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Michael Clayton
Michael Claytondi Tony Gilroy
con George Clooney, Tilda Swinton, Usa
 
Avanti, 19 ottobre 2007
L'uomo ombra alla riscossa

Il film "Michael Clayton", scritto e diretto da Tony Gilroy, conferma una novità nella struttura narrativa della spy-story hollywoodiana. Da "Syriana" di Stephen Gaghan a "The Good Shepherd" di De Niro, si sta imponendo un cambio di ritmo che corrisponde al cambio di io narrante. La trama di "Michael Clayton", un consulente legale che scopre il crimine di una multinazionale farmaceutica, non è una novità. Un protagonista che cerca di smascherare i poteri forti, un'impostazione inossidabile che abbiamo imparato ad apprezzare e a prevedere, dal padre di tutte le spy e legal-story, Sidney Pollack (che interpreta il capo di Clayton nel film), regista de "I Tre giorni del Condor", "Tutti gli uomini del Presidente", "Diritto di cronaca", e "Il Socio", e "Silkwood" di M. Nichols, fino a "Erin Brockovic" di S. Soderbergh che vinse l'Oscar nel 2000. In tutti questi film il protagonista Davide è alle prese con un Golia occulto, che controlla e tiene le fila della società e così onnipotente da schiacciarne la volontà generale, ma non quella particolare: l'individuo, e cioè il nostro eroe che farà inceppare il meccanismo. Il cinema spionistico negli anni Duemila sposta il fuoco sull'uomo ombra, il faccendiere, il mediatore, colui che nella filmografia precedente non era contemplato perché secondario rispetto al vero protagonista, l'indagine. E' il Max von Sidow de "I Tre giorni del condor", l'esecutore anonimo ad assurgere oggi a protagonista, e la vicenda viene narrata non da chi la combatte o la promuove ma da chi ne conosce il gioco, perché ne è il mezzo. George Clooney ha afferrato questo slittamento di ottica, e ne ha compreso le implicazioni sulla regia. La lentezza apparente di film come "Confessioni di una mente pericolosa" da lui diretto nel 2002, "Syriana" di S. Gaghan e "Good-night good-luck", sempre diretto da Clooney, fino a "Michael Clayton" corrisponde all'occhio passivo e estraniato di colui che fino al decennio scorso non era visibile perché privo di autodeterminazione, elemento fondamentale nei personaggi classici perché producevano la molla verso l'azione, vera protagonista della vicenda. Clooney trasforma il burattinaio in protagonista malgrado se stesso e, in una raffinata operazione meta-cinematografica, il personaggio corrisponde con l'autore, Clooney recita Clooney e allo stesso tempo il cinema di Clooney. Il titolo del libro di Bob Baer da cui fu tratto "Syriana" calza a perfezione con lo stile Clooney: "See no evil", "Non vedere il male". L'uomo in ombra, il tuttofare grigio e appartato, senza velleità di riscatto o redenzione, non emette giudizi sul proprio operato e su quello altrui, è un osservatore che guarda sé e il mondo dal di fuori, non partecipa, ma è presente in sordina, a tirare le fila. Spostare l'occhio dall'intreccio al protagonista secondario ha fatto compiere a Clooney una piccola rivoluzione non solo registica ma anche interpretativa, basti ammirare il primo piano fisso dell'ultima scena di "Michael Clayton". Solo in un taxi, sopravvissuto per caso, senza una sigaretta da poter accendere come vorrebbe una situazione simile, senza un figlio all'uscita di scuola da abbracciare o una ex moglie da riconquistare, Clooney affronta un primo piano di oltre due minuti in cui, come in "Syriana" (che gli è valso l'Oscar per attore non protagonista), l'attore non trasforma la recitazione in protagonismo, non comunica a uno spettatore ipotetico, ma, in una immane operazione di controllo di sé, si limita a tenere banco con una compressione psicologica raramente riscontrata negli ultimi anni sul grande schermo.

