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Mein Führer
Mein Führer
di Dani Levy
con Ulrich Muhe, Helge Schneider, Sylvester Groth, Adriana Altaras
 
Panorama, n. 48 2007
Sconfitto e depresso Hitler non è più tabù

Dicembre '44, la Germania è a pezzi e Adolf Hitler pure. Joseph Goebbels decide che a Capodanno il dittatore dovrà parlare alla nazione davanti a una scenografia di Berlino intatta, com'era prima della guerra. Per far recuperare al Führer depresso vitalità, Goebbels libera dal lager con la famiglia l'ebreo Adolf Grunbaum (Ulrich Muhe), vecchio maestro di recitazione di Hitler. Che gli insegna rilassamento e medita l'omicidio, almeno sin quando non si risvegliano nel dittatore i dolorosi ricordi di un'infanzia maltrattata. Hitler non può più fare a meno del suo nemico ebreo, l'alter ego Adolf. E Grunbaum? Barcolla, sospeso tra repulsa e pietas.
Ottimo successo in patria, il surreale film di Dani Levy affina il meccanismo iconoclasta sperimentato in Zucker: lo sberleffo s'addice anche al nazismo e all'Olocausto, una risata vi seppellirà. Fra alti e bassi (non mancano cadute nel becero-grottesco) il film rielabora la dialettica servo-padrone e indaga nell'intimità malata del dittatore, fin negli amplessi con Eva Braun. Il grande merito è di riportare in vita per 90 minuti il toccante Muhe, la spia di Le vite degli altri, morto pochi mesi fa. Raccontare Hitler non è più un tabù per il cinema tedesco: purché sia stanco e solo, chiuso nel bunker o tra le macerie. Sconfitto e, dunque, drammaturgicamente degno di pietas. Troppo facile?

Piera Detassis

 
Il Manifesto, 24 novembre 2007
C'è poco da ridere. «Mein Fuhrer» di Dani Levy
Una farsa per demolire Hitler, trattandolo non come un demone ma come essere umano. L'ultimo film dell'attore tedesco Ulrich Muehe

«La tigre forse chiude gli occhi quando avanza nella giungla? Il soldato in prima linea chiude forse gli occhi quando ha davanti il nemico?». Così afferma il superficiale, terrorizzato dal mutar delle cose e da se stesso, e che, codardamente, ha sempre gli occhi sbarrati, come quelli di Jesse il bandito. Eppure se ci si vuole davvero avvicinare ai segreti della realtà, e ai misteri della Storia, quegli occhi vanno tenuti kubrickianamente (o lubitschianamente o jerrylewismente) «spalancati e chiusi», eyes wide shut. È la disciplina di Zatoichi, con la quale dovremmo osservare ben diritto in faccia, per esempio, per non essere uguali a loro, i dittatori come Hitler: con gli occhi chiusi in ricordo delle vittime ebree (e non solo), e spalancati sulla verità vera delle cose, spesso cruda e puerile (e che a volte perfino i più insospettabili vogliono nasconderci dietro cortine demonizzanti). Il nostro umorismo (anche di Benigni o Catellano e Pipolo), allora, conterrà quel di più di lucida ferocia, la vendetta etica del giustiziere che non condanna mai a morte, e che ritroviamo in un film ambizioso e riuscito, che non perdona nulla.
E chi ha scoperto troppo tardi, in Le vite degli altri, l'attore ddr Ulrich Muehe, che lì recitava tutto di testa, con la sola corteccia cerebrale, reprimendo corpo e cuore, eppure seppe commuoverci, può anche rendergli l'estremo omaggio. Qui, dove è l'anima del suo nemico che divorerà. Qui, in Mein Führer: The Truly Truest Truth About Adolf Hitler (Mein Fuhrer, la veramente vera verità su Adolf Hitler). Dove interpreta l'ultimo ruolo, il professor Adolf Israel Gruenbaum, attore e drammaturgo un tempo di immensa potenza suggestiva (altro che Veit Harlan o Leni Riefensthal) che si ritrova morituro in un lager nazista, ma viene miracolosamente riportato, con tutta la famiglia a Berlino, al cospetto del Grande Dittatore (cioé dell'attore Helge Schneider, che più anarchico non si può) da cui dovrà tirar fuori l'«io segreto» rimosso da una disciplina teutonica violenta e patriarcale, che lo traumatizzò da piccolo, analizzato in un saggio di Alice Miller, sostanza conoscitiva seria di questa quasi-commedia.
La maligna idea di farli incrociare è di Joseph Goebbels, il ministro dal sadismo banale (non è comune, invece, il lavoro attoriale di Sylvester Groth, che lo psicotizza sotto traccia) che, dopo l'attentato nel luglio '44, mentre i sogni di gloria del III Reich stanno andando in fumo come Berlino, e pure la sua villa sbriciolata dagli alleati, tira fuori l'ebreo dal lager di Sachsenhausen e gli consegna un Fuhrer spompato, disperatamente in cerca della grinta e dell'odio di un tempo. La soluzione finale ha bisogno di uno scatto, di un discorso coreografico e furente, di una messa in scena, con trappola, degna del Trionfo della volontà.
Così al professor Gruenbaum è affidata la parte che tutti noi vorremmo avere. Avere in mano Hitler e la sua corte di «Rattenhuber», «Puffke» e Himmler (dal braccio ingessato per eccessivi saluti romani), e demolirli, fisicamente e moralmente, alla Russ Meyer, pelo dopo pelo, gesto dopo gesto, sgonfiandone il Mito senza però ridicolizzarne mai la persona, l'esatto contrario del metodo S.S. di musulmanizzare l'ebreo. Il contrario del metodo coloniale occidentale che, da Churchill a W. Veltroni, subumanizza e spersonalizza irakeno, africano e rom, fosse pure per delirio paternalistico.
Strano e riuscita questa regia dello svizzero Dani Levy, già autore anni fa di una satira yiddish della Germania e degli ebrei nordorientali, Go for Zucker! che scandalizzò molti anche in Israele, ma in realtà ebbe non poche difficoltà a trovare il ritmo comico giusto. In questa pellicola, invece, la prima esplicitamente satirica prodotto in Germania su Hitler, Levy più avanza wagneriano, più irrita solo un po' di critici (sfiorando però 2 premi, in Germania e a Mosca), con Muehe perfetto (vedi le scene di boxe o del sesso canino) come nostra nemesi storica.

