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Martyrs
Martyrsdi Pascal Laugier
con Mylene Jampanoï, Morjane Alaoui, Catherine Bégin, Robert Toupin
 
Corriere della Sera, 12 giugno 2009

La vendetta della bambina

Mentre affronto titubante Martyrs di Pascal Laugier, atteso come l' horror del decennio, mi torna in mente la scena primaria dei miei rapporti con il cinema di paura. Quand' ero ragazzino un mio zio, che ogni tanto mi portava al cinema, annunciò: «Oggi andiamo a vedere Frankenstein». Ma bastò una sbirciata al Mostro sogghignante sul manifesto per risolvermi a non entrare. Dopo avermi trattato da vigliaccone, lo zio invitò un mio coetaneo, un certo Toffoli: «Lui sì che è coraggioso!». Conclusione: il giorno dopo appresi che i signori Toffoli erano stati costretti a chiamare il medico perché il figlio, dal momento in cui aveva visto l' incespicante Boris Karloff calpestare il velo della sposa, non smetteva di tremare come una foglia. Mi fregai le manine. Quanto mi piacerebbe, le rare volte che il mestiere del critico mi impone di vedere un horror, che ci fosse ancora Toffoli da mandare al posto mio. Eppure so che tanti, a certe chiamate, più sono hard e più si precipitano. Non ho mai capito che gusto c' è a veder perpetrare sullo schermo infamie indicibili. Non mi dispiacerebbe sentire in proposito il parere di qualche specialista, per entrare nei meccanismi mentali dell' horror-dipendente. Di tante spiegazioni già lette, nessuna mi ha convinto. E debbo aggiungere che se è facile sottrarsi agli orrori della fiction, non altrettanto accade con quelli della realtà. Che all' ora di cena ti si rovesciano dai telegiornali divenuti l' erede di Crimen: il padre che uccide il figlio, il figlio che uccide la madre, il fidanzato che accoltella la morosa, il matto che stermina la famiglia, gli stupri di gruppo... E più tardi magari questa merce diventa il piatto forte di Porta a porta, con Bruno Vespa pontificante tra l' infanticidio di Cogne e il massacro della studentessa inglese a Perugia. Ma veniamo a Martyrs. Uscito in Francia fra censure e polemiche, il film comincia con un prologo tipo filmino amatoriale dal quale apprendiamo la triste avventura della bambina Lucie, vittima di un rapimento con segregazione e sevizie, che non riesce a riprendersi nonostante l' affetto partecipe della coetanea Anne. Quindici anni dopo Lucie, ormai donna, si presenta con il fucile in mano in una famigliola e ne fa strage. Una foto su un giornale le ha fatto balenare che là vive uno dei suoi torturatori. Sarà vero? Possibile che in quel nido s' annidasse un tale mostro? Ne dubita Anne che tuttavia non fa mancare il suo appoggio all' amica anche nella sciagurata occasione, dandosi da fare per sgombrare la scena dai cadaveri. Ma non è finita, perché Lucie continua a essere perseguitata da un mostro partorito dalla sua mente, nella tipica tradizione del genere; e qui il film si banalizza parecchio, mentre per Anne (e lo spettatore) sta per iniziare il vero incubo. Non aggiungo altro se non che, con un imprevisto cambiamento di registro, passiamo in un clima da clinica del dottor Menghele dove l' horror si impregna di parafilosofia misticheggiante e il titolo Martyrs acquista il suo significato, pazienza se fumosissimo. Niente da eccepire sul piano formale; ma ciò che si vede è duro da sopportare. C' è la scelta fra chiudere gli occhi e uscire; e pare che nell' Esagono il film ha totalizzato il record degli spettatori in fuga. Insomma siamo di fronte a un esempio così particolare del genere definito «torture porn», che chissà se incontrerà il gusto degli appassionati. Pur mostrando comprensione per chi taglia la corda, Laugier insiste nel dire che ha fatto il film per studiare l' essenza del Male. Verrebbe voglia di accendere una candela sul sacello del Mostro di Frankenstein, che a paragone di questa fantasmagoria al sangue non farebbe più paura persino a me.

