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Mario il mago
Mario il magodi Tamás Almási
con Franco Nero, Nyako Julia, Vittorio Marsiglia
 
Il Manifesto, 12 dicembre 2008

Attenzione, arriva l'italiano Nero

Celebre documentarista ungherese, Tamas Almasi è stato assistente alla regia di Miklos Jancso, Zoltan Fabri, Imre Gyöngyössy, Istvan Szabo, premiato dal festival di Karlovy Vary, San Francisco, Cinéma du réel e ora gira un film su Puskas. Arriva sui nostri schermi grazie a un film interpretato e prodotto da Franco Nero che racconta lo spaesamento dell'est di fronte all'arrivo del capitalismo. Una fabbrichetta italiana di scarpe («Scarpa Azzurri») è impiantata in un paesino dove tutti si conoscono, di quelli che un tempo facevano da sfondo ai classici del cinema ungherese, i giardinetti, il fiume, l'osteria. È il 1990, il muro di Berlino è caduto e arriva la democrazia e il capitalismo, oltre che gli imprenditori italiani alla ricerca di manodopera a basso costo. Un film come questo ci mostra aspetti dei paesi dell'est inimmaginabili come lo stupore di fronte ad alcune dinamiche del lavoro in fabbrica (ma non era la struttura economica portante dei paesi socialisti?), o il maschilismo alcolico e dissennato (questa sì che è stata una scoperta). La vita dei paesini insomma sembra essere rimasta completamente fuori dalle dinamiche del socialismo. Ma fino a un certo punto: infatti la protagonista, Vera (Julia Nyako), allude a «Angi Vera» il celebre film di Pal Gabor, dove si sceglieva proprio lei per essere iscritta alla scuola di partito nel '48 perché i dirigenti intuivano che era la più disponibile a essere una perfetta delatrice. Anche Vera è subito individuata come la caposquadra perfetta, quella a cui tutte le altre operaie ubbidiscono. Ma il film prende un'altra strada, non ha l'andamento trasognato che aveva il film di Gabor per non urtare la censura (nel suo film non si parlava solo del '48, ma anche di tutti gli anni successivi), ma pungente, piuttosto realistico e mediato dal lavoro documentario. La situazione precipita. Troppo repentino è stato l'incontro tra il mondo contadino seppur socialista e il capitalismo spietato, organizzato per entrare nel paese con la scusa di portare lavoro e invece fare loschi affari immobiliari. La donna è travolta dal fascino del padrone, Mario. Franco Nero è uno dei pochi attori italiani a interpretare moltissimi film nei paesi dell'est, dalla Russia alla Cecoslovacchia all'Ungheria: da La Battaglia della Neretva di Veljko Bulajic (Yugoslavia '69) al Bondarciuk di Messico in fiamme dove interpretava John Reed, al Falcone di Mimica, a Bathory di Juraj Jakubisko. Un fascino che uccide: Vera infatti si innamora dell'italiano e trascura il marito (caposquadra dei vecchi tempi, che vuole la cena pronta quando torna a casa), si illude che Mario la porterà in Italia e le comprerà bei vestiti, cade in una sorta di delirio. Vedere come ci vedono i registi stranieri è sempre molto istruttivo: buffoni e loschi, del resto basta guardare la televisione.

Silvana Silvestri

 
Corriere della Sera, 5 dicembre 2008

Con Franco Nero un melò ungherese

Prendendo in affitto un titolo di Thomas Mann, il 60enne regista ungherese Tamàs Almàsi, con complicità di Franco Nero produttore e attore, ci racconta il gemellaggio commercial sentimentale tra l'Italia e i Paesi del dopo muro di Berlino, quando crolla il capitalismo e ancora non si è affermato un regolare liberismo che somiglia a una febbre dell'oro. E' qui che, primi '90, un padroncino apre in un paesino ungherese una fabbrica di scarpe, dando lavoro ma anche intorbidendo le acque affettive del luogo e mettendo in moto un meccanismo passionale. A metà tra il melò e il documento, il film è di ottime premesse anche se non riesce mai a scegliere una vera chiave di lettura, ma ci permette un'indagine sociologica generica ma verosimile e ci fa apprezzare la bravura intensa di Nyako Julia, indecisa tra due morali, pubblico e privato, tra stipendio, sindacato e ragioni del cuore.

VOTO: 6
Maurizio Porro

© Sipario 2011