Mea Culpa per cinque
giovani e brave attrici
La chiesa sconsacrata e abbandonata dagli uomini e da Dio, alla mercè delle intemperie del tempo impietoso, quella di San Giuseppe, nella piazza omonima di Asti, è stata la scelta giusta e sostanziale per rappresentare l’opera "Mea Culpa" di Eleonora D’Urso, qui anche nella veste di regista, prodotta per Asti Festival dall’impresario Massimo Chiesa.
Un’opera "Mea Culpa" coraggiosa sia per linguaggio farcito di atti sessuali sia per contenuti: si tratta di cinque monologhi di denuncia e violenze subite da giovani donne cadute poi nella prostituzione. In realtà, si tratta di un "unico" monogolo dedicato alla " donna vittima", suddiviso in cinque voci diverse per percorsi e storie, ma l’obiettivo della autrice è fortemente indirizzato ad un'unica identità, con messaggio "allegorico" di grande responsabilità civile: evidenziare il marciume che in questa società ammantata di perbenismo ricade sulla donna e sul suo universo.
Lo dimostrano anche le soluzioni registiche, come quella di vestire le donne con pezzi di un unico abito, a sottolineare una sola identità, e di omologare l’identità di ciascuna con una parrucca bianca uguale per tutte, dichiaratamente simbolo di donna da marciapiede; inoltre, di far calzare a tutte scarpe con tacco a spillo, altissimi, per prefiguare una postura e una immagine di "una di quelle"
I personaggi, infine, sono stati collocati su un palcoscenico-altare, raffigurante una scacchiera come se si trattasse di una partita gestita da qualcuno che " sta nell’alto dei cieli" e si raccoglie in una sola parola: Dio. Dio che non protegge, Dio che concede soprusi, violenza perpretata anche dai suoi "rappresentati in terra" del messaggio di Cristo.
In sé, l’idea è ottima; ma ardimentosa, poiché "snocciolare" cinque monologhi che, bene o male, descrivono sempre le stesse violenze sessuali non era facile farli risultare poi omogenei ed unitari.
Occorreva trovare una soluzione scenica che accorpasse questi monologhi. Secondo noi, la soluzione di far agire i personaggi sulla scacchiera seguendo una logica di gioco a lungo andare diventava ripetitiva e "congelava" quella comunicazione col pubblico che, invece, richiedeva partecipazione a questa aperta "confessione" delle donne e rispettive storie; bastava solo un imput in questo senso e poi procedere per altre soluzioni più aperte. Bloccare i personaggi come vere pedine da scacchi, in una lunga immobile staticità, mentre una interprete agiva, non solo generava uno stato di disagio sia nello spettatore sia nelle attrici immobilizzate, ma sdoppiava l’attenzione di chi ascoltava e vedeva ciò che accadeva in scena. Forse sottrarre la messa in scena a questa sorta di ritualità e improntarla su un versante più libero e comunicativo potrebbe giovare; come potrebbe giovare sintetizzando gli interventi musicali, accompagnati da ironiche coreografie, una sorella dell’altra, che servono da artificio scenico per passare da una storia all’altra; come gioverebbe asciugare di una manciata di minuti i testi. Essere autrice e regista, a volte, si perde la capacità di una serena autocritica, poiché è facile innamorarsi delle proprie soluzioni di spettacolo, ma alla D’Urso bisogna riconoscere una abilità di scrittura consona e funzionale ai personaggi messi in campo. Come regista ha in serbo buone intuizioni creative, la sua scrittura scenica è ambiziosa fino a perdere di vista la dimensione di sintesi indispensabile per le leggi della comunicazione dal palcoscenico.
Siamo certi che la dimensione ideale dello spettacolo si acquisterà nel corso delle prossime recite che sono in programma per la prossima stagione, perché alla fine è sempre il pubblico che modella lo spettacolo sia per ritmi sia per intenzioni.
Un giudizio criticho positivo, encomiabile, va alle cinque attrici che hanno superato l’intenso sforzo richiesto dalla regia, che hanno conferito ai personaggi, ognuno con caratteristiche diverse, la sana drammaticità e ironia che il tema comportava.
Formavano il cast: Daria D'Aloia, una ragazza rumena; Fatima Corinna Bernardi, quindicenne figlia di un politico; Chiara Claudi, ragazza orfana; Desirée Giorgetti, studentessa; Eleonora d'Urso che ha sostituito all'ultimo momento Marianna Dal Collo, indisposta.
Il pubblico, raccolto su una gradinata di 60 posti, montata al centro della Chiesa, ha risposto con intensi e insistiti applausi.
E la "chiesa abbanonata" ritrovava, in quel momento, la su vera anima collettiva rendendola viva e funzionale.
Mario Mattia Giorgetti