Angela M. Piga

 
La Stampa, 5 ottobre 2007
Eroico George Clooney
Appassionato ma non appassionante

Un ex sceneggiatore debuttante nella regìa, Tony Gilroy; tre registi (Sidney Pollack, Steven Soderberg, Anthony Minghella) come produttori esecutivi; un protagonista affascinante, caldo e bravo, George Clooney; un titolo che è il nome del personaggio principale; un luogo prediletto dai media, il grande studio legale di New York con molti avvocati e molti soldi. Michael Clayton è appassionato ma non appassionante, un buon film americano progressista e medio, ben recitato, morale e a tratti un po' noioso.
Clooney, che appartiene allo studio, non fa l'avvocato. Fa lo spicciafaccende, salva i clienti nei guai, si occupa dei lavori sporchi. Non ha famiglia (è divorziato), è carico di debiti pericolosi, ha il vizio del gioco, allo studio non lo vogliono come socio benché sia indispensabile e lavori lì da anni. E' infelice e stanco morto quando gli arriva un incarico peggiore del solito: aiutare una grande azienda chimica che, per salvarsi in un processo intentatole dalle famiglie dei morti e dei malati provocati dai suoi prodotti, arriva a far uccidere avversari e testimoni.
Pure un avvocato dello studio difensore dell'azienda, passato con sdegno dall'altra parte, muore. George Cloonbey cambia: fa arrestare tutti e sceglie un'altra vita. Lieto fine etico, dunque: ma non basta al film che, insieme con alcune cose belle, ha un paesaggio sociale e urbano di meschinità, crudeltà, malvagità.

Lietta Tornabuoni

 
L'Unità, 4 ottobre 2007
Un avvocato per l’avvocato

Ve lo immaginate voi l’avvocato di punta nella difesa dei dirigenti del Petrolchimico di Porto Marghera che un giorno si alza dal suo posto durante un’udienza e dice: «Signori, i miei clienti hanno avvelenato i loro operai consapevolmente, io non posso difenderli». E poi magari si spoglia e se ne va via come Massimo Girotti che vagava nudo per una stazione affollata in Teorema di Pasolini? Ci vuole il pugno fermo per tentare di riportare la barra al normale tram-tram della giustizia dei potenti: paga e ti sarà concesso. E’ quello che tocca fare a George Clooney, alias Michael Clayton, un avvocato che lavora per uno studio potente. Non va in tribunale. Il suo compito è preventivo e sotterraneo: quando gente che può staccare assegni pesanti è nei guai arriva lui e ti spiega come muoverti e chi contattare per uscirne puliti. Ma l’ultima faccenda che deve risolvere riguarda un collega nonché anziano socio del suo studio (Tom Wilkinson), che da anni difende una multinazionale dei diserbanti ed è alla vigilia di una class action, una causa collettiva dall’importo spropositato intentata da centinaia di agricoltori che sono rimasti avvelenati. Senonchè ha una specie di folgorazione, di pentimento: si ribella al suo cliente e tenta di fornire le prove degli avvelenamenti a quelli che avrebbe dovuto gabbare.

Esordio alla regia senza scossoni o apparenti incertezze per Tony Gilroy, sceneggiatore mainstream di saghe togate e agenti sotto copertura, dall’ Avvocato del diavolo all’agente Cia Jason Bourne/Matt Damon, al terzo episodio in uscita. Di avvocati del diavolo nel film ne individuiamo un paio. Il regista Sydney Pollack, che è il capo dello studio associato, perfetto muro di gomma, si fa rimbalzare qualsiasi cosa. La cattiva, strepitosa Tilda Swinson, è capo dell’ufficio legale dell’azienda di diserbanti. Tanto è misurata e meticolosa, che quando va in “frantumi” scontrandosi con Michael Clayton pare di sentire il rumore in sala. Clooney, che qualcuno avrebbe voluto premiato a Venezia per l’interpretazione (ci vorrebbero nomi e cognomi) sguazza in una costruzione a lui congeniale. E’ separato ma è un buon padre col figlio, indebitato per il vizio del poker ma generoso col fratello in difficoltà, è brizzolato e brillante come nella versione politically corret di Ocean’s Eleven. E alla fine mette sotto il cattivo forse non perché è convinto di fare del bene. Ma per dimostrare che non erano riusciti ad incastrarlo. La ricetta hollywoodiana per rendere l’eroe ancora più accattivante.


