Miles Gloriosus
di Plauto
regia di Franco Enriquez
Corriere Lombardo, 26 febbraio 1964
Visto che le Minerve nazionali, poste a guardia della salute morale
delle future generazioni che restaureranno la patria, hanno draconianamente
quanto igienicamente sentenziato che l’elementare, ingenuo,
e sano Plauto, tutto schietta naturalità e fisiologica franchezza,
debba essere rigorosamente proibito ai minori di diciotto anni, povere
mammole, che poi al cinema vedono quel che vedono e al varietà ascoltano
quello che ascoltano, e considerato, di conseguenza, che gli spettatori
che esso potrà catturare, nel caso che siano stati a scuola,
appartengono all’era in cui lo studio del latino era obbligatorio,
ebbene stamattina ciò facilita il mio compito. Sull’argomento,
non c’è dubbio, voi sapete già tutto quel poco
che c’è da sapere.
Il Miles Gloriosus (205 avanti Cristo) non è il problematico
Amleto. Quando s’è detto pane al pane è finita la nostra
radicata pigrizia gronda di riconoscenza, esimendoci, dal parlarvi della commedia
greca e latina del plastico, vigoroso e sensuale realismo dello schiavo Plauto,
della sua salacità plebea, della sua aggressività farsesca, della
miniera delle sue violente invenzioni comiche e dei suoi lazzi spropositati,
rispondenti per così dire all’estetica della gomitata nella pancia – non
troppo lontana parente di quella delle torte in faccia – che hanno alimentato
duemila anni di teatro; dei suoi sfacciati plagi e contaminazioni della commedia
ellenica, dell’importanza del mimo nei suoi copioni; di tutti i possibili
e immaginabili rifacimenti, rielaborazioni e variazioni in prosa, in versi, in
musica, sotto ogni cielo e in ogni favella che, a cominciare dai nostri cinquecentisti,
per poi versarsi nel rapinoso e lutulento fiume della Commedia dell’Arte,
sua sede naturale e quindi riapparire in Molière e su fino a Giraudoux,
incontrarono le favole semplicistiche e i grossolani mascherotti di questo primitivo
superbamente volgare. Alcuni lo migliorarono, molti lo perfezionarono, parecchi
lo guastarono, nessuno riuscì a intellettualizzarlo e chi ci si provò,
come Giraudoux nell’Anfitrione 38, non gli andò troppo
bene, segno inequivocabile, se Dio vuole, di irriducibile elementarità manifestata
in un’incoercibile gioia dei sensi.
Semmai, a proposito della commedia di ieri sera, sarebbe il caso di accennare
alla fortuna – a nostro modesto parere immeritata – che toccò al
protagonista che le dà il titolo, ufficialmente riconosciuto come il diretto
progenitore della maschera del Capitano, il militare sbruffone, gradasso e vigliacco,
sostanzialmente estraneo alla dura ed aspra società romana arcaica, quanto
connaturale a quella rinascimentale e barocca, dove, se così si può dire,
che la giustifichi, e cioè, l’amore, la fedeltà e il dovere
patrio, boriosi ed eversivi avventurieri del genere cominciarono a prosperare
come la gramigna. Non dimentichiamo che nessuna maschera è stata mai pura
invenzione gratuita. Per quanto favolosamente stilizzata, si tratta sempre della
deformazione grottesca di una realtà del costume socialmente testimoniata
da figure ben individuate e facilmente reperibili.
Con che contribuisce a tutto ciò il Pirgopolinice plautino? Unicamente
con la folgorante definizione di un titolo: Miles gloriosus. Il resto
non esiste. Dopo la prima scena, ci si può dimenticare che sia un soldato,
perché, tutto quel che lo segue lo annulla per non dire lo contraddice.
Non c’è un momento dell’azione né un punto del suo
eloquio che rendono necessari o anche solo opportuni e il sostantivo e l’aggettivo:
né la professione né la boria che vi dovrebbe essere connessa.
