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Max Payne
Max Paynedi John Moore
con Mark Wahlberg, Mila Kunis (Usa 2008)
 
Il Messaggero, 5 dicembre 2008

Dal videogame al cinema,
"Max Payne" resta un fumetto

Dal fumetto, al videogame, al film. Dalla violenza silenziosa della carta, all'esplosione rumorosa della playstation, alla soppressione dell'incredulità. Max Payne (Mark Wahlberg) è un poliziotto cui hanno ucciso la moglie ma anche un nome e cognome che significa "massimo dolore". E' quello che prova e fa provare Max a chiunque gli sbarri la strada nella ricerca dell'assassino della consorte. In una città nervosa e nevosa alla Sin City, l'impassibile Wahlberg (poliziotto fantastico in The Departed) sfida l'impossibile seguendo le tracce di una droga che ti sballa al punto da farti vedere demoni alati che sembrano disegnati da William Blake. Tutta colpa di una casa farmaceutica che voleva costruire il soldato perfetto. Il regista John Moore cerca l'effetto a tutti i costi ma non è John Woo, Mark Wahlberg cerca il duro con due espressioni (con la giacca e senza) ma non è Clint Eastwood e Beau Bridges cerca di dare profondità al suo cattivo senza capire che Moore non è interessato alle parole ma ai "fatti". Le allucinazioni dei drogati sono affascinanti ma troppo sporadiche. Vendetta per vendetta era più impressionante Death Sentence con Kevin Bacon, da noi solo in homevideo. I fan di Max Payne vadano lì.

Francesco Alò

 
Corriere della Sera, 28 novembre 2008

Vendetta con tradimento, al buio

Una volta erano i libri. Poi i fumetti. Ora sono i videogame la fonte di ispirazione del cinema d' azione, nella velocità consona alla nuova percezione giovanile del cinema, dove Max Payne (come dire massimo dolore), eroe suo malgrado di successo nato nel 2001 (e lodato per la sua natura coreografica), dà la caccia, con una sexy killer che ha perso la sorella ed è egualmente assetata di vendetta, agli assassini della sua famiglia sotto la mira di cittadini al di sopra di ogni sospetto, polizia, mafia etc. Un incubo nei bassifondi più oscuri e non viene negato neppure un tradimento impensabile e qualcosa di soprannaturale. Poca luce, sia morale sia materiale: i personaggi si muovono in un limbo tecnologico che non dà molte emozioni e che appartiene al finto cinema. Non so se esista un' epica, né tanto meno un' etica, del video-cinema, ma questi personaggi, a metà tra il vecchio Callaghan di Eastwood e i giustizieri della notte di Bronson con qualche accenno pure al sempre di corsa Bourne, appartengono ai primordi di un genere che qui il regista John Moore, esperto di remakes, si limita a rinfrescare con gli effetti digitali ma rispettando le qualità dell' originale videogioco. Il suo film migliore rimane Dietro le linee nemiche, ma qui i tempi del videoplay non si assimilano a quelli sintetici del racconto che utilizza le riprese in soggettiva mettendo lo spettatore nei panni del ribelle protagonista Payne. Ma gli effetti più speciali sono chiamati «phantom», il che permette un approccio diverso di slow motion chiamato bullet-time, nel solco dei proiettili al ralenti inaugurati da Matrix. Mark Wahlberg, passato dalle boogie nights del porno alla ricerca degli scandali perduti, a queste notti truci di violenza, corre e spara dopo aver dichiarato in privato la sua estraneità, come padre, alla pedagogia del fantasy per educare il suo piccino. La bellona di turno è Mila Kunis, l' «invecchiato» Beau Bridges e nel gruppo si distingue anche l' ex giovane e moschettiere Chris O' Donnell.

Maurizio Porro

 
Il Mattino, 29 novembre 2008

Per Wahlberg un giustiziere da videogame

Ancora un videogame come fonte di un film d'azione, con tutti i limiti, ma anche qualche vago merito che il trapianto comporta. La versione per lo schermo del fortunato prodotto Rockstar «Max Payne» prevede che un valido attore come Mark Wahlberg si cali con qualche difficoltà d'espressione nei panni dell'omonimo detective, scatenato nella caccia ai criminali tossicodipendenti del micidiale «Valkyr» che gli hanno sterminato la famigliola. Arruolatosi nell'unità antidroga della polizia, infatti, avrà tutte le occasioni per mettere le mani sul clan mafioso che controlla produzione e diffusione del composto... Peccato che, indagando nei bassifondi della malavita, Max entrerà in un incubo che include una falsa accusa d'omicidio e soprattutto ha il tassativo bisogno di effetti tecnologici appropriati. Il regista John Moore ha fatto in questo senso le cose perbenino, ricorrendo a un sistema di cineprese che permette di adottare il «bullet-time», ossia il marchingegno che permette di conferire più vigore veristico al tradizionale processo di slow motion delle immagini. Tutto sta nella predisposizione di platea: qualora si gradisca un tourbillon adrenalinico e fine a se stesso, il gioco vale la candela; ma se al cinema si chiede di sprigionare una tensione epica, meglio procurarsi i vecchi dvd dei giustizieri della notte alla Charles Bronson.

Valerio Caprara

 
La Stampa, 28 novembre 2008

Quando la vendetta è un piatto freddo

Mark Wahlberg interpreta bene un personaggio difficile: un poliziotto interessato soltanto alla vendetta contro i criminali che gli hanno sterminato la famiglia. Se il film è dinamico quanto può esserlo un'opera derivata da un videogame, il protagonista ha una silenziosa interiore intensità, una furia muta non semplici da interpretare ma in questo caso molto eloquenti.

E' interessante l'atonia che l'attore (di solito più usato in ruoli diversi) è capace di raggiungere per dare l'impressione di un uomo schiacciato dalla sofferenza e concentrato nell'idea della vendetta. La città, vista soprattutto di notte con ombre e luci, fotografata in modo coerente, sembra sottolineare la solitudine e l'ansia senza affanno del vendicatore.

Lietta Tornabuoni

© Sipario 2011