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Milk
di Gus Van Sant
con Sean Penn, Josh Brolin, James Franco, Diego Luna (Usa, 2008)
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L'Unità, 23 gennaio 2009
Se una pallottola mi sfonderà il cervello, che distrugga pure ogni porta chiusa
La storia si riavvolge in direzioni differenti, forward e rewind, procedendo a singhiozzo sulla via dei diritti civili e delle libertà personali. Quale migliore esempio delle ultime elezioni presidenziali Usa? Quel 4 novembre 2008 in California si votava anche la Proposition 8, referendum sulla revoca dei matrimoni gay. Che infatti saranno dichiarati fuorilegge. Rien ne va plus, tutto da rifare anche per la tollerante e avanguardista penisola dove MILK di Gus Van Sant era uscito in anticipo per perorare la causa. Non ha sortito effetti, come del resto "Fahrenheit 9/11" di Michael Moore, che nel 2004 doveva sbugiardare Bush Jr in campagna elettorale. Insomma il 4 novembre molti californiani sono finiti per le strada di Los Angeles e San Francisco felici per Obama e incazzati per la disfatta del Prop 8. Fu voto disgiunto, perchè la California votò democratico ma contro i matrimoni gay, accanto ai ringalluzziti custodi dei valori "patria, famiglia, etero o muerte".
Equilibrismi politici a parte, meglio tornare a MILK, ritratto candido, lineare, commosso, che Van Sant ha dedicato ad Harvey Milk (un grande Sean Penn per sfumature e abbandoni), pioniere dei politici apertamente gay, eletto all'Assemblea di San Francisco nel '77. Assassinato il 27 novembre del '78. Scritto da Dustin Lance Black con la consulenza di Cleve Jones, piccolo ricciolino arguto che era il pupillo di Milk (interpretato da un mimetico Emile Hirsch), e magnificamente fotografato da Harris Savides, il biopic segue il protagonista negli ultimi 8 anni di vita. Lo spartiacque sono i 40 anni: l'assicuratore gay di contrabbando trova un compagno, Scott Smith (James Franco), lascia vecchia vita e vecchi amici e si sposta da New York a San Francisco. A Castro, quartiere di hippy e piuttosto tollerante apre un negozio di fotografia e matura l'idea di fare politica attiva: vuole diventare il candidato gay (ed ebreo) che ancora non c'era, capace di parlare con intelligenza anche alle altre minoranze e ai sindacati (celebre l'appoggio determinante per boicottare una marca di birra).
Scaltro affabulatore (aveva tentato la recitazione da giovane) e pure abile commerciante, tanto che la prima carica che ricopre è nell'associazione negozianti di quartiere, comprende i rituali della politica, la necessaria contabilità elettorale, l'importanza dei media (e il loro utilizzo) e nel poco tempo che avrà sarà incredibilmente efficiente: fa approvare una legge contro la discriminazione sessuale nei posti di lavoro e riesce a fermare la Prop 6, crociata repressiva/perbenista della pop star Anita Bryan che proponeva di radiare gli insegnanti gay dalle scuole californiane (idea non nuova, almeno in Italia).
Tutto intorno il mondo variegato, a volte eccessivo, doloroso, del movimento glbt. Gli amici-attivisti dell'entourage erano intellettuali radical e fotografi di strada (Danny Nicoletta), abili organizzatori come Dick Pabich e la pungente Anne Kronenberg. Da quell'allegra macchina da guerra oggi sono usciti fuori editori, politici, artisti. Erano l'avanguardia della comunità glbt di San Francisco, i catalizzatori delle energie, delle frustrazioni politiche, della rabbia contro la polizia. Milk tentò un cambiamento del sistema dall'interno: forzò l'ingresso dei palazzi del potere mostrando il risvolto più normale, borghese e rassicurante, davanti a interlocutori abituati a vedere lui e i suoi "anormali come una banconota da 3 dollari". Così fece passare per integralisti e fanatici i suoi violenti oppositori, che parlavano con mascherato livore di nudità, pedofilia e famiglia. La vittoria elettorale che marchiò la storia del '77 arrivò alla quinta candidatura. L'ultima, visto che morì per mano di un assessore suo conoscente, un ex poliziotto, sposato e wasp: Dan White (un incredibile Josh Brolin), fece fuori lui e il sindaco a pistolettate per rancori ancora da decifrare. O forse per una mutazione genetica dovuta al "cibo spazzatura" e alla frustrazione per "i mancati rapporti sessuali con la moglie", due argomenti della sua difesa in tribunale. Se la caverà con 5 anni di carcere, scatenando una violenta rivolta per le strade di San Francisco quando uscì di galera dopo 3 anni. Il giorno dell'assassinio invece una fiaccolata di 30mila persone attraversò silenziosa la città.
