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Mio fratello è figlio unico
Mio fratello è figlio unicoregia: Daniele Luchetti
con Elio Germano, Riccardo Scamarcio, Angela Finocchiaro, Luca Zingaretti, Massimo Popolizio
Italia, 2007
 
La Stampa, 20 aprile 2007
Fratelli nella rabbia dei '70

Tratto dal romanzo "Il fasciocomunista" di Angelo Pennacchi il film vivace e ben fatto si è conquistato un posto nella sezione "Un certain regard" a Cannes

Veloce, vivace, ben scritto, ben costruito e ben recitato, tratto dal romanzo Il fasciocomunista di Angelo Pennacchi (Arnoldo Mondadori edizioni), Mio fratello è figlio unico di Daniele Luchetti racconta, dal 1968 per qualche anno, di due fratelli che si muovono tra le architetture razionaliste di Latina ex Littoria e di Sabaudia, città inventate dal fascismo. Il più bello dei fratelli, Riccardo Scamarcio, è buono, operaio e attivista sindacale, adorato dalle donne, molto popolare. Il più bravo, Elio Germano, diventa fascista con gli insegnamenti di Luca Zingaretti («Vedi la torre comunale? Fu costruita in 235 giorni»), partecipa ad azioni violente, a cortei con le catene e il saluto romano: ma non è detto che sarà sempre così. Il fratello (e la sorella) picchiano il fratello fascista perché è fascista; il fratello di sinistra tiene comizi, il fascista visita la tomba di Mussolini; si trovano uno contro l'altro negli scontri, negli assalti a concerti o convegni culturali di sinistra. Ma il fascista strappa la tessera quando, nonostante il suo intervento, i camerati danno fuoco all'auto di suo fratello. Cortei, manifestazioni, striscioni, botte: forse s'era dimenticato quanto fossero stati violenti gli Anni Settanta. Alla fine le vittime, le perdite, il pianto, la solitudine arrivano a capovolgere i ruoli, o a cancellarli.

Il film di Luchetti non è storico né politico: per la prima volta, la divisione politica è un fatto di famiglia. Si spiega l'approdo opposto dei due fratelli con gli opposti caratteri (apparentemente, l'eredità aggressiva è data dalla madre Angela Finocchiaro, bravissima, anziché dal padre mite e cattolico) e le opposte esperienze, le loro vite sono seguite come quelle di ragazzi diversamente idealisti. E' un film lieve, spesso divertente, certo non inconsapevole delle perenni lacerazioni italiane. Un po' paternalistico, un poco indulgente e consolatorio, ma ben fatto ed esatto, con una evocazione d'epoca esemplare, per fortuna non affidata prevalentemente alle canzoni.

Lietta Tornabuoni

 
Il Tempo, 20 aprile 2007
Emoziona la storia dei due fratelli Intensa interpretazione di Germano

Due fratelli nel decennio Sessanta-Settanta. Così diversi fra loro che ciascuno, dell’altro, può dire che è figlio unico: come nella canzone di Rino Gaetano. Vivono a Latina, in una famiglia quasi proletaria, simili soltanto nell’aggressività. Il minore, Accio (che è anche la voce narrante), la risolve, dopo una fugace esperienza di seminario, diventando un picchiatore fascista, sotto la guida di un cattivo maestro. Manrico, il maggiore, che è operaio, è diventato comunista, sempre primo e il più animoso quando si tratta di tenere comizi e proclamare scioperi. Naturalmente le loro divergenze finiscono per metterli con violenza l’uno contro l’altro, anche più tardi perché quando Accio, mutando di campo, diventerà un extraparlamentare, Manrico, andando oltre, sceglierà la lotta armata entrando addirittura in clandestinità. Nonostante una giovane donna gli abbia appena dato un bambino. Un contrasto che Daniele Luchetti, riscrivendolo con Rulli e Petraglia sulle orme di un romanzo non eccelso, ha saputo costruire con forti implicazioni psicologiche, lasciando che quel decennio sociale e politico pur tanto tormentato rimanesse intenzionalmente di sfondo perché, a spiccarvi in mezzo, fossero soprattutto i personaggi che si avvicendano in quella cornice provinciale da cui venivano fatti emergere. Intanto i due fratelli, diversi anche nei loro rapporti con le donne, Accio timidissimo e alle sue prime esperienze sessuali, Manrico non solo sempre pronto a sedurre, ma fiero delle sue doti di seduttore. Entrambi, però, pur tra dispute, ripicche e spesso anche botte, legati da un vincolo che, nel corso di quei dieci anni di scontri, è analizzato in tutte le sue sfaccettature più riposte. Ora con strappi quasi laceranti, ora, al contrario, con note raccolte e sommesse. Esattamente collegandosi con il disegno -ora corale ora individuale- degli altri caratteri attorno, nel privato e nel pubblico. Con un realismo di cronaca che sa accogliere, ma sempre con modi asciutti, sia la tensione dei sentimenti sia quelle di certe impennate intrise di maliziosa ironia. prima fra tutte, quell’Inno alla Gioia della IX di Beethoven modificato con lodi a Mao, a Lenin e a Marx... Partecipano direttamente di questi felici risultati due interpreti molto attenti nell’aderire con naturalezza alle opposte fisionomie che sono stati chiamati a ricreare. Elio Germano, come Accio, fra abili impacci, improvvise tenerezze, furbe gradassate. Sempre con misura. Riccardo Scamarcio un Manrico impetuoso, deciso, ma anche attraversato da fragilità segrete. Espresse non di rado con finezza. Non dimentico, insieme con loro, Luca Zingaretti, il "cattivo maestro", e Angela Finocchiaro, la madre spesso angustiata dei due.

