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Mar nero
di Federico Bondi
con Ilaria Occhini, Dorotheea Petre, Corso Salani
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L'Unità, 29 gennaio 2009
La vecchiaia puzza: infastidisce chi se la porta addosso e chi la porta accanto. Ci vorrebbe una vita piena di soddisfazioni e pochi rimpianti per attraversare gli ultimi anni con serenità. In genere non è così, i conti non tornano mai. Si vede tutto il disagio di questa condizione in MAR NERO, esordio del poco più che trentenne Federico Bondi, invitato l’anno scorso come unico italiano in concorso a Locarno. Al festival svizzero ci hanno riprovato: dopo “Mare nero” di Roberta Torre, coraggioso e infelice, hanno puntato su un film quasi omonimo. È andata meglio, almeno a giudicare dai diversi premi, primo tra tutti quello come miglior attrice a Ilaria Occhini, che in questa storia scritta dal regista con Ugo Chiti è un’anziana donna, vedova e con i figli lontani, molto amareggiata dalla sua condizione, quasi rancorosa. È costretta a scontrarsi con la morbidezza caratteriale di una giovane badante rumena (Dorotheea Petre), che l’assiste come con un albero da cui si aspettano i frutti. Perché questo lavoro italiano per lei rappresenta un germoglio di futuro, la possibilità di pensare ad un matrimonio con l’uomo che lei chiama sempre in Romania e che un giorno non risponderà più al telefono.
Prima impegnate in un gioco di resistenza nel quale la più giovane ha la meglio, le due donne pian piano fanno fronte comune alla loro condizione: sole, in “territorio straniero”, con poco da perdere se non il poco che la loro condizione permette. Girato con un tono dimesso ma veritiero e sostenuto da due attrici nella parte, “Mar nero” stupisce soprattutto perché arriva da un esordiente da cui ormai oggi ci si aspettano notti prima degli esami o feste post laurea. Bondi invece prende la vecchiaia e la trasforma in un riflesso della giovinezza, un doloroso rimpianto di quello che siamo stati e alla fine in un memento: insegui la tua felicità. Sulla Romania e i migranti in generale inutile spiegare che tipo di purgatorio esistenziale debbano iniziare ben prima di diventare anziani. Giovani che osservano i vecchi, curioso interesse ma non nuovo. Questa estate a Venezia Natalie Portman ha portato il suo corto di esordio, “Eve”, che racconta di una nipote premurosa che assiste ad un appuntamento galante tra due attempati affascinanti come Lauren Bacall e Ben Gazzara.
Pasquale Colizzi
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Il Messaggero, 30 gennaio 2009
E la Occhini rinasce in Romania
Due corpi e un continente, l'Europa, che troppo spesso consideriamo un'astrazione. I corpi appartengono a due donne che nulla hanno in comune, non l'età, né la cultura né il censo. Il primo è il corpo sofferente di Gemma (una grande Ilaria Occhini, tutta rabbia e affetti repressi, giustamente premiata a Locarno), anziana fiorentina inasprita dagli anni e dalla recente vedovanza, "parcheggiata" dal figlio, che vive con la moglie a Trieste, in una casa angusta che senza più marito le pare ancora più piccola.
Il secondo è il corpo giovane e pieno di vita della sua badante Angela (una perfetta Dorotheea Petre), venuta dalla Romania per accudirla e abbastanza forte per sopportare le angherie di Gemma, che sulle prime la tratta come una serva, sbagliando nome, ostentando indifferenza se non disprezzo per il suo paese, insomma indulgendo in un razzismo spicciolo e inconsapevole che purtroppo è moneta corrente nella nostra parte d'Europa. Ma che si scioglierà poco a poco in un rapporto sempre più affettuoso, quasi di madre e figlia, capace di portare la toscana arroccata nei suoi pregiudizi a seguire Angela fino in Romania, sulle tracce di un fidanzato scomparso.
In un susseguirsi di piccoli episodi sempre incisivi e spesso toccanti proprio perché sempre intrisi di fisicità. Un paio di scarpe recuperate tra i rifiuti; una caduta rovinosa; quel rasoio elettrico che si accende da solo come per magia, e che ancora custodisce le reliquie del marito... Semplice ma profondo, duro ma anche gentile e non privo di humour: quello di Federico Bondi è un esordio da segnarsi.
Fabio Ferzetti
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