L'alea di morte perseguiterà sempre Milk. L'ultimo compagno (Diego Luna) s'impicco. E lui, con presagi pasoliniani, fece una registrazione audio che lasciò come testamento spirituale, da divulgare in caso l'avessero assassinato. Le sue parole sono il filo conduttore del racconto, strutturato in modo classico e lineare, con immagini di repertorio e foto d'epoca. Nessun gioco di prospettiva o allucinazione del Van Sant ex pittore, come avevamo visto in "Elephant", "Last Days", "Paranoid Park". Sembra che il regista di Seattle ricalchi invece il mood stesso del protagonista, concreto e solare, che si rivolgeva alle platee con la chiamata alle armi "Sono Harvey Milk e sono qui per reclutarvi tutti" ma sapeva sempre fermare gli eventi prima che precipitassero. Allo stesso modo il film non diventa barricadiero, preferisce le marce ai numerosi scontri di quegli anni tra la polizia e la comunità glbt . La materia incandescente è tutta nella fibra interpretativa, umana e sanguinante di Sean Penn, del suo protetto Emile Hirsch e del primo amante James Franco. Una grande bandiera arcobaleno oggi campeggia in piazza Harvey Milk a San Francisco. E in quello che fu non solo un negozio di fotografia a Castro Street, c'è una frase incisa sulla parete, sparata da una pistola psichedelica: "Se una pallottola dovesse sfondarmi il cervello, che distrugga pure ogni porta chiusa".
Pasquale Colizzi
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Panorama, n. 5 2009
Sean Penn gay impegnato
Sui titoli di testa scorrono, sgranati, i filmati della polizia, mute scene in bianco e nero di retate nei bar gay alla fine dei Sessanta: piccolo olocausto. E poi la voce di Sean Penn che, nei panni di Harvey Milk, affida al magnetofono la propria storia, da rendere pubblica in caso venga ucciso. Gus Van Sant possiede la rara sensibilità di girare oggi come se la pellicola assorbisse colori e atmosfera degli anni Settanta, quando Harvey vivacizzava la comunità gay di San Francisco raccolta
attorno al suo modesto laboratorio fotografico nel quartiere di Castro. Entusiasta e convinto della necessità di liberare gli omosessuali dal ghetto, Harvey lascerà i panni dell'hippy per candidarsi vittoriosamente a supervisor, cioè consigliere del sindaco, proseguendo la battaglia per i diritti civili e omosessuali. Attivo contro la Proposition 6, che intendeva licenziare gli insegnanti gay, fu ucciso nel 1978. Il film, tentato specie sotto finale da euforia militante, si libra grazie allo straordinario lavoro di tessitura tra filmati d'epoca e fiction e per la passione civile che lo anima. Sean Penn merita l'Oscar per aver ceduto a una femminilità emozionante, ma mai di maniera. Sensuali e spregiudicate le scene con l'innamorato James Franco, bravissimo anche lui.
Piera Detassis
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L'Espresso, 22 gennaio 2009
Odissea di un gay
Milk è Harvery Milk, americano, il primo gay dichiarato ad avere la notevole carica pubblica di consigliere comunale a San Francisco, attivista e leader del movimento dei diritti degli omosessuali, ammazzato nel 1978 a 48 anni insieme con il sindaco George Moscone da un collega che per il doppio assassinio finì per scontare meno di cinque anni di prigione.
Il film di Gus Van Sant segue magnificamente, con rara sensibilità e passione gli ultimi otto anni della vita coraggiosa di Milk. Nato nello Stato di New York, laureato in matematica, arruolato in Marina, funzionario in una finanziaria, uomo di destra sostenitore di Barry Goldwater, Milk si trasferì con il suo compagno a San Francisco, una delle poche città in cui i gay potessero vivere con relativa libertà.