Pasquale Colizzi

 
Il Manifesto, 5 ottobre 2007
Un thriller che avvince anche senza «thrills»

C'è niente di più criminale di un avvocato? Questo era scritto su una ricercata t-shirt d'epoca Reagan. E così, con un buon avvocato, finalmente anche un nero danaroso come O.J.Simpson, poté fare maramao alla Giustizia applicando gli ultimi bagliori di affirmative action...
Ma oggi un thriller hollywoodiano, della Warner Bros, che guarda sentimentalmente indietro, ruba al filone anni 70 «Non fidarti mai delle Big Company» (Sindrome cinese, The Parallax View...), il nuovo slogan alla moda (tracciando ovvi paralleli tra l'America del Vietnam e quella delll'Iraq). E, appena dopo l'apologia dell'avv. Jacques Verges, risarcisce l'intera categoria - e perfino i legali di mega studi come questo «Kenner, Bach &Ledeen di Manhattan» - assicurandoci che, come i commercialisti, anche gli azzeccagarbugli hanno un'anima. E qualcuna si aggira perfino dalle parti della sinistra radicale.
Un thriller «solido» e senza fronzoli e eccitanti, dal ritmo incalzante, ma «di sostanza», con performance attoriali sorprendenti e un deformante gioco tra emozioni eccentriche e tensione concentrata... Questo è Michael Clayton, opera prima dello scrittore Tony Gilroy (gli si devono i copioni della fiammeggiante trilogia Bourne), star maligna Tilda Swinton, star benigna George Clooney (con i suoi celebri capelli brizzolati e infrangibili, è uno degli 8 produttori) che porta il suo bell'ombelico, adoratore del gioco d'azzardo, molto fuori da se stesso, dalla sua identità di «venduto» e dai valori che il conformismo gli imporrebbe. Aiutato da un figlio dall'intelligenza ancora più estroversa, quasi dada, Micheal Clayton feconderà il mondo, rischierà la vita e combatterà addirittura - per non tradire l'amico e maestro Arthur Edens (Tom Wilkinson) - le multinazionali più assassine, come la U/North. E, in un crescendo finale, tornerà uomo integro e degno di rispetto, affrontando perfino i suoi potentissimi, fraudolenti e ipocriti capufficio (Sydney Pollack che è il più subdolamente mostro di tutti, affianca Clooney nella produzione).
Il film, forse solo troppo tenero con la polizia di New York City, rispetto agli antenati new Hollywood, secondo lo stereotipo che ci vuole oggi, dopo il crollo ancora inspiegabile delle gemelle, assolutamente a corto di «sicurezza», ci spiega però due o tre cose utili sui retroscena delle mega aziende e sul senso profondo dei suoi avvocati.
In particolare fa una requisitoria implacabile sul perché esse preferiscono disseminare il mondo di cadaveri doc: costa molto meno al Mercato risarcire poi le famiglie (delle vittime dei letali, per gli umani oltre che per gli insetti, pesticidi diffusi dalla U/North, in questo caso) che modificare la produzione, solo per gli strepiti insopportabili di fastidiosi e schiacciabili facinorosi (l'osso più duro da combattere per Clooney, avvocato proletarizzato e cinicamente fino allora asservito, è la collega Karen Crowder, la killer dagli occhi d'acciaio Tilda Swinton in una imitazione perfetta di Rumsfeld).
E Michael Clayton ci fa comprendere involontariamente anche la psicologia di certi italiani che contano: al tavolo da poker l'ex perdente Michael Clayton scopre dove sono finiti tutti i soldi che ha perso: sulla testa, e nei capelli ottimamente trapiantati, di un orribile avversario, un gambler sempre vincente...).
Caotico e duro da seguire, per i continui flash-back, e perché apre strade perfieriche (soprattutto la relazione tra Michael e suo padre «single») che non si preoccupa mai di chiudere, il dramma ha un cuore cadenzato in 4 incalzanti atti che si svolgono in 4 giorni, e passerebbe agevolmente ogni controllo anti doping perché, come scrisse anche Variety la mancanza di fuochi d'artificio, di «thrills», oggi, in un thriller, è quasi considerato una deviazione anarchica e rinfrescante per un pubblico normalmente bombardato, come in discoteca, di «sorprese dolby sempre uguali». La fotografia, il montaggio e la musica tengono con pulizia i 112 minuti del racconto, e secondo i maligni dimostrano la presenza tra i produttori oltre che di Steven Soderbergh anche di Anthony Minghella.