Gian Luigi Rondi
 
Il Giornale, 14 aprile 2007
«MEGLIO GIOVENTU’» IN CHIAVE PROLETARIA

Prima di Mio fratello è figlio unico di Daniele Luchetti, c'era stato solo un film centrato su un giovane missino: Una vita violenta di Paolo Heusch e Brunello Rondi (dvd Minerva), tratto dal libro di Pasolini. Recuperando il quasi mezzo secolo perduto, Mio fratello è figlio unico schiera anche un'intera sezione del Msi; la capeggia un burocrate (Ninni Bruschetta, perfetto), ma è un «volontario nazionale» (Luca Zingaretti, appena caricaturale) ad animarla.
Siamo a Latina, ex Littoria, a partire dalla fine degli anni Cinquanta. I reduci di guerra sono ancora quarantenni dalle mani pesanti e fedeli «all'Idea», sebbene il Msi sia non la ricostituzione del Pnf, ma solo un'estrema destra. Comunque i militanti se n'infischiano: non vivono di politica, ma di un mito. In confronto però all'evanescente padre democristiano (Massimo Popolizio), il ragazzino Accio (Vittorio Emanuele Propizio, poi Elio Germano) è affascinato dal vigore di Zingaretti. In casa, per irrequietezza, Accio rivaleggia col primogenito Manrico (Riccardo Scamarcio), eppure anche i loro attriti sfociano in un'intensa fratellanza. Essa prevarrà sulle ideologie del '68 studentesco e del '69 sindacale (il fratello dello studente Accio è operaio)...
Tratto dal romanzo Il fasciocomunista di Antonio Pennacchi (Mondadori), Mio fratello è figlio unico non propone dunque «ragazzi di borgata» - sodomiti per soldi, nostalgici per fede - ma giovani in cerca d'identità. Però il libro di Pennacchi è passato nel film di Luchetti solo tramite la sceneggiatura di Petraglia e Rulli, che ne fa una Meglio gioventù in chiave proletaria, anziché borghese. L'immagine del giovane che rifiutava la sinistra e l'estrema sinistra, più che amare le destra e l'estrema destra, viene dunque ancora affidata a questa coppia di sceneggiatori. Amaro destino, per chi allora cercava un'identità, ora accorgersi d'aver appartenuto a un'area che tuttora ne trova una solo se gliel'affibbiano i nemici. Fatti loro? Non solo. Anche così spiega che nel film, ai tempi di Michelini segretario del Msi (e basta), già si vedano manifesti del «Msi-Destra nazionale» di Almirante.

Maurizio Cabona
 
La Repubblica, 27 aprile 2007

Tra commedia e politica nell'Italia degli anni Sessanta, bravi Germano e Scamarcio

"Mio fratello è figlio unico"
ecco quei bravi ragazzi del '68

E' vero che Mio fratello è figlio unico, che per titolo ha quello di una canzone di Rino Gaetano, prende dal romanzo autobiografico di Antonio Pennacchi Il fasciocomunista (Mondadori) solo quello che gli interessava prendere. Ma il risultato non è irrispettoso, tantomeno peggiorativo. Gli sceneggiatori Stefano Rulli e Sandro Petraglia con il regista Daniele Luchetti - che torna in pieno alla felicità dei suoi migliori risultati, come La scuola - mantengono lo sfondo autobiografico degli anni tra primi 60 e primi 70 attraversati da un adolescente di Latina prima suggestionato dalla fede religiosa, poi da quella mussoliniana e infine dall'estremismo rosso, ma spostando in primissimo piano l'intimità contrastata e fortissima tra due fratelli. Accio, il protagonista (Elio Germano è decollato alla grande), e il maggiore Manrico (Riccardo Scamarcio).
Il paese, la politica, le ragazze, la famiglia, gli studi. I litigi, le botte. A rendere indovinata la scommessa - nel felice convergere di ottime prove d'attore, di uno stile di scrittura arciprovato e memore de La meglio gioventù, e di una serena coscienza degli obiettivi che ha permesso al regista di governare con mano sicura l'insieme - è proprio la fisicità di luoghi (l'Agro Pontino trovato da Luchetti nel Foggiano), dei comportamenti, dei gesti, dei linguaggi: che miracolosamente non diventa però modernariato.
I rischi di rievocare il '68 attraverso un'assemblea dove ci si propone di defascistizzare Beethoven - che è comunque uno scorcio significativo della chiave sorridente ma non superficiale del film - sono temperati, contenuti dai quadrucci in brodo sulla modesta tavola di famiglia, dalle ambiguità e dalle complicità che i due fratelli intrecciano intorno alla stessa ragazza. Dal misto di fanatica ammirazione, di cinico tradimento, di fragilità mascherata da sbruffoneria nello sguardo - colto nel sottile momento in cui le bravate sono a un passo dallo scivolare in tragedia - rivolto da Accio al fratello come al proprio mentore fascista Luca Zingaretti. Anche lui in forma smagliante dentro un personaggio denso di semplice verità.