Roberto Silvestri

 
Il Mattino, 24 novembre 2007
E i tedeschi ridono su Hitler

Non sempre lo spunto spericolato si traduce in un titolo raccomandabile; anche perché sul terreno della comicità, la risata pura e semplice dovrebbe sempre prevalere sulla provocazione. L'ebreo Dani Levy che raggiunse il bersaglio con lo sgangherato ma a tratti irresistibile «Zucker», si è sentito tanto coraggioso da seguire le orme di Roberto Benigni e del suo acclamato «La vita è bella» azzardando una satira sull'Olocausto: purtroppo, però, «Mein Führer» al di fuori dell'ambito tedesco non risulta abbastanza spiritoso e si configura come una bizzarra parabola oscillante senza costrutto tra la farsa, la tragedia, l'intimismo e il documentarismo. In parole povere, né carne né pesce. L'aspetto migliore sta nelle recitazioni, tutte di buon livello a cominciare da quella di Ulrich Muhe, lo spione de «Le vite degli altri», deceduto nello scorso luglio: Levy lo traveste da insegnante di recitazione impegnato ad ammaestrare il Führer per il suo ultimo comizio alla nazione. Siamo nel '44, il Reich sta per crollare e, soprattutto, il discepolo non è altro che un omuncolo drogato, isterico e depresso: non basteranno i cinque giorni concessi al pigmalione per ridare lustro all'immagine del presunto Grande Dittatore. Più che di sdoganamento, si dovrebbe parlare di caricatura.

v.ca.

 
Corriere della Sera, 23 novembre 2007
Satira sull'Olocausto (ma priva di stile)

Sdogana oggi, sdogana domani, eccoci davanti a un Hitler che rischia di far pena ed è molto ben recitato dalla star Helge Schneider. Il dittatore nel '44 è ormai finito ma non deve sbagliare l'ultimo discorso. Perciò Göbbels chiama a fargli ripetizione un attore ebreo già internato con famiglia (il compianto Ulric Muhe) che si trova davanti a un uomo isterico, drogato, infantile, depresso: in cinque giorni deve rianimarlo per Capodanno. Su un vago spunto storico, la trama è di fantasia e peggiora alla fine, ma Dani Levy è recidivo al politicamente scorretto (vedi Zucker) e ai tedeschi è piaciuto. Purtroppo il tutto risulta imbarazzante, poco spiritoso e indigesto. Un regista ebreo può fare satira sull'Olocausto, ma necessita lo stile (Benigni con La vita è bella fece capolavoro).

VOTO: 6
Maurizio Porro

 
Il Messaggero, 23 novembre 2007
Hitler farsesco
ma senza nerbo

Hitler comici: Mel Brooks viene scambiato per il dittatore nel finale di Essere o non essere; Charlie Chaplin, scimmiottandolo, piega il microfono a forza di urli ne Il grande dittatore; Indiana Jones riceve da lui un autografo ne L'ultima crociata. La novità di Mein Führer - la veramente vera verità su Adolf Hitler di Dani Levy è che sono i tedeschi a farci una commedia. Dopo La caduta, ecco la risata. Polemiche in patria, critica divisa, incasso modesto (nemmeno 4 milioni di euro) e ultima prova di Ulrich Mühe, la spia che sapeva amare de Le vite degli altri, scomparso questo luglio. È lui il cuore del film come insegnante di recitazione ebreo che deve preparare il fuhrer per un ultimo discorso alla nazione. È il 1944, Hitler è in depressione, bisogna tirarlo su. Il registro recitativo di Hitler è farsesco come il titolo, le prove di Mühe e Sylvester Groth (ottimo Goebbels) sono sofisticate, la colonna sonora è da serio dramma nazista, la sceneggiatura cerca l'intimismo e le immagini di repertorio aggiungono un sapore storico-documentaristico. Soluzione finale? Confusione totale. Ecco il grave problema del film.

f. alò

© Sipario 2011