Roberto Silvestri

 
La Repubblica, 5 ottobre 2007
Esordio nella regia dello scenggiatore Tony Gilroy con un film
che indaga nell'animo di chi sta dalla parte dei "cattivi"

George Clooney è Michael Clayton
ovvero il ritratto dell'ambiguità

Sulle prime, come piglio, possono venire in mente grandi film di indagine, da Tutti gli uomini del presidente a Erin Brokovich, o anche di struttura più thriller alla Tre giorni del Condor. È vero che c'è l'intreccio politico affaristico, che c'è un processo che vuole fregare per la seconda volta della gente che già è stata massacrata dall'industria chimica, e che c'è pure un buono (insomma: un semibuono) messo in mezzo dai cattivi. Però il film di Tony Gilroy (sceneggiatore prima di questo debutto nella regia) si preoccupa di più e soprattutto d'indagare nell'animo di chi - il personaggio piuttosto torbido di George Clooney - è pagato per sostenere i cattivi e stare dalla loro parte. E finisce anche con l'essere un film che s'interroga sull'etica professionale e umana di chi manipola le leggi a suon di quattrini pesanti, che mette a nudo le responsabilità morali degli avvocati. Tutto un po' convenzionale e senza tanti guizzi, e perfino un po' slabbrato nella resa sul piano della macchina spettacolare e "di genere", però tanto l'ambientazione che il personaggio protagonista, come anche l'interpretazione che ne dà Clooney, non mancano di valore e di interesse.
Grandissimo, ricchissimo e prestigiosissimo studio legale newyorkese. Il boss è affidato al regista Sydney Pollack, non nuovo a incursioni attoriali di tipo mefistofelico. In gioco c'è la vittoria legale, e quindi l'enorme guadagno che allo studio ne deriverebbe, di un colosso dell'industria chimica di fertilizzanti: apparentemente scontata (malgrado i sospetti della grande stampa economica) vista l'enorme disparità di forze tra la multinazionale, alla testa del cui ufficio legale c'è un vero mastino tratteggiato in maniera davvero un po' caricaturale da Tilda Swinton, e la comunità colpita dagli effetti cancerogeni dei suoi prodotti.
Il cortocircuito nasce quando l'altro socio fondatore dello studio, un vero principe del foro, viene travolto da una profonda crisi personale che ha la potenza di una conversione. Lo emarginano, lo prendono per matto, lo ostacolano ma lui va avanti. Almeno fino a quando non lo fermano con le cattive.
È qui che entra in ballo Michael Clayton (Clooney). Una figura un po' grigia. Non è, né diventerà mai, un pezzo da novanta del grande studio legale ma ha il prezioso ruolo di "aggiustare" affari e affarucci poco puliti, coprire piccole e grandi porcherie di amici e amici degli amici potenti. E lui, pelo sullo stomaco, ci si è adattato anche se viene da una severa educazione all'onestà. Ci si adatta perché nella vita un po' è stato sfortunato e un po' i guai se li è andati a cercare con il vizio del gioco d'azzardo, fatto sta che è carico di debiti. E la coscienza può attendere. Fino a quando?
Fino a quando il film non esige di decollare dandoci il riscatto che ci aspettiamo. Ma la cosa che conta di più sono le potenzialità di Clooney nei campi dell'antieroismo, dell'ambiguità, dell'essere umano sgualcito e un po' disgustato di se stesso.