Prigioniero della sua stolta vanità amatoria, bloccato nella sua monumentale
stupidità, tutto di riflesso sugli altri, è addirittura una figura
insicura, debole e timida, in perpetuo atteggiamento di interrogativa perplessità,
non priva, un tantino, di patetica seppur ebete umanità; alla mercé dei
giganteschi imbrogli dei servi, degli innamorati, e delle prostitute, loro sì,
i veri motori della vicenda, gli autentici protagonisti, scagliati in una canagliesca,
turpe, sfacciata, provocante, crudele e consapevole improntitudine; dotati di
vitalità fantastica, sulla base di un prepotente realismo; tutti spudorata
fisicità, definiti dall’incontenibile gioia del moto e del ritmo,
e che, in una “notte brava”, riducono il meschino omuncolo becco,
derubato e bastonato, senza misericordia e senza esclusione di colpi.
Il problema della traduzione di Plauto è quello di uno scrittore dai contenuti
volgarmente popolareschi che, senza contraddirli, anzi esaltandoli nell’immediatezza
di un eloquio scenico che intrattiene continue complicità, allusioni e
ammiccamenti con la platea – oh non si dice che nel protagonista sia satiricamente
adombrata la presuntuosità di Scipione l’Africano! – è,
nello stesso tempo e nel modo più naturale e spontaneo, un sorprendente
innovatore linguistico, un suscitatore prodigo, un ardito inventore di mezzi
espressivi, un rivoluzionario inventore di costrutti sintattici che rimarranno
iridescente e incisivo patrimonio della lingua latina. E qui sono intervenuti
la sapienza e il gusto di Pier Paolo Pasolini, lessicologo scrupoloso quanto
scrittore spregiudicato. Egli, dopo aver confessato la propria perplessità se
Plauto fosse uno “sbrigativo plebeo” oppure un “sobrio aristocratico”,
ha creduto, giustamente, di superare la contraddizione risolvendo l’apparente
dicotomia coll’adottare – a cominciare dal titolo che suona: Il
Vantone – il gergo romanesco liberamente inteso, articolandolo in
versi: doppi settenari a rima baciata, e proprio dalla rima baciata ha fatto
scaturire gli effetti comici più scattanti. Non sarà la soluzione
ideale ma non manca di originalità e, in bocca agli attori, risulta indubbiamente
efficace. Chi poi sospettasse, con la fama che lo circonda, che egli abbia accentuato
la salacità dell’originale, si rassicuri, forse forse l’ha
attenuata. Certo le commedie di Plauto non sono i fioretti di San Francesco e
Pisolini non è un padre quaresimalista: questo, se non altro, dovrebbe
garantirvi dal pericolo della noia, perché tradotto eruditamente e recitato
accademicamente, Plauto è un classico da far addormentare in piedi e,
dopo duemila anni, ne ha anche diritto.
A far da secondo svegliarono, poi, ci ha pensato Franco Enriquez che,
con la vitalità e il gusto del colore – in ciò egregiamente
assecondato dal Luzzati come costumista e scenografo – che contraddistinguono
le sue regie comiche; soprattutto con la teatralissima disinvoltura
hc eoimostra nello svecchiare i classici – si pensi alla sua
travolgente Bisbetica domata – ha funambolescamente
scatenato i suoi attori, liberandoli da ogni inibizione per lanciarli
in un ritmo serrato e travolgente, ancorato a un plastico e variopinto
realismo. E qui è stata sorprendente Valeria Moriconi, stupenda
attrice comica, tutta potente e sana carnalità. Non meno alacre,
felice e ricca di modulazioni, la malizia di Glauco Mauri, come la
grassa e indifesa atonia, elettrizzata da improvvisi sussulti, di Michele
Riccardini che era il protagonista. Ottimi, nell’obbedienza a
uno stile e a un tono che mai hanno ceduto. La Panti, il De Cristofaro,
il Di Stefano, la silenziosa e irresistibile Carmona e il Campese.
Ma da segnalare a parte per la lepidezza d’una furbastra ingenuità,
l’originalissima prestazione del giovane Enrico D’Amato.
Un mucchio di risate e di applausi. |