a partire dal proprio libro: non sappiamo sulla pagina scritta, ma certo nella versione per immagini la dispersione narrativa è clamorosa, il ritmo schizofrenico, i personaggi tratteggiati con l'accetta e gli spunti romanzeschi molto più goffi e implausibili di quelli storico-realistici. E il mistero dei misteri sta nel fatto che gli autori stanno affrontando in questi giorni la classica tempesta (mediatica) in un bicchier d'acqua: com'è possibile, infatti, polemizzare sulla presunta offesa alla retorica resistenziale quando il film non regge su tutta la linea drammaturgica e stilistica? La pantomima si svolge nel più duro inverno dell'ultima guerra, quando i soldati neri della 92esima Divisione Buffalo si ritrovano isolati in un paesino degli Appennini e alle prese con i rabbiosi tedeschi in ritirata e gli spericolati guerriglieri partigiani. Si tratta del flashback innescato da un inspiegabile omicidio avvenuto a Manhattan nell'83: per scoprirne le motivazioni Lee prima propone la pura azione bellica (con le sequenze più congeniali al suo talento), poi stigmatizza il razzismo interno alle truppe yankee e s'intenerisce col bimbetto adottato da un gigantesco fante (ricordo di «Paisà»), quindi passa al macchiettistico quadretto paesano in stile Taviani e infine ricostruisce la strage di 560 civili a Sant'Anna di Stazzema che ha dato fuoco alle polveri della polemica. Il guaio è che l'episodio del partigiano traditore non è affatto revisionistico, bensì artefatto, sconnesso e male recitato come tutto il resto.
Valerio Caprara
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Corriere della Sera, 3 ottobre 2008
Spike Lee, quanti errori: come perdere la bussola al cospetto della Storia
Fa impressione pensare che prima di Miracolo a Sant' Anna, Spike Lee aveva firmato un capolavoro come When the Levees Broke («Quando si sono rotti gli argini», visto a Venezia 2006 e poi di notte in Rai). Fa impressione perché quello che non funziona nella ricostruzione romanzata dei combattimenti in Toscana intorno alla Linea gotica, nel 1944, è proprio quello che faceva la bellezza e il fascino del documentario su New Orleans devastata dall' uragano Katrina: il rispetto delle persone, delle cose, della realtà. Possibile che un regista capace di restituire l' intensità e la disperazione così autentica e toccante delle persone sconvolte dal disastro meteorologico possa sembrare così falso e retorico quando racconta le persone alle prese con la guerra? Possibile che il regista di Miracolo a Sant' Anna sia lo stesso di La 25ª ora, dove le angosce di un piccolo spacciatore diventavano le incertezze e le paure di tutta una nazione? Possibile che l' abilissimo burattinaio di Inside Man finisca per ingarbugliare tutto, fili, dita e marionette, raccontando una storia così poco convincente? Perché il vero problema del film che Spike Lee ha tratto dal romanzo omonimo di James McBride e che ha scatenato un mare di polemiche tutte extracinematografiche (sul massacro di Sant' Anna di Stazzema, sull' «onore» dei partigiani, sulle «colpe» dei nazisti) è proprio quello di perdere subito la bussola e mescolare troppi registri e troppe (irrisolte) ambizioni. Al centro di tutto c' è un episodio della guerra che si è combattuta sulle montagne della Garfagnana, intorno al fiume Serchio nell' inverno del 1944. Tra i soldati americani mandati a sfondare la Linea gotica ci sono anche i componenti della 92ª divisione «Buffalo», fatta solo da militari afroamericani: quattro di loro - Aubrey (Derek Luke), Bishop (Michael Ealy), Hector (Laz Alonzo) e il gigantesco Sam (Omar Benson Miller) - restano isolati in territorio nemico e trovano riparo in un paesino di poche case. Con loro hanno portato Angelo (Matteo Sciabordi), un bambino che non parla, ha evidenti turbe nervose e che nasconde un segreto orribile. La storia di quei combattimenti, però, se è il cuore del film, non ne rappresenta la principale linea narrativa, ma solo un lunghissimo flashback, tornato alla mente di Hector nel 1983 quando, nel suo posto di impiegato in un ufficio postale di Manhattan, aveva estratto improvvisamente la Luger che portava sempre con sé per autodifesa e aveva ucciso un cliente che gli aveva chiesto un francobollo. Per scoprire il perché di questo gesto apparentemente inspiegabile e perché a casa nascondeva una testa marmorea del Quattrocento fiorentino, ci vorranno più o meno due ore (il film ne dura due e mezzo), si dovrà tornare alla Seconda guerra mondiale, a quel durissimo inverno 1944 e al «miracolo» compiuto da Angelo. Anche lì, però, sulle colline contese da nazisti e americani, il film finisce per seguire troppi sentieri, cercando da una parte di raccontare la difficile situazione umana e militare che dovevano sopportare i soldati di colore, umiliati in patria ma disprezzati anche al fronte dai loro superiori bianchi e, dall' altra, raccontando le varie anime della popolazione italiana coinvolta nella guerra: i civili, prima di tutto, dove la disponibile Renata (Valentina Cervi) sembra un po' troppo emancipata per essere una donna del 1944, così come il nostalgico Ludovico (Omero Antonutti) è fin troppo folcloristico per essere uno che tiene il ritratto del Duce in camera; e poi i partigiani, dove l' idealista «Farfalla» (Pier Francesco Favino) si confronta con il corrotto Rodolfo (Sergio Albelli). Il problema, allora, non è tanto che - a sentire il romanzo e poi il film - la strage di 560 civili a Sant' Anna di Stazzema sarebbe stata la reazione «emotiva» alla mancata consegna da parte di un partigiano traditore del suo capo, quanto il fatto che tutti - americani, nazisti, partigiani e civili - sembrano muoversi secondo le regole del dramma dei pupi o delle marionette (enfatiche, schematiche, monocordi) e non rispondendo invece a una qualche logica di realismo o di verosimiglianza. Nessuno mette in dubbio che nell' esercito americano il razzismo non fosse diverso da quello che i neri subivano negli Stati del Sud, o che anche tra i partigiani ci potessero essere dei traditori, o che non tutti i nazisti fossero aguzzini assetati di sangue o ancora che gli italiani non sempre si comportassero al meglio, ma da un regista come Spike Lee ci saremmo attesi un po' meno qualunquismo e pressappochismo, psicologie meno schematiche, comportamenti più credibili. E soprattutto un finale (alle Bahamas!) meno bamboccesco e gratuito.
Paolo Mereghetti
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Il Giornale, 3 ottobre 2008
La strage di Sant'Anna in salsa americana
Miracolo a Sant'Anna di Spike Lee non è storia, sebbene racconti un frammento della reale «battaglia di Natale» 1944 sul Serchio, collegandovi la reale strage di Sant'Anna di Stazzema di quattro mesi prima. Al regista non interessano i morti italiani di allora, ma morti (e soprattutto vivi) americani di allora e di oggi, cioè la divisione Buffalo presa come simbolo della condizione semilibera degli ex schiavi. Nella gara a chi è peggio, vincono gli ufficiali bianchi dell'esercito americano, ridotti a elemento di contrasto con la loro truppa, nera e ignorante, a tratti vile, ma fin troppo coraggiosa come carne da cannone. Insomma, Miracolo a Sant'Anna è un polpettone con qualche boccone digeribile.
Maurizio Cabona
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