Paolo D'Agostini

 
Il Mattino, 6 ottobre 2007
Clooney, riscatto da antieroe

Niente salti nel buio per il bello, bravo e democratico George, perché «Michael Clayton» si basa su uno di quei copioni di ferro che Hollywood - nonostante le epocali ristrettezze - è ancora in grado di sfornare in serie. L'esordiente regista Tony Gilroy, già sceneggiatore di blockbuster come «The Bourne Identity», «L'avvocato del diavolo» e «Rapimento e riscatto», si limita, in effetti, a rimodernare un genere blindato come il legal thriller, curandone la credibilità realistica, rispettandone gli incastri narrativi e costruendo passo dopo passo la sua robusta piramide di suspense. Il carattere e il calvario dell'antieroe risultano, dunque, tutt'altro che inediti: l'ex pubblico ministero Clayton è un malmesso e indebitato faccendiere al servizio di Kenner, Bach & Ledeen, uno dei più potenti studi legali newyorkesi per il quale è rassegnato a sbrigare gli affari sporchi, cioé a ripulire facoltosi clienti da guai assortiti come omissioni di soccorso, diffamazioni a mezzo stampa, malversazioni politiche e cleptomanie imbarazzanti. Quando la spietata Karen Crowder, rappresentante della multinazionale U/North, sta per vincere grazie all'intesa truffaldina con lo studio una causa innescata dalle forniture di un diserbante micidiale per le persone e per l'ambiente, si verifica peraltro un incidente imprevedibile... Un vecchio avvocato (il supercollaudato Tom Wilkinson) subisce un drammatico crollo nervoso che lo porta a pentirsi e a decidere di sabotare l'imminente accordo stragiudiziale: a questo punto, di fronte alla minaccia di un clamoroso ribaltamento, al rassegnato protagonista mercenario viene affidato il compito di ridurre alla ragione il collega «impazzito». Il dramma sta, però, nel fatto che la scellerata cupola affaristica - per scongiurare la disfatta finanziaria e arginare l'indignazione dell'opinione pubblica - decide di attivare sottobanco una missione criminale parallela. La prevedibilità dell'intreccio e la retorica della denuncia indurrebbero a snobbare la pellicola, ma in casi come questo è l'accuratezza dei particolari a fare il risultato: l'ambientazione tra i grattacieli di midtown a Manhattan funziona, i dialoghi non tradiscono incertezze e insieme al finto cinico Clooney - titolare di un prolungato primo piano conclusivo che pochissimi divi possono ormai permettersi - anche i cattivi Sidney Pollack e Tilda Swinton recitano come se davvero ci credessero.

Valerio Caprara
 
Corriere della Sera, 5 ottobre 2007
L' attore investe ancora una volta il suo carisma nella denuncia