Kezich Tullio

 
Il Manifesto, 12 giugno 2009

Fino all'estremo sacrificio. Libera di non morire

Variety, ha parlato di Martyrs come di un frullato indigesto di carne e ketchup, «fondamentalmente, Hostel senza risate». Retaggio editoriale o no, lo scrittore-regista Pascal Laugier (Saint Ange) sembra davvero aver messo il pilota automatico. In Martyrs, distribuito da Videa Cie in 62 sale italiane, si fa quasi fatica ad arrivare in fondo tanto è insistente la violenza, l'abuso di emoglobina e di sevizie umane inflitte/auto-inflitte. Persino la forza dei pugni è più massiccia di un qualsiasi regolamento di conti «gangsta». L'incipit pare strappato di peso dal cartoon che introduce Franka Potente in Lola Corre: Laugier ha tagliato a zero i capelli della sua Lola, l'ha pestata dalle palpebre alle caviglie, sputandola fuori, di corsa, a fiato consumato, in un esterno da Fabbrica di Cioccolato dark, a petalo di un quartiere francese. Subito dopo, un documento tv circoscrive la mattanza al 1971, la telecamera s'infiltra in uno stabile industriale, nella stanza degli orrori, dove la ragazzina era tenuta disidratata e malnutrita. «Elle vivait là», dice il cronista. Lucie Jurin è ora in cura, sotto l'occhio curioso di medici e giornalisti, ciononostante è solissima; per stanare i carnefici, le autorità cercano la complicità di Anna, unica amica della ragazzina. Lucie è anche perseguitata da un'entità che prosegue le torture interrotte e la devasta anima e corpo. Trascorrono quindici anni: la vittima, interpretata in vesti adulte dalla bravissima Mylène Jampanoi, dà sfogo alla sua vendetta prendendo di mira una famiglia borghese (i presunti seviziatori anni Settanta) e coinvolgendo Anna (Morjana Alaoui) in un labirinto psichico-carnale dal quale non esiste via di scampo. C'è infatti un progetto ancora più crudele ad attendere l'amica del cuore.
Le atrocità e i fantasmi del passato, oltre al ricorrente nome Anna, sono il filo di sangue che lega Saint Ange a Martyrs, presentato al Festival di Roma 2008. Pascal Laugier, attualmente al lavoro su Details e sul remake di Hellraiser, riserva la seconda parte di Martyrs ad un trattato «gore-escatologico» dedicato al martirio e all'ossessione di fissare su retina ciò che ci attende dopo la morte. Ovviamente, i potenti che conducono Anna Assaoui nell'immensità del dolore, per carpire la verità della morte, per vederla «chiara e precisa», non deporranno il loro egoismo a favore della conoscenza. Anna, una Morjana Alaoui versione Body Exhibition post-umana (ci ha rimesso tre ossa rotte, causa abnegazione), rimane testimone di fede, sacrificio incompiuto, in parte anche cinematografico. Libera di non morire mai. Una sorta di Orlan performer, incubata nel genere «torture porno»: non a caso, l'artista francese è di Saint-Étienne, e il personaggio cui è imposta la rivelazione finale di Martyrs si chiama proprio Etienne. Tutto, ferocemente, torna.

Filippo Brunamonti

 
Il Messaggero, 12 giugno 2009

Dalla Francia
con orrore. Puro

Una bambina scappa piangendo da un fabbricato industriale. Qualcuno l'ha torturata per giorni e giorni. 15 anni dopo la vediamo bussare a una casa dove vive una famigliola felice. Li fa fuori tutti. I figli con pietà. Poi cerca di farla finita. Perché? Cosa è successo? Comincia e finisce nel mistero l'agghiacciante Martyrs di Pascal Laugier. In mezzo vediamo tutto: vittime di torture martirizzate con visiere per gli occhi conficcate nella testa, sette che cercano testimonianze di trascendenza, scuoiamenti integrali, sevizie apportate con scrupolo scientifico, fantasmi della mente che ti squarciano la pelle. Ma non è il solito horror della scuola "Com'è dura la tortura" alla Hostel. Laugier cerca quello che non c'è e sa bene che il non detto può essere più destabilizzante dell'immagine più disgustosa che si può filmare. Continuano ad arrivare dalla Francia pellicole disturbate e disturbanti. Ma questa batte sia Alta tensione, che Frontiers che l'inedito À l'Intérieur. Dopo 97 minuti di cinema della carne, sono gli ultimi 120 secondi di tortura mentale che fanno veramente male al cervello. Se un regista italiano provasse a fare un film del genere lo arresterebbero. Vive la France!

Francesco Alò

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