Aprirono un piccolo negozio di fotografia in Castro Street, Castro Camera, presto divenuto un punto di riferimento e di aggregazione del movimento gay. Per quattro volte Milk si presentò alle elezioni cittadine: soltanto alla quarta volta, e quando era ormai popolarissimo, venne eletto consigliere comunale. Aveva già partecipato alle principali battaglie gay di quel periodo di fortissimi pregiudizi e intolleranze: quella contro la Proposition 6, che intendeva espellere i gay dall'insegnamento e licenziarli dall'amministrazione pubblica; quella per l'unità dei gay in un movimento; quella per i diritti e per semplificare il metodo di votazione. Aveva molto successo: per questo un collega meno brillante, frustrato e represso, lo uccise. Nel 1985 il documentario 'The Times of Harvey Milk' vinse l'Oscar.
'Milk' è un ottimo, riuscitissimo film, ben fatto, coinvolgente, commovente. L'equilibrio tra attività pubblica e vita amorosa del protagonista è perfetto; l'atteggiamento verso l'assassino è pietoso; la ricostruzione del mondo gay di San Francisco nei Settanta è viva, precisa. E Sean Penn protagonista è sempre più bravo, eccellente.
Lietta Tornabuoni
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Il Giornale, 30 gennaio 2009
Milk, vita e morte di un gay scomodo
Film sul potere, più che sulla gayezza, Milk di Gus Van Sant va visto dagli immemori che democrazia è partecipazione: negli anni '70, fu casa per casa, non tv per tv, che Harvey Milk gettò le basi della seconda lobby mondiale politico-economica-ideologica. Alfiere della gayezza orgogliosa, Milk restituì un senso a una vita semi-fallimentare proprio con la politica. Eppure fu solo consigliere di zona (diremmo noi) a San Francisco, che aveva allora gli abitanti di Genova. Sean Penn, come Harvey Milk, è ancora una volta straordinario; nel ruolo del suo amico-rivale-assassino, Josh Brolin resta in politica, dopo W., ma qualche scalino più in basso.
voto: 7
MC
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Corriere della Sera, 21 gennaio 2009
L' orgoglio omosex dell' attivista Sean Penn: una storia che evita la trappola della retorica
Dopo aver girato tre film piccoli e leggeri (come macchina produttiva), Gus Van Sant torna a un' opera più complessa e «pesante», a cominciare dal cast dove spiccano Sean Penn, Emile Hirsch e Josh Brolin. Resta curiosamente anche qui la presenza incombente della morte - e di una morte violenta - come già era stato in Elephant (il massacro di Columbine), Last Days (il suicidio di Kurt Kobain) e Paranoid Park (l' uccisione granguignolesca, ancorché non premeditata, di un agente) quasi a guidare il destino del protagonista e, più in generale, a ricordare un lato dell' american way of life che il cinema (tra i tanti) si sforza di rimuovere. Come indica il titolo, tutto gira intorno alla persona di Harvey Milk, il primo uomo dichiaratamente omosessuale eletto a una carica pubblica (il consiglio comunale di San Francisco) negli Stati Uniti, uno dei cento «Heroes and Icons» del Ventesimo secolo secondo Time, ucciso a revolverate il 27 novembre 1979. Un destino che la sceneggiatura di Dustin Lance Black si incarica subito di ricordare anche a chi non ne conoscesse il percorso reale, utilizzando una specie di «testamento» che Milk detta al registratore, «da ascoltare solo in caso di morte», e che ritorna lungo le due ore e dieci del film a interrompere la ricostruzione degli ultimi otto anni di vita del protagonista. La cosa curiosa è che Van Sant, dopo aver scelto di raccontare gli anni del suo maggior attivismo militante, quando si trasferisce da New York (nei cui suburbs era nato nel 1930) a San Francisco dove organizza campagne d' opinione a favore degli omosessuali e dove viene eletto in Comune, la cosa curiosa - dicevo - è che poi il film cerca come di attutirne il peso mediatico e simbolico, tralasciando di raccontare i momenti più epici e coinvolgenti di queste campagne per