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Meduse
Medusedi Shira Geffen e Etgar Keret
con S. Adler, N. Leidman
 
Il Tempo, 18 novembre 2007

Vivono a Tel Aviv, dove sono nati e i tre episodi con cui hanno strutturato il loro film si svolgono tutti in quella città, sulle rive di un mare che ha suggerito loro anche il titolo, "Meduse" da intendersi da un punto di vista simbolico. Le loro tra protagoniste, infatti, sono delle donne che si lasciano trasportare inerti dalle onde (della vita), riprendendosi a un certo momento grazie ad una loro istintiva adesione ad interventi estremi, persone, circostanze fortuite, proiezioni, in un caso, anche di un loro inconscio tormentato.
Una di queste donne, Malka, è una madre anziana, chiusa in sé stessa, incapace di corrispondere all'affetto di sua figlia che fa l'attrice. La aiuterà a ritrovare la via degli affetti una badante filippina, legata invece teneramente al pensiero di una sua bambina lasciata in patria. Un'altra, Keren, si è appena sposata, un incidente le ha impedito di partire per il viaggio di nozze e, anche per questo, si sente inappagata a fianco del marito. La lettera di una scrittrice, suicida nel loro stesso albergo dov'era stata gentile con lei, le farà sentire di nuovo il peso positivo e l'importanza dei sentimenti. Pacificandola. La terza, Batya, ha un passato di solitudine cui si sta abbandonando. Glielo risolverà l'incontro con una misteriosa bambina uscita dal mare che, anche se forse vede solo lei, le ridarà quel senso della vita, perduto nel suo vuoto da tempo.
I tre episodi si alternano strettamente fra loro, anche se le azioni che propongono non si intrecciano mai. Suggeriscono, con finezza e con tatto, soprattutto degli stati d'animo, indagando nelle psicologie non solo delle tre donne ma dei molti altri personaggi che le attorniano. In una cornice in cui di Tel Aviv si vede soltanto il mare mentre si indugia volentieri su interni di case, di alberghi, di teatri che tendono a suscitare quasi ogni risvolto nella narrazione delle atmosfere raccolte in cui i sapori di cronaca si alleano presto a quelli dell'intimismo. Con immagini così nitide, studiate, precise da non sembrare mai l'opera di un regista agli esordi.
Completa la nettezza dell'insieme la recitazione. Attori professionisti e no si muovono sempre all'insegna della verità. Anche quando il reale sembra far posto all'immaginato.

Gian Luigi Rondi

 
Corriere della Sera, 16 novembre 2007
Otto personaggi in cerca di affetto

Prima di Oh Jerusalem che va didascalico alle radici del conflitto arabo-israeliano, ecco un film che parla di pace a Tel Aviv, della vita che scorre normale con i suoi misteri come nei romanzi di Amos Oz. Otto personaggi in cerca di un affetto, di una scorciatoia, una mediazione per arrivarci e segnati da un uguale tasso di solitudine, ma in un' atmosfera quasi di neo irrealismo quotidiano. Vincitore della Caméra d' or a Cannes, Meduse è scritto e diretto da una coppia, Etgar Keret e Shira Geffen, nipote di Moshe Dayan. Guardano a esistenze che si sfiorano, come un unico destino collettivo di cui nessuno muove le fila, come è di moda nel cinema delle occasioni incrociate, le «sliding doors». C' è una giovane cameriera di feste nuziali che incontra sulla spiaggia una bambina in cerca di un volto amico; c' è una giovane coppia di sposi costretta a saltare il viaggio di nozze perché lei s' infortuna; c' è la babysitter filippina, il personaggio più accattivante, che deve badare a una vecchia bisbetica che a sua volta non s' intende con la figlia attrice; una scrittrice suicida. Storie di vite che scivolano via come le onde marine che suggellano l' ultima scena: la spiaggia evocata da Ferreri è tornata come rumore, mito, simbolo, leggenda. Storie di ordinaria solitudine e insoddisfazione, non segnate dalla guerra ma da una pace che lancia premonizioni. Le vie degli affetti sono infinite e il film ne rispecchia con emozionante precisione le traiettorie: ci si muove tutti come meduse, spinte da correnti sotterranee misteriose. È il reportage di ciò che un turista non vede a occhio nudo ma il cinema invece trasmette con i volti di bravi attori, con qualche contenuta sbrodolatura sentimentale. Accordi-disaccordi nel concertato senza voce solista di cui colpisce una complice, contagiosa tenerezza: gente che vive in una pace forse simulata e forse non solo per colpa della guerra: la paura mangia l' anima.