L' antieroe George Clooney: un Bogart del XXI secolo
George Clooney ha oggi 46 anni, l' età in cui Humphrey Bogart interpretò Solo chi cade può risorgere: un titolo che si adatterebbe anche al protagonista di Michael Clayton. Partito come pericolo pubblico numero uno, «Bogie» era in seguito pervenuto al personaggio che si portò dietro in vari film: l' idealista finto cinico pronto a ribellarsi in sottofinale contro le forze del male. È esattamente ciò che fa nella presente circostanza il tormentato Michael, ma nel gusto acre del cinema attuale. Se delle precedenti malefatte di Humphrey nei film si sapeva poco, quelle di Clayton sono svelate senza reticenze. Affannato, con la barba non fatta e l' aria di chi ha dormito con il vestito indosso, il faccendiere di uno dei più importanti studi legali di New York lo scopriamo che gioca a carte in una bisca cinese dove qualcuno gli chiede com' è andato il fallimento del suo bar. Insomma un incallito vizioso, tallonato dagli strozzini per un debito di 75 mila dollari e seriamente in dubbio sulla possibilità di cavarsela. C' è una battuta chiave, che arriva solo nella penultima scena quando l' antieroe sbotta con chi gli ha fatto mettere una bomba nella macchina: «Non sono quello da uccidere, sono quello da comperare!». Mente, ovviamente, ha un disegno in testa, ma ciò che dice non è lontano dalla verità. Non c' è dietro un romanzo, il film d' esordio di Tony Gilroy, già apprezzato sceneggiatore della trilogia spionistica di Jason Bourne, è un suo copione originale. Snobbato a Venezia come pellicola di genere, è tutt' altra cosa: un quadro iperrealistico sugli intrecci tra il mondo degli affari e la criminalità; e se il protagonista non è uno stinco di santo, chi lo circonda è peggio. Il capo dello studio, Sydney Pollack, è un maneggione ipocrita; la rappresentante legale della ditta produttrice del diserbante letale, la straordinaria Tilda Swinton, è una carrierista pronta a tutto; e fa eccezione, ma solo da una certa svolta della vita, l' avvocato Tom Wilkinson. Il film comincia da una sua delirante telefonata all' amico e collega Clooney, dalla quale si capisce che ormai non si dà pace di essere stato coinvolto in un affaraccio nel quale hanno trovato la morte degli innocenti. Attanagliato dal rimorso, il poveretto ormai dà i numeri, tanto che si spoglia nudo in un parcheggio a Milwaukee e bisogna correre a salvarlo. Ma andando avanti il pentito non demorde e asserragliato nel suo lugubre loft di Little Italy, avendo raccolto prove e testimonianze, medita azioni di vendetta per impedire le quali partirà dalla cupola finanziaria un contratto per uccidere. Lungi dal far svolgere le violenze fuori scena, come nella tragedia classica, Michael Clayton le racconta con agghiacciante minuziosità; e non tralascia i dialoghi scellerati fra mandanti ed esecutori in cui vengono prese le decisioni spietate. Il tono del film è cupo, prevalentemente notturno, perennemente in sospeso su qualcosa di brutto che sta per accadere. Il divorziato Clooney deve fare i conti con la sua situazione di padre emarginato di un figlioletto molto sveglio, ma ulteriori traversie familiari lo assillano; e incombe soprattutto la disperata caccia ai soldi che potrebbero sottrarlo al braccio secolare della mafia. Finché scopre che il lauto assegno sarebbe a sua disposizione, a patto di ignorare ciò che è successo e starsene zitto. Non riveleremo come va a finire perché il film merita di essere assaporato senza anticipazioni. Il lunghissimo congedo in primo piano di Clooney, che si è pagato 50 dollari di taxi per un giro senza meta nelle strade di New York, è una specie di firma in calce all' ideale protocollo d' impegno di questo Bogart del XXI secolo. Il quale investe ancora una volta il suo carisma nella denuncia di ciò che non va nel mondo in cui viviamo. Bravo George, ma un film può cambiare qualcosa?