aprire inaspettate finestre su un quotidiano poco o nulla avvincente. È come se il film in qualche modo non volesse procedere in sintonia con la popolarità sempre maggiore di Milk (nella comunità gay e non solo), cercasse di evitare la trappola di una mitizzazione soprattutto mediatica e si sforzasse di ricordare che Milk è prima di tutto persona e solo dopo «hero» o «icon». Ottenendo due effetti in qualche modo opposti: da una parte, riportare la lotta per il riconoscimento dei diritti gay in un cammino quotidiano, fatto anche di paure, invidie e sconfitte, dove gli inciampi non sono, come succede nelle più scontate letture hollywoodiana, dei «trampolini» da cui ripartire per nuove e più eccitanti vittorie, ma piuttosto la riconferma del proprio essere «minoranza» (vedi i giochi di lobbying, alleanze e «furbizie» che Milk non esita a usare per arrivare al proprio scopo); dall' altra parte però, rischiando di disorientare lo spettatore che si vede sottrarre ogni volta i tradizionali elementi di identificazione e di immedesimazione per essere sempre riportato a ragionare (e non a esaltarsi) sulla necessità e la difficoltà di un percorso di accettazione e di riconoscimento. A equilibrare questa scelta che potremmo definire militante (Van Sant non si nasconde nemmeno oggi le difficoltà che la comunità gay deve affrontare per essere davvero e totalmente accettata) il film mette in campo un cast a dir poco perfetto, guidato da uno Sean Penn davvero ammirevole. Al di là del lavoro mimetico, che si può verificare sui titoli di coda, è la forza e insieme la semplicità dell' interpretazione che lasciano ammirati: il rischio in agguato è sempre quello della caricatura, della sottolineatura esagerata, specie da parte di attori che si portano addosso un' immagine decisamente «maschia». Penn fa dimenticare ogni cosa, accetta scene e battute non sempre gradevoli, recupera l' «orgoglio gay» tipico degli anni Settanta e trasmette il senso vero e pieno di una esistenza dove non ci si deve vergognare delle proprie debolezze. Accanto a lui, altrettanto perfetti, Josh Brolin nei panni del controverso consigliere Dan White, un irriconoscibile Emile Hirsch (era il protagonista di Into the Wild) nella parte dell' attivista Cleve Jones, James Franco in quella di Scott, a lungo compagno di Milk, e, tra gli altri, anche Lucas Grabeel, capace di passare senza problemi da High School Musical al ruolo del fotografo militante Danny Nicoletta. È grazie a loro che nella seconda parte il film ha momenti coinvolgenti e commoventi e che alla fine il messaggio di speranza (e di lotta) che Milk lascia in eredità non sembra il fervorino di un film volontaristico ma il sofferto «testamento» di una persona che ci ha aiutato a capire il mondo in cui viviamo.
Paolo Mereghetti
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Il Messaggero, 23 gennaio 2009
"Milk": quando l'America dice "noi"
Un ritratto insolito quanto straordinario, dominato da un Sean Penn oltre ogni elogio. L'impagabile spaccato di un'epoca, rievocata dal punto di vista eccentrico e rivelatore di una minoranza. Una testimonianza commovente e insieme fuori dagli schemi che vale anche come monito per la difesa di tutte le minoranze e dei loro diritti. Oggi come ieri.
Otto nominations non sono troppe: il Milk di Gus Van Sant è tutte queste cose insieme. Ma non pensate a un facile "biopic" d'autore, o a un santino della controcultura. Per raccontare la parabola di Harvey Milk, il leggendario attivista gay e poi consigliere comunale di San Francisco che negli anni 70 segnò una svolta storica nella lotta per i diritti degli omosessuali fino a quando fu ucciso da un collega nel novembre 1978, Gus Van Sant sceglie una strada meno spericolata di quella di Elephant, Last Days o Paranoid Park, ma evita con cura le lusinghe più spettacolari del genere. E non rinuncia alla libertà di tono che rende il suo cinema sempre così caldo e personale.