PAOLO D'AGOSTINI

 
Corriere della Sera, 20 aprile 2007
Buona prova dell' idolo delle ragazzine nel lavoro tratto dal libro di Pennacchi
Scamarcio, finale consolatorio per una tragedia ottimistica

SPAZIO Nel film manca lo spazio per far incrociare tanti percorsi esistenziali

Il titolo Mio fratello è figlio unico, da una canzone di Rino Gaetano, fa pensare a una commedia mentre in realtà si tratta di un dramma con morti e feriti. È tratto dal romanzo Il fasciocomunista di Antonio Pennacchi, ma l' autore protesta e accusa il regista Daniele Luchetti e gli sceneggiatori Petraglia e Rulli di disonestà. Se è per questo, l' illustre Giorgio Bassani fece di peggio: all' uscita di Il giardino dei Finzi Contini minacciò di querelare Vittorio De Sica per un film che poi avrebbe vinto l' Oscar. Servirà tale precedente a placare i bollenti spiriti di Pennacchi? Rifletta un po' , nelle poche settimane che ci separano da Cannes: cosa gli resterà da dire se sulla Croisette l' aborrita pellicola dovesse avere successo? Meglio rassegnarsi al fatto che un regista non è l' illustratore di un romanzo; e del resto basta fare come Hemingway, intascare i diritti e il film non andarlo a vedere. Più o meno, comunque, Luchetti rispecchia l' arco della vicenda nel raccontare (come da sottotitolo del volume Mondadori) la «vita scriteriata di Accio Benassi», nato a Latina nel 1950 da famiglia di immigrati veneti molto devoti, precocemente attratto dalle parole d' ordine del mussolinismo imperante in zona pontina, sempre in perpetuo conflitto con il fratello maggiore Manrico sinistrorso e oltranzista. L' interesse del libro sta in una quantità di preziose informazioni su certe disfide politiche provinciali di cui si è sempre saputo poco; e il pregio consiste nel rispettare le pur aberranti motivazioni storico-antropologiche dei fascistelli ruspanti, tanto da meritarsi l' alto elogio della vedova Almirante. Che forse apprezzerà meno l' ironia, sia pure discreta e non a senso unico, con cui il film rivisita il «pianeta nero» approdando poi alla guerra civile degli anni ' 70 segnati da stolti spargimenti di sangue e amarezze senza fine. Va detto che l' intrigo familiare è vissuto sullo schermo con viscerale partecipazione. Accio è sulle prime l' adolescente Vittorio Emanuele Properzio, che si trasforma a vista nel giovane Elio Germano (poche volte si è visto un passaggio di età così ben fatto); Manrico è Riccardo Scamarcio, bravo attore oltre che idolo delle ragazzine; madre e padre sono Angela Finocchiaro e Massimo Popolizio, perfetti; e lascia un segno la coppia Luca Zingaretti e Anna Bonaiuto, lui fascista che più non si può e lei moglie di piccola virtù. I personaggi ci sono, gli interpreti anche: che cosa manca a Mio fratello è figlio unico per essere un film riuscito? Manca lo spazio per far incrociare tanti percorsi esistenziali: e non solo perché è difficile costringere un libro di 400 pagine dentro un' ora e quaranta. A parte Germano, che è sempre in scena e si destreggia con bella autorevolezza, gli altri appaiono e scompaiono senza avere l' occasione di rivelarsi fino in fondo. Immagino che i bravi Petraglia e Rulli, trovandosi a mal partito con tante storie abbozzate, hanno rimpianto i tempi lunghi avuti a disposizione per La meglio gioventù. Emerge tuttavia perentorio il legame di sangue fra Accio e Manrico, che bisticciano sempre, fanno la lotta e degenerano ogni tanto nel pestaggio mentre si spostano sulla scacchiera della politica occupando caselle all' opposto. Anche come rivali in amore: ma alla ragazza contesa, Francesca (Diane Fleri), è risparmiata l' odiosa figura che fa nel romanzo. Una profonda variante rispetto al libro, che si conclude sul protagonista nell' atto di zappettare a mo' di penitente il giardino di un convento, è un finale improntato all' ottimismo della volontà. Dove la casa avita, pur periclitante, si conferma l' unico possibile approdo e il covo da cui ripartire per conquistare qualcosa di meglio; e dove spunta propiziatorio il sorriso di un bambino. Troppo facile? Consolatorio? Ma no, solo un modo per farti uscire dal cinema più rasserenato, un invito a considerare il film (e la vita) una tragedia ottimistica.

Tullio Kezich

© Sipario 2011