Tullio Kezich

 
L'Espresso, 5 ottobre 2007
La legge di Clooney

L'attore più sexy di Hollywood veste i panni di Michael Clayton, ex pubblico ministero che lavora per un grande studio legale di New York occupandosi di casi scomodi

Il cinema americano, dopo tanti avvocati vincenti da Perry Mason ai legali di Grisham, incontra un vecchio personaggio europeo: l'Azzeccagarbugli George Clooney è infatti, in 'Michael Clayton' di Tony Gilroy, un ex pubblico ministero nato in una famiglia di poliziotti a New York che, pur appartenendo a un grande studio legale, non fa l'avvocato. Spiccia le faccende scomode, aiuta i clienti nei guai, risolve i problemi spinosi, si occupa dei lavori sporchi. È orgoglioso della propria abilità, che non gli procura la stima né la gratitudine di nessuno. È come una cameriera: se non pulisse sarebbe un disastro, se pulisce nessuno ci fa caso.
È un uomo esausto e infelice: la moglie l'ha lasciato (non lo vedeva mai); la passione non ricambiata per il gioco e un'iniziativa imprenditoriale fallita lo hanno caricato di debiti pericolosi; nonostante la sua bravura non viene associato allo studio. L'ultima grana affidata al faccendiere è la più difficile: una grande azienda chimica, per non perdere un processo miliardario mossole per aver provocato con i suoi prodotti ammalati e morti, arriva a far spiare e uccidere gli avversari. Anche la morte di un avvocato suo amico, insieme con la possibilità di capire a fondo i metodi dell'azienda e del suo studio legale che la difende, cambiano Michael Clayton: fa arrestare tutti, ricomincia.
Film medio ma appassionato, e ben fatto, ben ritmato, ben diretto dal regista debuttante, ex sceneggiatore. George Clooney è bravo; è bello il tessuto di meschinità e brutture che circonda il personaggio, a formare un'esistenza e un ambiente in cui è soffocante trovarsi; sono belle la paura, l'inerzia e l'autoconservazione che lo mantengono prigioniero del meccanismo; è bella l'illusorietà della Giustizia; è bella la forza che porta a decidere.

Lietta Tornabuoni
 
Il Messaggero, 5 ottobre 2007
George Clooney, se questo è un divo
Magistrale prova d'attore in "Michael Clayton", solida storia di redenzione in forma di thriller

Abbagliati dai flash dei paparazzi, rischiamo di dimenticare che il bel Clooney è un divo speciale, ma a ricordarcelo pensano i suoi film. Per essere un re del glamour l'ex-eroe di E.R. sembra infatti godere un mondo a mostrarsi gonfio, ingrigito, con le occhiaie. E se il regista del film è lui, eccolo affidarsi ruoli di fianco. Come in Confessioni di una mente pericolosa (che molti presero sottogamba) e poi in Good Night, and Good Luck, dove faceva da spalla all'insinuante David Strathairn.
Diretto con inappuntabile mestiere dall'esordiente Tony Gilroy, Michael Clayton ci riporta invece all'antieroe ammaccato di Syriana, il travet dei servizi segreti stritolato dalle imperscrutabili macchinazioni del Medio Oriente, mentre qui il personaggio di Clooney si descrive da solo con sintesi perfetta: «Non sono uno che fa miracoli, sono uno spazzino».
L'aria stropicciata di chi non ha tempo per pensare a se stesso, l'affanno e qualche rimorso sepolti in fondo agli occhi, il Clayton del film eponimo è infatti il factotum di un grande studio legale di New York che anziché concedergli la ribalta del tribunale lo tiene nelle retrovie a sbrigare gli affari sporchi. Insomma una di quelle figure dimesse ma indispensabili che risolvono problemi minimi o colossali senza che nessuno faccia caso a loro.
Perché un divo ricopra un ruolo simile, naturalmente serve qualche magagna: e questo Clayton, figlio e fratello di sbirri, un divorzio alle spalle e un debole per il tavolo verde, deve avere varie cosette da perdonarsi se accetta, sia pure a denti stretti, quella vita.
C'è in ballo la causa miliardaria intentata da alcuni agricoltori contro una multinazionale che avvelena le acque? Il buon Clayton non prepara la difesa, ma viene spedito a riprendere per i capelli l'avvocato di grido Tom Wilkinson, che anziché scagionare i potenti avvelenatori ha scoperto la loro effettiva colpevolezza e ha dato fuori di matto in aula, rischiando di provocare una catastrofe giudiziaria.
Sappiamo dal bel prologo che per il frustrato Clooney le cose si metteranno male, e indoviniamo presto che dietro ai cattivi c'è la scostante Tilda Swinton (perfetta), avvocatessa in carriera che prova allo specchio le interviste (e lo fa in deshabillé, bella idea di regia, per ricordarci malgrado tutto la sua vulnerabilità). Ma perché ce l'hanno con una rotellina insignificante come Clayton?
Il cammino del protagonista verso la redenzione sarà accidentato e non del tutto inedito. Ma Gilroy, già sceneggiatore degli oliatissimi L'avvocato del diavolo, The Bourne Identity e Bourne Supremacy, oltre al complicato intreccio ci mette un gusto per il chiaroscuro che si riflette nella prova magistrale di Clooney (attenti ai titoli di coda). Ricordandoci, fra l'altro, che malgrado il flusso continuo di immagini in cui viviamo, l'essenziale raramente appare ai nostri occhi.