Ecco dunque Milk, gay ancora "invisibile" nella New York del 1970, trasferirsi col neocompagno Scott (James Franco) nella più aperta e tollerante San Francisco. Eccoli aprire un negozio di macchine fotografiche nel sobborgo popolare di Castro, tradizionalmente abitato da morigerati cattolici irlandesi, gettando le basi di quello che diventerà uno dei quartieri gay più famosi d'America. Ecco, mentre si scontrano con l'intolleranza quotidiana dei vicini e con arresti e pestaggi continui, prendere forma una carriera politica e un destino. Che Gus Van Sant dettaglia a piccoli tocchi, usando la geniale e sempre imprevedibile illuminazione del fido Harris Savides, ma anche salti di tono e digressioni che mantengono il film in sapiente equilibrio fra politico e quotidiano, vita pubblica e vissuto individuale.
È una strada rischiosa, ma è quella che consente al film di evitare le trappole della celebrazione, malgrado qualche lentezza nella parte centrale. Milk combatte e vince molte battaglie ma ci mette un po' a essere eletto, e Van Sant racconta anche questo. Sullo schermo non c'è solo la lunga e difficile lotta contro la temibile Proposition 6 (avversata perfino da Reagan), che mira a "ripulire" le scuole dagli insegnanti gay. Ci sono anche le retrovie, gli intrighi, le astuzie, il piccolo cabotaggio. E gli alti e bassi della vita privata di Milk, il suo staff, le amicizie, gli amori, le esaltazioni e le depressioni.
Fino a quella morte assurda, una scena che vale da sola il film. Perché nessuno come il regista di Elephant sa filmare il momento così "americano" in cui la normalità trapassa in follia, la rabbia in delitto. E di colpo, come ci ricorda il nastro-testamento inciso da Milk quando iniziò a temere di venir ucciso, per milioni di persone diventa impossibile dire "noi".
Fabio Ferzetti
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La Stampa, 23 gennaio 2009
Milk, rivoluzione gay
Sean Penn, che ha adesso 48 anni, diventa sempre più bravo, coraggioso e maturo, come attore e regista, come persona: davvero per questo Milk di Gus Van Sant dovrebbero premiare con l'Oscar una sua interpretazione eccellente. Milk è Harvey Milk, primo gay americano ad avere un incarico pubblico notevole a San Francisco, popolarissimo attivista del movimento per i diritti degli omosessuali, ammazzato a colpi di pistola (per intolleranza, per invidia) nel 1978 a 48 anni, insieme con il sindaco della città George Moscone.
Il film segue gli ultimi otto anni della sua vita, da quando, trasferitosi da New York a San Francisco (uno dei pochi luoghi in cui negli Anni Settanta i gay potevano vivere con relativa libertà), aprì nel quartiere Castro un piccolo negozio di fotografia, divenuto presto un centro di aggregazione e organizzazione per il movimento gay. Per quattro volte, tenacemente, si presentò alle elezioni amministrative. La quarta volta venne eletto consigliere comunale. Continuò sino alla morte a battersi per i diritti dei gay, contro la Proposition 6 che intendeva espellere i gay dalla scuola pubblica e da ogni ufficio statale, dando appoggio all'adozione della Rainbow Flag, la bandiera arcobaleno, come simbolo della LGBT (l'associazione di lesbiche, gay, bisessuali, transgender). Per aver ucciso lui e il sindaco, il consigliere Dan White, ex pompiere, scontò meno di cinque anni di prigione. Nel 1985 il documentario The Times of Harvey Milk di Rob Epstein vinse l'Oscar.
Milk è un film bello, importante, appassionante: e non soltanto perché è uno dei pochi in cui i gay non vengano rappresentati come vittime tragico-sentimentali o come personaggi comico-grotteschi.
Il regista Gus Van Sant sa stabilire un equilibrio tra vita pubblica e privata, tra militanti e amanti; sa evocare il movimento gay americano dei Settanta non soltanto con esattezza storica, ma con assoluta mancanza di manierismi; sa presentare le battaglie gay contro il pregiudizio come lotte sindacali e insieme come avventure umane, non ancora concluse. E Sean Penn, spiritoso, leggero, amoroso, senza alcuna retorica, ricco di ardire, recita un personaggio bellissimo.
Lietta Tornabuoni
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