Maurizio Porro

 
Il Messaggero, 16 novembre 2007
Rinasce a Tel Aviv
l'arte della fiaba

Sei personaggi, tante piccole storie, una città di mare vista in una luce del tutto diversa dal solito (Tel Aviv), tante vite "bloccate" nell'apatia o nel risentimento che riprendono il loro corso grazie a qualcuno che spesso nemmeno è consapevole del suo ruolo.
Ci sono film che sembrano fatti della materia impalpabile delle emozioni, la materia cui danno forma con pochi tocchi leggeri e precisi impastando interno e esterno, vita e sogno, passato e presente. Diretto da una coppia di scrittori israeliani già molto affermati ma al debutto nel cinema, premiato con la caméra d'or a Cannes, Meduse è uno di questi piccoli film miracolosi che parlano di piccoli miracoli quotidiani con il pathos, lo humour, l'efficacia delle fiabe impastate con la nostra vita di tutti i giorni.
I protagonisti, che non si conoscono fra loro, sono una coppia di sposini freschi di nozze arenata in un brutto albergo che puzza di fogna. Una ragazza che ha appena perso fidanzato e lavoro. Una domestica filippina che tutti trattano come una serva (chiamandola "la filippina", come troppo spesso si fa anche in Italia), ma che finirà per esercitare un ruolo addirittura salvifico sulle persone per cui lavora.
Nessuno di loro saprebbe guardarsi dentro, capire chi ha vicino, ritrovare da solo il cammino. Ma ognuno di loro incontrerà, per caso o meno, un testimone inatteso, uno sguardo obliquo, un momento della verità dopo il quale nulla sarà più come prima. Il tutto seguendo non la via artificiosa e sentimentale dei copioni "ben strutturati" all'americana, ma restando sempre molto aderenti alle cose minute della vita, con tutte le loro imperfezioni. Che possono rovesciarsi a sorpresa nel loro opposto. Così una morte diventa un passaggio; una bimbetta con un salvagente venuta da chissà dove apre le porte del passato e del perdono; una scrittrice bella e misteriosa annuncia un cambiamento imprevedibile.
Conforta sapere che in una società sotto tiro come Israele lavorino artisti dotati di tanta leggerezza. Capaci per giunta di passare con disinvoltura da un mezzo all'altro. Leggere per credere i folgoranti racconti di Etgar Keret pubblicati in Italia da e/o (Le tette di una diciottenne, Pizzeria Kamikaze, Gaza Blues). Anche se Meduse lo ha scritto sua moglie e lo hanno girato insieme, montandolo poi mentre nasceva il loro primo figlio. Più fiaba di così...

(F. Fer.)

 
L'Unità, 16 novembre 2007
Cinema morbido e velenoso come le meduse

Bambini che si perdono, adulti totalmente persi, badanti sbadate. Niente funziona nella Tel Aviv di Meudse, una città affacciata sul mare nonostante il nostro immaginario avesse rimosso l'immagine del mare da Israele, per sostituirla con cemento armato, bombe e kibbutz fortificati. Il piccolo film quest'anno a Cannes ha conquistato la Camera d'or e Nanni Moretti, che lo distribuisce in Italia. Gli autori, marito e moglie, sono Etgar Keret, scrittore che qui fa il regista e Shira Geffen, scrittrice e regista qui soprattutto in veste di sceneggiatrice. Ma poi, per confezionare il piccolo gioiello si sono scambiati spesso i ruoli. Anche perché in questo apologo metropolitano a più voci si mischia in un equilibro perfetto il sarcasmo e l'abulia di certi personaggi dei libri di Keret e la sensibilità della moglie, abituata a scrivere con una dolcezza diversa per i bambini.

Girato in un mese, con un cast che mischia attori professionisti e una badante filippina, Meduse affronta la narrazione accostando personaggi quasi favolistici a figure che strappate dalla realtà. Una coppia di sposi trascorre la luna di miele in un hotel dove la sposa, con la gamba ingessata, non trova pace: c'è puzza, c'è rumore, bisogna cambiare sempre stanza. Intanto una badante filippina, che parla solo inglese, vaga tra anziane assistite troppo silenziose (cioè morte) e altre incazzose e logorroiche. Una ragazza, cameriera per banchetti nuziali, alla fine di una storia è come svuotata. Vive in una casa che cade a pezzi, con il soffitto che gocciola, e finisce per inseguire una bambina col salvagente che sembra sorta dalla spuma del mare: non parla ma sbatte gli occhioni azzurri.

Tragedie filmate con distacco e comicità caustica e nera, Meduse è un film costruito sulle assenze: genitori che sentono la mancanza dei figli o viceversa figli che non riescono ad ottenere attenzione. Un girarsi intorno senza trovarsi che alla fine è accettato come un male necessario, una insoddisfazione diffusa che non sfocia mai veramente nel dramma. La bambina con il salvagente è reale o una semplice reminescenza dell'infanzia, un fantasma di innocenza e purezza che è una nota di speranza. Un'opera dai colori vividi, in contrasto con la sbiadita malinconia di quasi tutti i personaggi. Con un controllo invidiabile della mdp, incredibilmente mobile nel piano sequenza iniziale, statica come certe vite allo stallo quando osserva. C'è poi una giustezza dei dialoghi, una capacità di tratteggiare i caratteri anche più difficili e di far emergere pure quelli che parlano pochissimo, tale da rendere Meduse un piacere necessario come una sigaretta.

 
La Repubblica, 16 novembre 2007
"Meduse", tre vite normali
anche in Israele

Un "primo film" che viene da Israele, diretto da una coppia di artisti, Shira Geffen (anche sceneggiatrice) e Etgar Keret, premiato con la Caméra d'Or a Cannes. Vale assolutamente la pena vederlo: pur lontano dalle implicazioni geopolitiche con cui siamo soliti pensare quel paese, Meduse mette in scena personaggi che forse ci somigliano, di certo ci riguardano, con un tocco lieve ma ricco di senso.

Durante la sua festa di nozze, Karen ha un incidente nelle toilette e deve starsene a riposo coatto. Batya, in ambasce sentimentali, si vede comparire davanti una bambina misteriosa come uscita dall'acqua. La cameriera filippina Joy vorrebbe rivedere suo figlio, rimasto al paese, ma deve prendersi cura di una vecchia signora irascibile. Tre donne che, in apparenza, hanno in comune solo la festa di matrimonio con cui si apre il film; in realtà, fluttuano nei propri destini come le meduse del titolo.

Il film fa loro condividere, a distanza, un momento di pausa, una sorta di messa in parentesi del quotidiano che rappresenta anche una possibilità di rigenerazione. Adagiato lungo il mare di Tel Aviv, un film poetico blu come il mare; un po' cronaca un po' favola urbana, un po' "sognato".

(r. n.)

© Sipario 2011