Barenboim e Verdi, nel “Requiem” un binomio perfetto
Daniel Barenboim e la “religione delle note” di Verdi: un binomio perfetto. L’altra sera all’Auditorium Parco della Musica in una Sala Santa Cecilia colma e alla fine giustamente entusiasta, il direttore argentino e la “sua” Scala hanno offerto una vera e propria lezione interpretativa con un’esecuzione magistrale della Messa da requiem di Verdi. La “religione” dell’agnostico Verdi è nel pensiero musicale, nel dominio di una struttura così imponente e carica di storia e nella sua capacità di trovare soluzioni espressive sempre nuove.
Per Barenboim, come per Verdi, tutto parte dalle parole: da esse nascono le idee musicali, si materializzano e diventano preghiera. Lo si è capito dall’inizio: non tanto dal sussurrio misterioso dei violoncelli, ma dall’attacco del coro: la “erre” della prima parola, Requiem, possedeva una carica espressiva impressionante. Così come il versetto Mors stupebit, recitato prima ancora che cantato dal basso René Pape. Da parte sua Barenboim ha maturato una tale familiarità con la partitura da far emergere tanti particolari spesso tralasciati, specialmente nelle sezioni più cameristiche, nei dialoghi tra voci e strumenti. Le pagine più impressionanti, come il Dies irae, sono state radiografate nella loro sfolgorante potenza fonica.
L’Orchestra della Scala si è confermata complesso di grande levatura e forte personalità: suono scuro e pastoso negli archi, luminoso e avvolgente nei fiati, scultoreo negli ottoni. Ottima la prova del Coro, preparato da Bruno Casoni. Di ottimo livello anche il cast dei cantanti solisti: il soprano Barbara Frittoli, il mezzosoprano Sonia Ganassi, il tenore Marcello Giordani ed il basso René Pape.
Luca Della Libera