Fabio Ferzetti

 
Il Tempo, 1 settembre 2007
«Clayton» di Gilroy tra ritmo e azione

VENEZIA - UN film americano adesso , "Michael Clayton", cui è facile prevedere, nelle nostre sale, un successo senza riserve. Lo ha diretto, esordendo come regista, Tony Gilroy, cui si devono però delle sceneggiature di sicura qualità, come le due sul killer Bourne, "The Bourne Identity" e "The Bourne Supremacy", interprete Matt Damon, e "L’ultima eclissi", da Stephan King. Qui, chiedendo a George Clooney di esserne protagonista, ci racconta una storia carica di colpi di scena che, ambientata a New York, ci dice di un faccendiere, il Michael Clayton del titolo (con la faccia appunto di Clooney), che lavora in uno studio legale dove ha soprattutto degli incarichi ai margini dell’illecito, alcuni anzi, addirittura sporchi. Vi adempie non solo perché ha un’indole coriacea, indifferente alla legalità, ma perché, a causa di sbagliate operazioni finanziarie, è perpetuamente a corto di denaro. Un giorno viene incaricato di tenere a bada un caso in cui è coinvolta una multinazionale, tra le migliori clienti dello studio, adesso minacciata dalle possibili rivelazioni di un celebre civilista venuto a conoscenza di sue terribili truffe, a danno anche della salute dei consumatori. Clayton obbedisce, presto però si rende conto delle ragioni del civilista e dei misfatti di quella multinazionale difesa da una avvocatessa pronta a far uccidere per raggiungere i suoi scopi. Così dopo che ha visto attentare anche alla propria vita, dovrà decidere... Molta, moltissima azione. Con ritmi spesso affannati. ma anche un disegno attento (e quasi minuzioso) dei personaggi, indagando non solo nei loro caratteri ma nelle situazioni (anche private, familiari) che hanno attorno, riuscendo a proporci delle fisionomie a tutto tondo analizzate, specie quella del protagonista, in modo da mettere bene in evidenza, spiegandoli, i mutamenti anche morali che via via si profilano al suo interno:arrivando quasi a una lucida radiografia di una crisi di coscienza. Il film, però, è anche costruito in modo che l’azione pretenda sempre il primo piano, con tensioni, strappi e, verso la fine, una serie di interrogativi sulle decisioni che assumerà il protagonista in cui si è coinvolti quasi con affanno, tra accorgimenti, sorprese, colpi di scena che, i loro modi, sembrano persino derivare dal thriller. Al centro, George Clonney non fa il divo: privilegia toni dimessi, quasi grigi, all’insegna non di rado di una certa malinconia. La temibile avversaria, di fronte a lui, è Tilda Swinton che sfoggia con successo una insolita grinta di ghiaccio; quasi malefica.

Gian Luigi Rondi

© Sipario 2011